Perchè non mi dai del tu
Emilio Masina
“Perché non mi dà del tu, dottore?” mi chiedeva insistentemente la ragazza ventitreenne che avevo di fronte. Stavamo parlando ormai da una mezz’ora dei suoi problemi psicologici o meglio dei problemi che lei non aveva. Era venuta a parlare con me solo perché la madre aveva tanto insistito. In fondo la vita le andava bene così: l’università interrotta perché troppo faticosa e competitiva, qualche lavoretto ogni tanto per pagarsi le spese, un mucchio di amici con cui divertirsi. Che poi mangiasse troppo e si fosse molto appesantita era un aspetto passeggero: quando voleva sarebbe dimagrita con una dieta ad hoc. La madre le diceva che era una succhiasoldi ma poi le dava comunque quello che chiedeva. In fondo, guadagnava bene e per lei non era un sacrificio troppo grosso. L’unica cosa che la ragazza era disposta ad ammettere era la propria pigrizia: “Sono fatta così e me ne sono fatta una ragione”. Eppure quella domanda riproposta con insistenza, quel tu invocato e anzi preteso rivelava un aspetto nascosto. La rappresentazione di giovane adulta, che il mio darle del lei sottintendeva, l’aveva fatta sentire respinta, spiazzata nella sua fantasia di proporsi e di essere considerata come una bambina da prendere in carico ed accudire.
Parlando di questo suo sentirsi offesa e umiliata dal mio “lei” riuscimmo a capire che il problema era quello di aver congelato la sua vita nello stato di eterna bambina- adolescente, spaventata dalla crescita e dalle responsabilità che ciò comportava. Quando era passata dal mondo soffocante ma ben ordinato della scuola privata a quello più libero ma caotico della scuola pubblica si era spaventata e si era fatta bocciare. E anche le due facoltà universitarie che aveva frequentato non le avevano offerto stimoli adeguati al suo bisogno di essere orientata e sostenuta. Mi confidò che avrebbe voluto fare la giornalista e che il suo sogno più grande era quello di avere una rubrica tutta per lei su cui scrivere qualcosa di testa sua, dalla A alla Z. Dallo spazio della rubrica alla possibilità di aprire uno spazio di colloquio con un adulto competente il passo fu breve e andò via più sollevata, con la promessa di ritornare la settimana dopo e un’ultima frase, un po’ sibillina: “Lei è l’unico psicologo che ho incontrato che non mi ha fatto piangere!”.
Mi sento spesso domandare quali sono i problemi prevalenti dei giovani di oggi. E talvolta mi viene in mente quella ragazza grande che pretendeva il tu. Sembra che oggi l’aspirazione di tanti ragazzi sia quella di passare il pomeriggio davanti ai cartoni animati che vedevano da piccoli, o di avere la macchinetta così simile - anche se assai più costosa – a quella che guidavano quando erano bambini. Non trovano nella società quel calore, quell’affetto incondizionato che hanno sperimentato in famiglia. Si sentono in un mare aperto e troppo agitato, in cui le loro emozioni sembrano assumere contorni violenti e ingestibili. Non incontrano chi li aiuti a traghettarsi dal mondo dell’adolescenza a quello della maturità.
Sono giovani che cercano di dare fissità al loro sguardo per contrastare la temuta precarietà del loro futuro. Si afferrano al passato e sono pronti a morire di nostalgia per quello che avevano e non hanno più ma scambiano la libertà e il dinamismo della vita con uno stato d’animo rassegnato e un po’ cinico. Quando ci parli li trovi spesso sorpresi di fronte alla proposta di lavorare insieme per dare rappresentazioni più nitide della loro esistenza, mentre sono spesso disposti ad affermare che sono pigri, oppure orgogliosi; autodiagnosi ingenerose rispetto alle loro potenzialità ma che hanno il pregio di rispondere una volta per tutte alla domanda “Chi sono io? E cosa voglio?”. Insomma, chiudono la partita prima ancora di averla giocata. Ma certo quante brutte partite vedono giocare da noi adulti a cui dovrebbero ispirarsi come modelli! Molti giovani oggi vivono come sospesi nel tempo e sembrano dire “Non so se mi va di vivere”. Ma se ci poniamo all’ascolto la loro sembra soprattutto una sfasatura, uno scollamento fra il passato che conoscono fin troppo bene e uno stato futuro che gli riesce difficile da immaginare. I genitori, i professori, gli adulti di riferimento devono impegnarsi a creare ponti per ridurre la discontinuità, parole per esprimere emozioni indicibili, criteri per analizzare e comprendere la realtà.