Matrimoni che curano

Gli psicologi che si occupano dei genitori di bambini e adolescenti in difficoltà e di coppie che attraversano gravi crisi si imbattono spesso in una forma di matrimonio che definirei “curativo”.
I coniugi si sono sposati per amore; un amore, però, in cui la componente di illusione era molto forte e, dunque, suscettibile di provocare prima o poi dolore mentale rispetto alle aspettative non realizzate.
 Il matrimonio curativo riguarda persone che hanno molto sofferto nell’infanzia e nell’adolescenza per via di figure di attaccamento inaffidabili: i genitori, ma anche i loro succedanei -zii, nonni, professori, fidanzati - e che hanno visto nel matrimonio un’occasione di riscatto. Essi hanno offerto al partner, l’erede delle figure oggettuali primarie, ma anche a se stessi, una chance di riabilitazione. “Fino ad oggi ho incontrato persone che mi hanno fatto soffrire – si sono detti - ma ora, finalmente, potrò liberarmi della mia diffidenza perché questo amore è degno di affetto e di considerazione e saprà certamente ripagarmi di tutte le mie sofferenze”; “Finora ho pensato che ci fosse in me qualcosa di sbagliato che faceva finire male tutte le storie che cominciavo. Adesso c’è qualcuno che è pienamente soddisfatto di me e posso ricredermi”. Quando si ricostruisce la storia del matrimonio di coppie che vivono un forte stato di crisi ci si accorge che nel momento fondativo della relazione erano sempre presenti dubbi sul proprio  partner:  l’una, ad esempio, racconta episodi che segnalavano il rischio di essere tradita;  l’altro, ricorda certe contraddizioni nel comportamento della partner, che ora era affettuosa e  presente, ora assente e lontana. Eppure ciò non è stato considerato sufficiente per approfondire la relazione e chiarirsi le idee prima di impegnarsi con il matrimonio oppure facendo un figlio. Si riscontra spesso l’antica presenza di una specifica “fantasia di salvazione”. “Mi ero accorta che qualcosa non andava ma pensavo di riuscire a cambiarlo”; “Pensavo che grazie al mio amore lei si sarebbe tranquillizzata e fidata di più”. La coppia si è generata, per così dire, in uno stato di dissonanza cognitiva, in cui gli eventi critici sono stati neutralizzati perché avrebbero comportato la dolorosa necessità di affrontare la coazione a ripetere, cioè la tendenza a stabilire ciclicamente relazioni viziate dai problemi non risolti del proprio passato.
Il matrimonio non ha rappresentato un progetto di sviluppo della propria esistenza ma è stato inconsciamente concepito come una auto terapia per curare il deficit affettivo. La relazione matrimoniale piuttosto che favorire una complessificazione e un arricchimento della propria vita emotiva, che avrebbe però messo a nudo i propri punti fragili e richiesto un faticoso lavoro di elaborazione psicologica, ha funzionato, al contrario, come una sorta di scorciatoia per appagare i propri desideri senza mai confrontarsi con eventi e sentimenti critici e disturbanti. Tuttavia, il contatto con gli aspetti problematici non è stato superato ma solo rimandato, perché ciò che è stato rimosso tende inevitabilmente a ripresentarsi alla coscienza.
 La “terapia matrimoniale” è dunque destinata a fallire e di solito ciò si manifesta in maniera improvvisa e psicologicamente devastante. Non solo perché ci si accorge con dolore di quanto prima non si poteva e voleva vedere ma anche perché l’intensità della delusione è tale da trascinare i partners in un meccanismo di contro elaborazione distruttiva della intera loro relazione. I coniugi si sentono traditi e defraudati dal compagno: al punto da considerare falsi e strumentali anche gli elementi autentici che hanno nutrito e vitalizzato il rapporto. Durante la crisi è per loro impossibile tollerare quello che gli psicologi chiamano stato di ambivalenza emotiva, cioè uno stato psicologico in cui si è consapevoli che la stessa persona ci suscita contemporaneamente sentimenti di attrazione e di repulsione, di amore e di odio;  l’ambivalenza, infatti, produce conflitto (Lo amo oppure lo odio? Posso perdonarlo e ricominciare, oppure devo divorziare perché ciò che è accaduto è intollerabile?), comporta la fatica di pensare pensieri difficili e impedisce di proiettare sul partner tutta la colpa di ciò che non è andato. E’ come se i coniugi scegliessero di usare la strategia del “tanto peggio, tanto meglio”, nel disperato tentativo di rendere chiaro e univoco, e dunque controllabile razionalmente, ciò che invece è oscuro, indecifrabile e fonte di emozioni ingestibili.
Mentre la parola d’ordine diventa “si salvi chi può” la relazione matrimoniale affonda perché nessuno se ne fa più carico. Infatti, il fallimento del matrimonio curativo quasi mai conduce la coppia nella stanza dello psicoterapeuta. Più frequentemente, apre la porta a interminabili cause di separazione giudiziale in cui avvocati, giudici e periti sanciscono l’impossibilità dei partners di dare un senso psicologico condiviso a quanto è loro accaduto.  Quando, invece, la coppia riesce a chiedere aiuto allo psicologo è possibile creare progressivamente un clima affettivo che consente di usare diversamente lo spazio comunicativo: non più per recriminare e lamentarsi delle offese subite ma per pensare ciò che era stato solo vissuto sul piano emotivo. I partners sono aiutati a vedersi come artefici di una relazione che ciascuno dei due ha contribuito a costruire nel corso del tempo piuttosto che come vittime dei comportamenti dell’altro. i silenzi si sciolgono, vengono nominati sentimenti prima indicibili, il pianto può essere ascoltato e, almeno in qualche misura, compreso.
Ma, soprattutto, si riesce a capire che la relazione di coppia, come qualsiasi altra relazione umana, se vuole evolvere e consolidarsi richiede impegno e partecipazione e va costantemente valorizzata. I coniugi possono allora scegliere di rimanere insieme, cercando di riparare quanto è stato, spesso inconsapevolmente, danneggiato, oppure di separarsi, condividendo però la necessità di proteggere i figli insieme con gli altri aspetti fecondi che sono stati dati e ricevuti.

Emilio Masina (2-1-2010)