MADRES
A MONTEVERDE
Ricordo ancora la mattina del gennaio 1958 in cui Italo Pietra mi mandò a chiamare. Era il direttore de “Il Giorno”, il più “nuovo” dei quotidiani italiani, lanciato a diventare il secondo giornale del nostro Paese. Quanto a me, ero un giovane giornalista emergente. Pietra mi disse: “L’altro giorno il nuovo papa (parlava di Giovanni XXIII) ha annunziato che convocherà un Concilio. Io non sono cattolico ma sono convinto che si tratterà di un evento rivoluzionario, non soltanto dal punto di vista religioso. Voglio che tu lo segua, che tu cerchi informazioni sui lavori preparatori, soprattutto che tu ti metta a studiare per poterne capire tutte le implicazioni”. La mia vita, da quel giorno, mutò radicalmente perché occuparmi del Concilio significò mettere a prova la mia fede cristiana e, anche, scoprire mondi visti, fino a quel giorno, soltanto da lontano.
Italo Pietra, da quel grande giornalista che era, aveva colto bene la portata rivoluzionaria del Concilio. Nel 1955, a Bandung, una piccola città indonesiana, si era tenuta la prima assemblea dei popoli afroasiatici. La seconda guerra mondiale aveva determinato la fine degli imperi coloniali, e le nuove nazioni nate dalla loro decomposizizone si affacciavano alla ribalta politica mondiale, con una tumultuosità che pareva di adolescenti. Cercavano di dare vita a una terza forza che si ponesse fra Oriente e Occidente, Nord e Sud, come un blocco di stati che chiedevano dignità e libertà e rifiutavano di schierarsi nella guerra fredda ormai in pieno sviluppo. Adesso quei popoli avrebbero avuto come portavoce i loro vescovi, convenuti a Roma per una riforma della Chiesa alla quale i media avrebbero dato enorme spazio: nella Terra degli anni ’60, dopo Auschwitz e Hiroshima, dopo l’ONU, dopo Gandhi, dopo la costituzione dello stato di Israele, eccetera, non si sarebbe più potuto parlare di Dio senza parlare degli uomini, delle grandi masse di poveri e di insorti che andavano uscendo dal buio delle periferie (o delle giungle) della storia in cui l’imperialismo li aveva tenuti rinserrati per secoli.
Al Concilio Vaticano Primo, nel 1869, un solo vescovo aveva affrontato certi temi. Si chiamava Monsignor Jean Verot e, benché francese, era vescovo di Savannah nella Georgia. I cattolici della sua diocesi, nel profondissimo Sud americano in cui le Chiese battiste radunavano l’immensa maggioranza della popolazione, erano poche migliaia. Verot , poi, risultava fortemente antipatico ai patrioti locali per avere assistito i prigionieri nordisti della Guerra di Secessione. Era, dunque, un vescovo "piccolo", e neppure a Roma risultò gradito. Si opponeva, infatti, al dogma dell’infallibilità pontificia, ma soprattutto pretendeva che la Chiesa si pronunziasse contro il razzismo: propose, del tutto inascoltato, che fosse fulminata una scomunica a chi negava che i negri possedessero un’anima.
Per quel che ne so, l’azzittito monsignor Verot fu l’unico messaggero d’Oltre Oceano. Cento anni più tardi gran numero di vescovi provenienti da quello che a Bandung era stato definito “Terzo Mondo” si levava nelle navate di San Pietro convertite in aula conciliare a domandare giustizia per le proprie comunità e ribaltava, davanti ai nostri occhi confusi, la storia delle Conquiste: le avevamo studiate come missioni di civiltà e lo erano state in qualche luogo e periodo; ma nella loro generalità erano state, anche e soprattutto, massacri e rapine, negazioni di dignità e di diritti, impoverimento delle popolazioni indigene e devastazione delle loro culture. I vecchi della mia generazione non hanno dimenticato lo choc che ci colse ascoltando vescovi come il brasiliano Helder Camara o il camerounense monsignor Zoa o il cileno Manuel Larrain che ci parlavano delle colpe dell’ Europa e ci mostravano come quelle colpe si protraessero nei sistemi dell’ingiustizia planetaria, nel violento dominio delle imprese multinazionali. Trecento vescovi si riunirono in un gruppo denominato "La Chiesa dei Poveri". Lo aveva promosso Paul Gauthier, un prete-operaio francese che viveva a Nazareth facendo il carpentiere, come Gesù; lo presiedevano, informalmente, il cardinale Lercaro e don Giuseppe Dossetti. I trecento ponevano il problema di una Chiesa che rinunziasse alle proprie ricchezze mondane per annunziare più limpidamente il vangelo ai poveri e che dichiarasse suoi figli prediletti gli oppressi. Ottennero che nel più importante dei documenti del Concilio si affermasse che "nei poveri e nei sofferenti la Chiesa riconosce l'immagine del suo Fondatore". La scelta degli ultimi anziché dei primi (quelli a cui dedicare la catechesi perché gli "altri" li avrebbero seguiti) poneva questioni che rovesciavano certa spiritualità e che, qualche anno più tardi, sarebbero stati espressi nella radicalità di un insegnamento di Paolo VI: “La giustizia è la misura minima della carità”.
Se tutto il mondo cattolico (e non solo cattolico e non solo religioso) visse fortemente l’avventura conciliare, la città di Roma ne fu quasi travolta. Vi si trovò concentrata tutta la Chiesa docente (circa 3 mila vescovi) e, per così dire, la sua intellighentsia: “periti”, cioè teologi scelti dalla Curia vaticana o dai singoli vescovi o venuti a Roma autonomamente per seguire “da vicino” i lavori dell’assemblea, storici, giornalisti etc. Sommati agli appartenenti agli ordini religiosi di stanza nell’Urbe, agli insegnanti e agli studenti degli atenei pontifici, finirono per creare una specie di “massa d’urto” teologica e spirituale senza precedenti e, purtroppo, senza repliche nei tempi odierni. Ho scritto in un mio libro: “Nella Città Eterna nacquero in quel periodo (…) gruppi, associazioni o semplici reti di amicizia collegate al fervore conciliare. Fu un’epoca meravigliosa. Ci sentivamo protagonisti della vita della Chiesa, non più sudditi ma fratelli dei nostri pastori. In molte case come la nostra, ogni sera, si radunavano spontaneamente vescovi, teologi, laici. Vescovi e teologi desideravano confrontarsi con noi: il Concilio aveva fatto loro scoprire che anche ai laici lo Spirito dona carismi da indagare e onorare. Quelle sere in cui non si smetteva più di parlare, con gente anche seduta per terra perché le sedie non bastavano, scoprendo poi che fra quelli capitati lì senza sapere bene chi fossimo, c’era qualcuno di molto importante (potevano essere Hans Küng o Michel Novak); verso la mezzanotte arrivavano giornalisti o altri addetti ai lavori che soltanto a quell’ora riacquistavano la libertà - e Clotilde ccucinava chili di pastasciutta. Fu, anche dal punto di vista umano, una bellissima avventura, ci sentivamo fratelli di ogni età e nazionalità…”.
Ho parlato così a lungo del Concilio perché sono convinto che il "miracolo" della solidarietà di Monteverde per le madres e per i loro figli scomparsi non sarebbe stato possibile se le coscienze e le sensibilità dei credenti (e non soltanto dei credenti in Cristo) non fossero state per così dire "lavorate" dall'evento conciliare. Fu proprio il Concilio a modificare radicalmente anche la vita delle parrocchie. Convocate assai spesso dalla curiosità (se non l’ansia di capire) di una vasta parte di opinione pubblica, le parrocchie divennero centro di informazioni e di dibattiti. Emersero nuove capacità organizzative, leadership culturali, voglia di fare… Mentre le grandi organizzazioni “ufficiali” cattoliche entravano in crisi, si cominciò a parlare di “comunità di base”. Un mio amico mi disse una volta che prima di addormentarsi gli sembrava di udire … il ruggito dei tanti ciclostile che lavravano incessantemente a stampare documenti, appelli, riassunti di conferenze.
Tra la chiusura del Concilio e l'arrivo delle madres a Monteverde trascorsero 14 anni. Ha dunque davvero senso indicare nell'assise dei vescovi la matrice della nuova sensibilità cattolica? Sì, io penso, anche perché quegli anni furono contrassegnati da una serie di eventi che prolungarono dibattiti, conoscenze, tessiture di gruppi, interesse per il "Terzo Mondo" e per la presenza della Chiesa nei suoi drammi. Vi furono i viaggi transoceanici di Paolo VI, il Sinodo dei vescovi, l'esplosione del 1968 con la sua gioconda volontà di protagonismo, la distruzione di forme di socializzazione considerate servili, ì'identità giovanile assurta a valore di classe, ingenuità di ogni tipo, qualche violenza . Vi fu la promulgazione dell’enciclca paolina “Populorum progressio” che denunziava “l’imperialismo internazionale del danaro” e l’intollerabile oppressione degli assetati e affamati di giustizia; vi fu la vittoria del Vietnam, vittoria di un popolo poverissimo sulla più grande macchina di guerra della storia. Vi fu il convegno "sui mali di Roma" che vide da parte dei gruppi cattolici la coraggiosa denunzia di affarismi e compromissioni ecclesiastiche con palazzinari e politici corrotti. Vi fu i rifiuto dei “cattolici democratici” al tentativo di abolire il divorzio. Vi fu un rilancio della narrativa latino-americana: Amado, Garcia Marquez, Cortazar, Manuel Scorza…. Vi fu il golpe cileno che fece arrivare a Roma centinaia e centinaia di profughi politici: un evento che ebbe ampie ripercussioni sulla società italiana non soltanto perché il governo Allende era sembrato aprire una stagione di socialismo dal volto umano ma anche perché le forze politiche cilene avevano in Italia forze sorelle, cioè partiti omologhi. Vi fu la celebrazione, nel 1974, a Roma, della prima sessione del Secondo Tribunale Russell (un tribunale "di coscienza", cioè senza valore coercitivo, teso a una condanna morale delle violazioni dei diritti umani), avente come tema. "La repressione in Brasile e in America Latina". Presieduto da Lelio Basso, un grande giurista e senatore della Repubblica italiana, il tribunale, nella cui giuria erano presenti persone di fama internazionale, ascoltò decine di uomini e donne, sindacalisti e intellettuali, operaie e sacerdoti che testimoniarono, davanti a una grande platea, la soppressione di tutti i diritti costituzionali, le carcerazioni arbitrarie, l'atrocità delle torture, l'attività terroristica dei cosiddetti "squadroni della morte". Fu in quei giorni e davanti a quel tribunale che un cittadino statunitense denunziò la scomparsa in Cile di un suo figlio e i legami evidenti fra l'ambasciata USA a Santiago e i golpisti di Pinochet. Pochi mesi più tardi "Missing", con la straordinaria performance di Jack Lemmon, avrebbe mostrato a un pubblico immenso un caso di desapariciòn.
È interessante rilevare che la Conferenza episcopale brasiliana aveva auspicato, mesi prima, la costituzione di un tribunale internazionale che denunziasse le aberrazioni delle dittature latino-americane. Almeno tre cardinali e molti vescovi si adopravano al soccorso dei prigionieri politici brasiliani e delle loro famiglie. In una manifestazione di massa al parigino Velodromo d'Inverno monsignor Helder Camara, il più noto dei vescovi di quel Paese, aveva pubblicamente denunziato l'uso della tortura come strumento di governo da parte del regime militare. Papa Paolo VI aveva mostrato in vari modi la sua solidarietà per i prigionieri politici.
La situazione argentina delle cui atrocità "Lita" Boitano e le sue sorelle devono informare l'opinione pubblica italiana è assai diversa. C'è stata nel suo paese un'ondata di violenza che ha offerto ai generali ampio pretesto per il golpe. Molti bravi borghesi, da quel momento, li considerano difensori dell’ordine pubblico; anche le evidenti mostruosità della repressione, fra le quali le molteplici desapariciones di giovani, vengono in qualche modo giustificate: “Se gli è capitato, una ragione ci sarà pur stata…”. Sotto quel cinismo c’è una paura greve; le famiglie degli scomparsi, meglio non frequentarle; e meglio non vedere le imprese, talvolta persino ostentate, dei servizi segreti e delle polizie miitari. La comunità degli oriundi italiani è spaccata in due: vi sono discendenti dei nostri emigranti fra i delinquenti della Giunta, come il generale Leopoldo Galtieri, e fra le loro vittime: come i due figli di “Lita”. Lo ha ricordato recentemente Guido Rampini su “La Repubblica”: quando la CEE pensa a sanzioni nei confronti della dittatura militare entrata in guerra con la Gran Bretagna per la questione delle Falkand-Malvinas, un milione e 700 mila italo-argentini[1] firmano un appello al governo di Roma perché si opponga a quel provvedimento. Non è soltanto questione di nazionalismo e neppure di patriottismo: è – o è anche - la dimostrazione del consenso di cui godono ancora i generali.
L’ambasciata italiana a Buenos Aires chiude i cancelli in faccia a chi cerca asilo, il console Enrico Calamai è solo nel prodigarsi a favore dei perseguitati. Rischia sanzioni disciplinari. L’interscambio commerciale Italia-Argentina va alla grande. La Fiat di Buenos Aires consegna ai militari la lista dei sindacalisti di fabbrica. Non fosse per le interpellanze presentate dai senatori Gozzini, Granelli, La Valle, il Parlamento italiano risulterebbe del tutto inerte davanti alla tragedia che coinvolge tanti connazionali. Sarà il presidente della Repubblica Pertini ad accoglierne il grido, ad abbracciare le madres e il loro dolore, a promuovere un processo per gli assassini. Bisognerà attendere la IX legislatura (1983-1987) perché un folto gruppo di deputati[2] impegni il governo itaiano alla ricerca dei connazionali scomparsi. Giulio Andreotti, presidente del Consiglio all’epoca della mattanza argentina, racconterà anni dopo di avere esercitato qualche azione di soccorso rivolgendosi a un industriale toscano che produceva materassi in uno stabilimento di Frosinone. Gli risultava che godesse di grande prestigio presso i generali della Giunta militare. L’industriale toscano si chiama Licio Gelli; alla sua P2 sono iscritti in massa, in Argentina come in Italia, generali e ammiragli.
In Italia la P2 scalda sotto le proprie ali i direttori dei due più importanti mass-media e di un terzo, meno diffuso ma pur sempre seguito da un vasto pubblico: Di Bella del “Corrierone”, Colombo del TG1, Selva del GR2. Non c’è da meravigliarsi dunque se le notizie sull’Argentina trovano raramente spazio. Anche i giornalisti che vanno a Baires per i campionati mondiali di calcio sono pregati di non creare problemi. Quando su un tabellone dello stadio più importante compare, durante una partita, l’enorme disegno luminoso di un carro armato, la notizia e il riferimento al regime militare sono inevitabili, ma vengono pubblicati in misura molto soft. Nessuno scrive che qualcuno ha rischiato la pelle per urlare quell’immagine accusatoria. Senza Italo Moretti e pochissimi altri, l’Argentina, per gli italiani di quegli anni, sarebbe ancora la terra del tango e dei gauchos. Sì, magari anche di Borges: ma Borges tiene chiusi gli occhi, e non ancora per la cecità.
I profughi politici argentini in Italia non riescono a creare solidarietà. Intanto l’attenzione dell’opinione pubblica italiana si polarizza sul terrorismo delle BR e c’è chi farnetica di rapporti fra esse e i tupamaros argentini. Ma poi i profughi argentini, a differenza dei cileni non appartengono a forze omologhe ai partiti italiani. Sono tutti peronisti: ma che significa? I peronisti di destra (sempre che si possa usare una definizione che essi rifiutano) odiano quelli di sinistra e quelli di centro; l’odio è reciproco, furioso. Ricordo una cena in casa di Piero Basso, a Milano, nel tentativo di lanciare una grande iniziativa popolare di denunzia delle desapariciones. Erano presenti i rappresentanti di varie fazioni. Fu una sequela di pesantissime ingiurie reciproche. Vedevo Piero Basso sempre più pallido e a me veniva da piangere.
Anche la situazione ecclesiale argentina è ben diversa da quella brasiliana. La Chiesa “di base” paga duramente la sua testimonianza evangelica: i militari e gli squadroni della morte uccidono o fanno sparire 19 sacerdoti, 7 seminaristi, 4 religiosi e 2 suore; a centinaia si contano i morti e i desaparecidos fra i giovani che si recano nelle bidonvilles delle grandi città (le villas-miseria) per lavori sociali di volontariato: scuole popolari, assistenza sanitaria, catechesi etc. Occuparsi della povera gente significa essere considerati “rossi” pericolosi, Due vescovi che avevano levato la voce contro la ferocia della dittatura militare (monsignor Enrique Angelelli e monsignor Carlos Ponce de León) muoiono in incidenti stradali più che sospetti. Ma la quasi totalità dei vescovi argentini si limita a protestare genericamente contro le violazioni dei diritti umani, aggiungendo poi che certamente in momenti di emergenza non si può andare troppo per il sottile. Come dice un documento della Conferenza episcopale: “Si errerebbe in buona fede contro il bene comune se si pretendesse che gli organismi di sicurezza si comportassero con la purezza chimica dei tempi di pace, mentre ogni giorno scorre il samgue, che si togliessero di mezzo disordini dei quali tutti conosciamo la profondità (…) e non si accettasse il sacrificio, in nome del bene comune, di quella quota di libertà che la congiuntura richiede”. A tre mesi di distanza dal golpe, mosignor Pio Laghi, tiene un discorso: “I valori cristiani sono minacciati dalla aggressione di una ideologia che è rifiutata dal popolo. Per questo ciascuno ha una quota di respomsabilità, la Chiesa e le Forze Armate: la prima è inserita nel Processo (di riorganizzazione del paese) e accompagna le seconde, non soltanto con le sue orazioni ma anche con azioni di difesa e promozione dei diritti umani e della patria”. Promozione dei diritti umani? Laghi, futuro cardinale, va ogni tanto a giocare a tennis con l’ammiraglio Massera, forse il peggiore dei golpisti. Si arriva a una vera e propria contro-testimonianza evangelica quando la grande maggioranza dei vescovi nega risolutamente che vi siano desaparecidos. Ancora nell’inverno del 1982, il primate argentino cardinale Juan Carlos Aramburu. arcivescovo di Buenos Aires, dichiara in un’intervista al “Messaggero”: “In Argentina non vi sono fosse comuni e a ogni cadavere corrisponde una bara. Tutto è stato regolarmente registrato nei libri relativi… Desaparecidos? Non bisogna confondere le cose. Lei sa che vi sono desaparecidos che vivono tranquillamente a Roma…”.
Uno dei pochi vescovi argentini che non dimenticarono la loro missione, monsignor Miguel Esteban Hesayne, vescovo di Viedma, ha scritto: “Abbiamo mangiato con i torturatori, li abbiamo ricevuti nelle nostre sedi perché si discolpassero o, per meglio dire, perché riuscissero a ingannarci dicendo che si trattava di qualche eccesso. E, invece, non volemmo ricevere le madri dei desaparecidos che attesero un giorno intero sotto la pioggia alle porte dell’Assemblea Plenaria dell’Episcopato. Giorni fa, parlando con un altro vescovo, ci domandavamo: che cosa avrà detto Gesù nel momento in cui non ascoltammo il grido delle madri?”,
(Voglio dirlo. Rileggendo le testimonianze contenute in “Nunca Màs”, la
relazione della Commissione d’inchiesta istituita dal governo democratico di
Buenos Aires, dopo la cacciata dei golpisti, provo un grande senso di pietà nei
confronti di molti soldati della repressione. Il tradimento dei vescovi li
confermò nella convinzione di essere, come dicevano loro gli ufficiali,
difensori della patria ma anche della Chiesa. Nel rapporto figurano testimonianze come queste: “Nel carcere in
cui fui detenuto, prima di permettere che noi prigionieri, febbricitanti per le
torture, ci stendessimo sul nudo pavimento per riposare, i guardiani ci
obbligavano a recitare ad alta voce le prghiere della sera”; e: “In prossimità
del Natale fui portato a messa con una quindicina di altri prigionieri in un
locale della Escuela de Mecanica in cui ero imprigionato. Eravamo ammanettati,
incatenati alle caviglie e incappucciati. I cappucci ci furono tolti perché
potessimo confessarci e comunicarci. Mentre un cappellano militare celebrava la
Messa, da una stanza vicina venivano le grida di persone torturate…”).
Tale
è dunque l’inferno da cui arrivano a Monteverde “Lita” e le sue sorelle. Ma c’è
da aggiungere che il comportamento dell’episcopato argentino e presumibilmente
quello del Nunzio Laghi hanno confermato il nuovo papa nelle sue convinzioni
politiche. Sul soglio di Pietro non c’è più papa Montini, erede di una sensibilità e di una cultura antifasciste: dopo il
brevissimo pontificato di Giovanni Paolo I è ora alla guida della Chiesa Karol
Woityla, dominato da una preoccupazione per il comunismo che in alcuni momenti
sfiora una vera e propria osssessione, e perciò convinto che vi siano nel mondo
due tipi di dittature: quelle comuniste, tese a un futuro senza limiti,
radicalmente omicide e deicide, e quelle latino-americane che entrano
temporaneamente in funzione, come nell'antica Roma, quando le patrie sono in
pericolo..
L’unico elemento sul quale le madres possono contare, anche se forse non ne sono del tutto consapevoli, è la simpatia che l’immaginario collettivo italiano esprime per l’Argentina. È interessante notare che i primi emigranti italiani ad attraversare gli oceani sono profughi politici. Si tratta di alcune decine di genovesi che non accettano le delibere del Congresso di Vienna, il quale ha deciso di affidare l’antica repubblica marinara a quel montagnard cupo e di ristrette vedute che è il re di Sardegna, Vittorio Emanuele I . Questi liguri coraggiosi e testardi arrivano a Buenos Aires nel 1815, fondano un proprio quartiere, la Boca (dove ancor oggi risuonano parole del loro dialetto) e si guardano intorno; vent’anni più tardi il comandante di una fregata sarda che approda nello stesso porto annota che la “colonia” è in piena espansione e che “il commercio fluviale del Plata è quasi esclusivamente affidato a capitani genovesi”. I rapporti di questi emigranti con la loro città d’origine rimangono così stretti che già nel 1855 funziona un regolare servizio di linea fra Genova e Paranà, la capitale dell’epoca. Nella seconda metà del secolo XIX l’emigrazione italiana cresce vertiginosamente. “Merica” per centinaia di migliaia di italiani poveri e analfabeti vuol dire indifferentemente Stati Uniti, Brasile e Argentina. L’Argentina è la regione più disabitata e meno indstrializzata, una specie di Far West dove i contadini piemontesi, trentini o calabresi avanzano con i loro aratri e la loro testa durissima, incontrando la ferocia di banditi, le incursioni delle ultime tribù di “indios” e l’aridità di una terra che sembra senza speranze. Loro seguitano a sperare e a lavorare. In poco più di un decennio (1878-1892) l’Argentina si trasforma da paese importatore a uno dei tre grandi esportatori mondiali di grano. È un miracolo anche italiano: nel 1887 in molti distretti della regione cerealicola vi sono più italiani che argentini. In un suo rapporto l’ambasciatore britannico annota: “Molti dicono che un inglese morirebbe di fame in situazioni nelle quali un italiano si arricchisce”; ed Edmondo De Amicis, che visita le comunità italiane nel 1897, scrive: “Grano, danaro, grano, danaro, non si parla d’altro”.
Chi fa fortuna spesso torna in Italia da vecchio. In molti villaggi delle nostre vallate alpine “l’americano” è un emigrante tornato dall’Argentina. Di quell’immenso paese, comunque, parlano con reverenza anche gli sconfitti. Ha ricordato recentemente Giorgio Bocca: “Zio Mario, come quasi tutti a Cuneo, era andato in Argentina a cercar fortuna e avendo trovato soltanto lavoro duro, era subito tornato in Italia, alle partite di bocce e ai mezzi litri della Bocciofila sul viale degli Angeli. Ma dell’Argentina, da cui subito era fuggito, aveva conservato un ricordo da terra dei miracoli. Di qualsiasi cosa si parlasse, delle nostre povere faccende provinciali, lui faceva il contrappunto (….): "A Buenos Aires, invece….” .
Dopo la seconda guerra mondiale il fascino dell’Argentina torna a richiamare gli italiani immersi dal conflitto in una ansiosa povertà. In pochi anni 400 mila nostri connazionali varcano l’oceano, accolti con larga generosità mentre gli Stati Uniti contano avaramente l’immigrazione. Non c’è da meravigliarsi se quando, nel 1947, Evita Duarte de Peròn, l’ex attrice radiofonica divenuta la moglie ma soprattutto l’ispiratrice del generale- presidente, compie un viaggio in Europa, riceve in Italia accoglienze trionfali. Sono abbastanza vecchio per ricordare le immagini della ”Lider dei descamisados” (cioè dei poveri) su tutti i nostri giornali. Inaugura mense popolari, taglia nastri tricolori o bianco-celesto, compare nei maggiori teatri con una stola d’ermellino. Ha capelli biondo platino, il volto grazioso, un sorriso un po’ triste, che forse indica l’approssimarsi di un cancro che l’ucciderà di lì a pochi anni.
A quel’epoca era impossibile pensare che l’Argentina sarebbe riapparsa fra noi come una terra di dolore.
Chiamato a dare una testimonianza sui fatti di Monteverde, non riesco (e me ne dispiace grandemente) ad averne precisi ricordi “visivi”. Rammento bene che conoscevo da tempo l’impegno evangelico della parrocchia della Trasfigurazione e che mi impressionò grandemente la generosità dell’accoglienza fatta a donne praticamente sconosciute. Rammento anche di essere venuto una sera, durante lo sciopero della fame, ma ritrovo soltanto una confusa immagine di brandine disposte in una cappella laterale, sotto la statua di una Madonna. Mi sembra che ci fosse una piccola assemblea e forse qualche ragazzo che suonava la chitarra. Credo che la mia confusione dipenda dal fatto che negli stessi giorni avevano cominciato uno sciopero della fame, in una sede dell’ARCI, il gruppo degli Inti Illimani e i cantautori cileni Hugo Arevalo e Charo Cofrè. Le immagini si sovrappongono…
Ma ricordo distintamente, con una commozione che il tempo non ha
attenuato, il primo incontro con le madres.
Avvenne all’inizio dell’ottobre 1979 in una casa di suore polacche, in via
Cassia, la stessa in cui alloggiava Lech Walesa quando veniva a trovare l’amico
Wojtyla, Era in corso una riunione della Rete Radiè Resch, un’associazione di
solidarietà internazionale fondata 15 anni prima da me e da mia moglie Clotilde
su ispirazione di Paul Gauthier [3].
La Rete (diffusa in tutta Italia e animata a Roma da Mauro e Maria Paola
Gentilini) era impegnata nel sostegno a profughi palestinesi e a prigionieri politici brasiliani,
uruguaiani e cileni. Aveva collaborato intensamente alla celebrazione del
Tribunale Russell Secondo e si adoprava
nell’opera di contro-informazione. Suppongo che siano state refrenze del genere
a spingere le argentine a chiederci di ascoltarle. Pochi giorni dopo il nostro
incontro scrivevo in una lettera inviata a tutti gli aderenti alla Rete: “Quasi a sottolineare la necessità e lo stile
del nostro impegno, sono venute a parlare con noi quattro argentine,
rappresentanti della CO.SO.FAM (Commissione dei familiari degli scomparsi). Con
straziante serenità, senza una parola retorica, senza una parola di odio, ci
hanno illustrato l’orribile situazione contro la quale si battono, ormai da
anni: 30 mila persone, ree di avere (o sospettate di avere) opinioni contrarie
alla dittatura sono scomparse, talvolta prelevate da agenti di polizia, altre
volte rapite dalle organizzazioni para-militari fasciste. Le autorità affermano
di non conoscerne la sorte, negano che si trovino in carcere o in campi di
concentramento. Negano addirttura, nonostante la testimonianza di familiari
arrestati con loro e poi rilasciati, che siano mai state oggetto di
provvedimenti di polizia. Fra loro vi sono 7000 italiani, donne incinte e
bambini, anche piccolissimi.
“Adesso il governo di Videla ha
emanato una terribile legge che, secondo il CO.SO.FAM,, prelude al massacro dei desaparecidos ancora in vita. Secondo questa legge, le
autorità giudiziarie possono richiedere che gli “scomparsi” si presentino loro.
Se ciò non avviene entro novanta giorni, saranno considerati “morti presunti”.
“Queste sorelle non ci hanno
chiesto aiuti finanziari bensì un aiuto
morale e politico. Gli è rimasta una sola speranza: che il Papa (l governo
argentino si proclama cattolico e la religione cattolica è “religione di
Stato”) le riceva o comunque riesca ad ottenere, e comunicare loro, precise
informazioni da Videla sulla sorte degli scomparsi. Con molta semplicità, una
di queste mamme ci ha chiesto: “Sapete cosa vuol dire per una madre attendere
per tre anni notizie dei suoi due figli?”.
“Noi abbiamo promesso loro che
ciascuno di noi avrebbe scritto e avrebbe fatto scrivere al Papa lettere nelle
quali avremmo perorato la loro causa. Ci proponiamo di coinvolgere il maggior
numero possibile di comunità parrocchiali e di gruppi cristiani…”.
Così fu fatto.
Poi ci fu “l’Angelus” di Giovanni Paolo II. Nella circolare della Rete di novembre[4] se ne oarlava con soddisfazione ma si aggiungeva che si era trattato di un risultato parziale ed era necessario continuare il lavoro di sensibilizzazione del Vaticano. Diffondemmo anche una mia lettera aperta pubblicata dal quotidiano “Paese Sera” il 3 gennaio 1980 e indirizzata “Al Signor Ambasciatore della Repubblica Argentina, Roma”. Vi scrivevo: “Eccellentisssimo signor Ambasciatore, permetta che, prima di chiederLe un favore, io Le presenti i miei omaggi. Lei è certamente, infatti, persona assai importante: non solo per i suoi meriti personali, che suppongo illustri, ma anche perché rappresenta fra noi una nobile nazione. Non solo nobile, anzi, ma cara: l’Argentina, infatti, è familiare all’Italia, avendo centinaia di migliaia di nostri connazionali emigranti trovato laggiù pane e lavoro.
“È
appunto di questi italiani diventati argentini o di questi argentini nati da
italiani che vorrei parlarLe, signor Ambasciatore. Oggi non pochi di loro sono
inseriti in posti-chiave del governo, dell’economia, delle forze armate
argentine. I loro nomi e indirizzi sono facilmente reperibili: ciascuno di noi,
volendolo, può inviare loro un biglietto di deferenti auguri per l’anno nuovo.
Ma, signor Ambasciatore, io non riesco invece a conoscere il recapito di altri
figli di italiani e perciò oso chiederLe di aiutarmi nella mia ricerca. Queste
persone, alle quali, insieme con tanti altri amici, vorrei far giungere gli
auguri più affettuosi, sono almeno settemila e fanno parte di quei ventimila desparecidos
(cioè scomparsi) di cui altrettante
famiglie devastate dall’angoscia attendono – da mesi o da anni – qualche
notizia. Questi settemila figli di italiani, insieme agli altri tredicimila argentini
di varia ascendenza, non li ha portati via un cataclisma: sono stati
sequestrati, quasi sempre davanti a numerosi testimoni, da una delle polizie
argentine o da una squadraccia di fiancheggiatori del regime di Buenos Aires.
“Altri figli di italiani figurano
fra le centinaia di argentini brutalmente torturati nelle caserme e nelle
carceri. Se Le capitasse di dare un’occhiata al dossier pubblicato da Amnesty
International sul Suo Paese, Lei potrebbe, signor Ambasciatore, rendersene
agevolmente conto.
“Io non so dunque con quale animo
Lei se ne stia fra noi, dove può capitarLe ogni giorno di incontrare, sia pure
senza saperlo, qualche nonno o madre o cugino di una delle vittime della
dittatura che Lei, insieme con le altre realtà del suo Paese, rappresenta. Ho
però un dubbio. A causa delle continue violazioni dei diritti umani da parte
del regime argentino, il Consiglio dei ministri d’Europa ha raccomandato a
tutti i governi della Comunità di interrompere i rapporti diplomatici con
Buenos Aires. Roma non ha ancora accolto questa raccomandazione e Lei, signor
Ambasciatore, rimane fra noi. Ed ecco il mio dubbio: che Ella possa pensare che
a questa inerzia corrisponda l’indifferenza dell’opinione pubblica italiana per
la sorte dei democratici del Suo paese. Per togliere a me questo dubbio e a Lei
una possibile illusione, mi è sembrato allora il caso di scriverLe; e di farlo
attraverso un giornale i cui lettori, mi creda, sono, proprio come il
sottoscritto, tutt’altro che indifferenti a ciò che avviene nella Sua terra.
Con i più distinti ossequi”.
Da allora la Rete fu assai vicina a “Lita” Boitano, aiutandola nella sua instancabile opera di sensibilizzazione dell’opinione pubblica italiana sul dramma argentino; e spesso - e anche quando, nel 1983, ci congedammo da lei[5], in una festa all’ex Lavatoio Contumaciale (orribile nome per uno stabile monumentale) la ascoltammo parlare del suo incontro con la comunità di Monteverde e la parrocchia della Trasfigurazione con una riconoscenza che era ben più che “formale”. Aveva conosciuto, in molti luoghi e occasioni, nel suo calvario, il gelo di sacerdoti diventati squallidi burocrati, la solidarietà politicamente preziosa ma sentimentalmente inaridita da una privacy incapace di abbracci (i “ghetti” per esuli di cui parla nella sua testimonianza); a Monteverde, invece, aveva trovato faternità e sorellanza, comprensione e coinvolgmento. Una carica morale che le consentì di continuare la sua missione.
Pier Paolo Pasolini, che vi abitava, aveva descritto così, vent’anni prima, Monteverde:
Nel quartiere borghese, c’è la
pace
di cui ognuno dentro si contenta,
anche vilmente, e di cui vorrebbe
piena ogni sera della sua
esistenza. [6]
Intorno al grido sommesso delle madri il quartiere si schiuse, cento e cento persone accettarono che la loro “pace” fosse incrinata dalla esigenze di una solidarietà senza confini. Quest’evento merita una memoria lunga.
[1] O sedicenti tali. Il numero dei firmatari è chiaramente inflazionato; anche se tutti gli italiani o discendenti di italiani avessero sottoscritto l’appello, in quel tempo in Argentina essi non raggiungevano quel numero. La citazione di Rampini è comunque inesatta. Fu nel 1979 e a causa delle notizie certe sulle continue diffuse violazioni dei diritti umani che il Consiglio dei ministri d’Europa propose agli stati membri di ritirare i loro ambasciatori da Buenos Aires.
[2] Centosettanta. Primo firmatario, Ettore Masina.
[3] V. pag. 2. V. Ongaro E., Nel vento della storia. 30 anni della Rete Radiè Resch, Cittadella ed.
[4] Debbo alle capacità “archivistiche” di Mauro Gentilini la possibilità di citare questi documenti.
[5] Da allora “Lita” è tornata in Italia più e più volte, diventado una figura “storica” delle solidarietà
internazionale.
[6] P.P. Pasolini, La religione del mio tempo, Garzanti, 1961