“Mi capita spesso di farmi una canna prima di venire da lei e dopo che la seduta è finita”. Così Giorgio, venti anni, introduceva nella nostra analisi la questione del fumo. Ci fu chiaro già da questa prima comunicazione e sempre di più via via che approfondivamo l’argomento che le canne rappresentavano per Giorgio un modo con cui evadere il doloroso contatto con la realtà. Quella esterna, cioè i rapporti complicati con i familiari, con la ragazza - che corteggiava, invano, da un paio di anni - e con lo studio, che avviava e abbandonava secondo l’umore del momento; ma anche il contatto con la realtà interna, cioè con i suoi pensieri e sentimenti, caotici e confusi, tanto da fargli ammettere spesso che non ci capiva proprio niente.
Era spaventato soprattutto dalla forza delle emozioni che, in momenti del tutto imprevedibili, sembravano possederlo. Stava parlando teneramente con Matilde di quanto le volesse bene e gli fosse necessario vederla e, tutto a un tratto, veniva colto da una grande rabbia, al punto da accusare la ragazza di insensibilità e crudeltà nei suoi confronti o, addirittura, dal prenderla a parolacce. Oppure, stava giocando a carte con gli amici, divertendosi un sacco ma alla prima perdita il sangue gli andava alla testa e doveva abbandonare precipitosamente la riunione per non esplodere. Non tollerava nemmeno le sconfitte della squadra del cuore, che lo gettavano in un profondo stato di scoramento.
I moniti dei genitori e del medico di famiglia che lo mettevano in guardia rispetto al pericolo che quell’intenso fumare rappresentava per la sua salute non gli facevano né caldo né freddo. Sembrava indifferente anche al fatto che un paio di suoi amici fossero incappati nei controlli della polizia, con sospensione della patente e rischio di finire, alla prossima occasione, in galera. Mi diceva che fa molto più male il consumo del tabacco e dell’alcool e che la patente si può perdere ma poi recuperare: in fondo, non era poi tanto necessaria per vivere! Era stato, invece, più interessato quando gli avevo chiesto se l’intensificazione del suo fumare era da mettere in connessione con l’inizio della nostra terapia, trattamento che lui stesso aveva chiesto a causa di una sensazione di stallo e di inconcludenza della sua vita che lo faceva molto soffrire. La sua risposta affermativa e lo spiegarmi che quanto venivamo faticosamente scoprendo nei nostri colloqui veniva per così dire impacchettato e neutralizzato dal cordone sanitario delle canne ante e post seduta, ci aveva consentito di condividere quanto fosse frustrante e antieconomico questo sistema. Ogni volta, cioè, ci ritrovavamo a cominciare daccapo; dovevamo, ma in realtà era un lavoro che Giorgio delegava quasi interamente a me, lottare contro il suo intontimento e aprire faticosamente degli sprazzi di lucidità e di comprensione sulla sua vita mentale e sulle relazioni che Giorgio andava stabilendo con gli altri, inclusa quella con me. Ma quegli sprazzi, quegli iniziali chiarimenti, i primi commenti sui sogni misteriosi che lui aveva cominciato a fare e a riferirmi, venivano attaccati e storditi non appena la seduta finiva. Insomma, i nostri sforzi erano resi vani da un sabotatore interno che contrapponeva alla fatica e alla scoperta di aspetti inquietanti della vita mentale di Giorgio, una seduttiva sensazione di quiete e di rilassamento di tutte le tensioni. Fumare, cioè, rappresentava per il mio paziente un farmaco antidolorifico con cui cercava di curare, tacitandola, la sua paura di impazzire. Anche se avevamo cominciato la terapia già da sei mesi fu quella consapevolezza condivisa sul significato del fumo che fece partire veramente il nostro lavoro. Giorgio si impegnò a ridurre le canne e ci accorgemmo immediatamente di un cambiamento nella qualità della relazione con se stesso e con me. Era diventato più attivo: non si fermava più dopo avermi fatto una comunicazione nell’attesa che fossi io a lavorare per scovarne e interpretarne il significato ma provava a fare delle ipotesi, tollerando il rischio di confrontarsi con l’ignoto e con i dubbi sulla strada da percorrere.
Giorgio si accorse con sorpresa, una scoperta in cui si imbattono prima o poi tutti i pazienti in psicoterapia, che il dolore andava aumentando via via che acquisiva consapevolezza della portata e del significato dei suoi problemi ma che, contemporaneamente, si sentiva più forte e fiducioso nella possibilità di prendere in carico e gestire la sua vita. |