| Donald W. Winnicott, che nella doppia veste di pediatra e di psicoanalista ha curato migliaia di bambini in Inghilterra, per spiegare la sua teoria usava fare un disegno esemplificativo: un cerchio con all’interno un cerchio più piccolo. Come è facile intuire, questo semplice schema voleva rappresentare il Sé, ossia l’individuo nella totalità delle sue dimensioni psico-fisiche: il cerchio, il confine tra mondo interno e mondo esterno e il piccolo cerchio il nocciolo del Sè, il luogo da cui scaturiscono le motivazioni, le decisioni, le scelte affettive ed etiche, la sede della coscienza, o se volete, con un termine ormai poco usato, quella del nostro libero arbitrio. Winnicott , che si occupava soprattutto dello sviluppo nella prima infanzia, spiegava che un buon ambiente permette al piccolo cerchio interno di esistere in un isolamento tranquillo, di protendersi verso il confine con un gioioso moto esplorativo, e di adattarsi poi gradualmente agli influssi dell’ambiente esterno senza perdere il senso del Sé. Nel caso, invece, in cui l’ambiente esterno sia violento, il senso del Sé va perduto e il piccolo cerchio si ritira dal suo movimento esplorativo. Questo tipo di reazione valida per i bambini è possibile anche in noi adulti, dato che in ogni adulto c’è ancora l’infantile. Perché questo preambolo e cosa c’entra con il titolo di questo scritto?Perché in questi giorni la vicenda di Eluana è stata sentita da me e da molti altri come me come una violenza, una violenza quasi fisica accompagnata da forti emozioni . Mi sono sentita violentata non tanto dalla divergenza delle opinioni ma dal modo (Dante ha scritto “il modo ancor mi offende” ) offensivo, senza misericordia con cui è stato trattato il caso. Ho avuto in questa occasione una doppia identificazione: con Eluana sofferente (sono vecchia e potrei in un prossimo futuro ritrovarmi in una situazione simile), e con il padre di Eluana: in quanto madre e nonna, posso infatti immaginare che cosa si provi al capezzale di un figlio ricoverato, anche se fortunatamente non ho mai vissuto questa esperienza. Ho sentito che il nocciolo del mio Sè stava quasi perdendo il senso dell’esistenza, la voglia di vivere. Avrei voluto uscire da questo mondo come si scende da un tram.Il caso Englaro era evidentemente molto complicato ed era necessario, a mio avviso, che i nostri parlamentari e, per chi crede, i nostri pastori ci aiutassero e viverlo con le loro competenze e iniziative. Se avessero voluto farlo, invece di contendere violentemente e invece di irrigidirsi su formule da manuale, avrebbero, gli uni e gli altri, potuto indicarci documenti risolutivi o almeno chiarificatori: i parlamentari, la nostra splendida Costituzione, elaborata con uno straordinaria concordia tra tutte le forze politiche, cattoliche e non, presenti a quell’epoca in Parlamento; i vescovi spingendoci a rileggere quel documento conciliare sulla libertà di coscienza, che tanto emozionò la nostra generazione. Mi hanno offesa le certezze con cui sono state difese certe posizioni in una materia molto complessa come quella della risonanza magnetica che produrrebbe risposte corticali allo stimolo anche nello stato vegetativo, come se non vi fossero diversità tra un caso e l’altro. Mi ha offeso che certi genitori ascoltati nei dibattiti televisivi abbiano paragonato la situazione di Eluana a quella dei loro figli, drammaticissima e terribile da sopportare, ma non uguale a quella della giovane Englaro se non altro per la lunghezza temporale. La discussione sui nutrienti, se fossero o no un farmaco, è stata portata avanti tra le due fazioni in modo poco scientifico e a volte addirittura osceno. Oscena infatti è stata l’immagine delle pagnotte e delle bottiglie di acqua alzate, a Lecco, verso l’autoambulanza che trasportava un corpo martoriato che non poteva deglutire da anni e anni. Come è stata tremenda la richiesta di quel famoso medico, che davanti alla clinica udinese, pochi minuti dopo la morte di Eluana chiedeva -probabilmente in nome della “difesa della legge di Dio” - che venisse fatto un esame tossicologico, implicitamente tacciando di omicidio l’équipe medica che aveva seguito Eluana in tutta la sua vicenda. . Oltre che smarrimento ho provato rabbia e il desiderio di uscire da una istituzione – la Chiesa - che almeno nei suoi rappresentanti più autorevoli e in molti suoi aderenti sembrava non mostrare misericordia per il dramma di Peppino Englaro. È per imitare , anche se malamente, l’atteggiamento misericordioso di Cristo che mi sono fatta cristiana, altrimenti l’appartenenza alla Chiesa non avrebbe senso. Poi però ho riflettuto, ho cercato di calmarmi e di trovare emozioni più adeguate al mio essere adulta. È il bambino che si smarrisce, che si deprime oltre misura, che è preso da rabbia distruttiva quando gli si fa violenza. L’adulto dovrebbe avere la serenità di esaminare i fatti, di non generalizzare in un eccesso di emozione, di confrontarsi con gli altri e di denunciare l’abuso quando ritiene che vi sia, dandosi il diritto di criticare chi sbaglia e il dovere di rispondere ai bisogni d’amore degli afflitti. I profeti lo facevano e molti di loro hanno pagato duramente per le loro posizioni che cercavano la verità, anche se purtroppo l’evidenza della loro verità si è dimostrata tale, molte volte, soltanto dopo secoli. Anche noi, pur nella modestia della nostra piccolezza, abbiamo il diritto di indignarci, di essere dei piccoli profeti e di dire ai pastori della Chiesa, che noi amiamo perché è anche madre di santi, che certe mancanze nello stare vicino a chi soffriva ci hanno addolorato e ferito e certe loro posizioni hanno umiliato la nostra intelligenza. I nostri figli, del cui amore siamo sicuri, non ci criticano forse quando noi genitori sbagliamo? |