A Silvia Montevecchi,
2003
Cara Silvia, la mia felicità è come un fiume carsico che torna in superficie di quando in quando: sorpreso, la contemplo e ne sorrido; ma ecco che subito si inabissa, sotterrata da qualche avvenimento che mi inquieta. Nella delusione che segue alla sua improvvisa scomparsa, mi sembra che essa non sia mai esistita o sia del tutto inaridita. I dolori, le apprensioni, il pessimismo sembrano l'unico paesaggio in cui la mia vita può muoversi; e tuttavia, come il rabdomante con la sua forcella, una parte di me continua a sentire quella vena sotterranea che corre e corre nei miei anni.
Talvolta la
mia felicità esplode gioiosamente come in una festa di fuochi artificiali.
Giocare con le mie nipotine, lasciarmi travolgere dalla loro infanzia,
sedere a tavola con le mie amiche e i miei amici, cantare con loro, con loro e
con Clotilde scoprire qualche meravigliosa zona della Terra… allora la mia
felicità è come un raptus, voglio dire: eccessiva, rumorosa, sregolata (nel
senso che le regole sembrano dissolte dalla gioia). Altre volte la mia felicità
è silenziosa, discreta, "stuporosa": sembra nascere da una specie di
sospensione dell'anima, come di chi sia penetrato in una regione misteriosa e
incantevole, in cui da un momento all'altra può comparire un angelo. Una volta,
tanti anni fa, all'alba, in un giardino di Petropolis,
sulle montagne che circondano Rio de Janeiro, vidi un
colibrì che si abbeverava nelle corolle d'un'orchidea nata nella notte. Beja-flores (bacia fiori) è il nome che i
brasiliani danno al colibrì: ed esso, battendo freneticamente le sue alucce sembrava sostare accanto al ramo con l'iridescenza
di un minuscolo arcobaleno. La sera prima mi ero addormentato avendo negli
occhi l'orrore della miseria di certe favelas; in
quell'alba mi fu ridonata una felicità profonda che mi sussurrava: "
Alcuni anni della mia infanzia sono stati tristi. A quattro anni ho dovuto subire un'operazione chirurgica che ha avuto come brutta conseguenza una paresi facciale. Avevo l'occhio sinistro spalancato, l'angolo sinistro della bocca stirato all'insù: ero un bambino orribile che riusciva a sembrare meno brutto se non rideva e non piangeva. Se cedeva ai sentimenti, allora i muscoli "malati" si ribellavano a ogni controllo. Ne ero consapevole. e credo di non avere riso né pianto per più di un anno. Penso che questo volesse dire essere esiliato dalla mia infanzia e dunque profondamente infelice. Tuttavia se oggi ripenso ai giorni in cui ero "ospedalizzato", anch'essi mi appaiono felici perché la mia mamma era lì, tutta per me, perché mi regalarono un meraviglioso mosaico di legnetti blu, gialli, rossi e verdi, perché una volta mi servirono tagliatelle "paglia e fieno", cioè gialle e verdi: che vi potessero essere tagliatelle verdi mai lo avrei creduto…
Accorgersi retrospettivamente di felicità che al momento non si sono vissute è condizione normale dell'uomo, ma io penso di avere imparato la lezione: oggi sono molto più attento a cogliere non soltanto le "grandi" felicità degli avvenimenti gioiosi, ma certe "piccole" felicità che sono come farfalle nel cielo di un panorama di rovine: o, talvolta, come voci infantili che sbeffeggiano discorsi di Personaggi che si credono importanti e sono squallidi.
Ha scritto uno dei miei amati poeti, Pablo Neruda: "Confesso che ho vissuto".
Lo dico anch'io per riconoscere che ho commesso un sacco di errori e una quantità di stupidaggini; che ho perso molto tempo in giochi un po' sciocchi e altro tempo per scrivere brutte poesie Alcuni di quegli errori, di quelle stupidaggini e di quei giochi li rifarei. tali e quali: gli uomini-tutti-d'un-pezzo, che non hanno difetti e non cedono mai al bambino che si portano dentro sono degli psicopatici o, almeno, hanno rinunziato a ogni felicità. Ciò di cui mi pento non sono i miei eccessi o le mie sciocchezze: ho imparato a essere misericordioso anche nei miei confronti. L'infelicità mi tocca invece con le spine del rimorso quando ripenso alle mie mancanze d'amore e all'uso stupido del danaro e a una certa ricerca di sicurezze che hanno connotato la mia vita. Questi peccati, se mi fosse dato di tornare indietro, cercherei di evitarli, con tutte le mie forze., ma siccome tornare indietro non è possibile, adesso spero nella bontà del Signore che, come ci ha assicurato l'apostolo Giovanni, "è più grande dei nostri cuori se i nostri cuori ci accusano".
L'unica lezione in tema felicità che mi piacerebbe lasciare ai miei figli, alle mie nipotine, ai giovani che mi fanno l'onore di ascoltarmi è quella di non avere troppa paura dell'infelicità. Vedo intorno a me gente che impugna il telecomando per fare uno slalom da un canale televisivo all'altro per non vedere immagini inquietanti; o volta il capo (e lo fa voltare ai figli) se per la strada incontra uno zingaro o un mendicante; che non vuole sapere che vi sono bambini come i suoi che muoiono di orrende malattie da denutrizione o da mancanza da acqua potabile; che, dunque, cerca di rinchiudersi in una specie di bolla di vetro, come quelle che dentro hanno una casetta e, se le scuoti, cade una neve senza inverno. Quella paura di infelicità immiserisce la vita. Arrivato alla vecchiaia, voglio testimoniare (e so che molti altri - e soprattutto molte altre- possono farlo) che c'è una piccola, ma reale, felicità un sorriso dell'anima, quando ci si è mossi sulla via del dovere; che si può cogliere una grande ricchezza (talvolta una ricchezza sconvolgente) quando ci si inoltra nelle rischiose regioni della solidarietà. I poveri non hanno soltanto dolori che noi dobbiamo cercare di consolare e rimuovere, stringendo la mano che essi ci porgono, non per ricevere un'elemosina ma per dare vita a un patto di reale fraternità: i poveri hanno spesso da donarci poesie e canzoni, esempi di coraggio e di amore reciproco e persino capacità di festa.
Se dovessi citare un esempio di felicità trovata con i poveri, indicherei il caso di monsignor Oscar Romero, "San Romero di America". Era un austero prelato caritatevole e solitario, nevrotico e conservatore per paura del nuovo. I poveri lo conquistarono. Lui andò a morire per loro, convinto che essi fossero sacramento visibile del Cristo. Ho scandagliato la sua vita e sono certo di poterlo dire: in mezzo a prove di ogni genere, a spettacoli atroci, a continue minacce , a frequenti attacchi di consapevole paura, questo arcivescovo "convertito dal popolo" provò attimi di consapevole felicità.