I miei libri

Intervista di Germana Luisi per “R-notes”
 
A quanti anni ha letto il primo libro e qual è stato?

Avevo 7 anni quando, a Bengasi, la direzione della Scuola elementare mi regalò tre libri della “Scala d'oro”. Due erano racconti che avevano per protagonista un minuscolo ragazzino chiamato Tompusse; mi sembrarono un po' stupidi. Il terzo era una riduzione della saga dei Nibelungi e si intitolava “La leggenda di Sigfrido”. Lo divorai in due giorni sulla spiaggia della Giuliana, che adesso non c'è più. Questo mi confonde un po' i ricordi. L'eroe wagneriano, anziché nelle nebbie delle foreste nordiche e delle battaglie, mi sembra immerso nel meraviglioso violetto del mare libico.

Qual è l'ultimo testo che ha acquistato?

Le “Lettere ai giovani” di Siro Lombardini, un amico della giovinezza, subito abbandonato, per precauzione, quando diventò ministro. In questo libro, pubblicato da Rubbettino e per il momento appena sfogliato, ho già ritrovato in pagine toccanti molte delle mie convinzioni sulla ineffabilità di Dio.
 
Se Masina fosse un libro, che libro sarebbe?

Una versione ridotta e sbiadita de “Il Milione” di Marco Polo.
 
... e se fosse un personaggio di un romanzo?

Qualche volta, in momenti di autocritica (eccessiva, spero) mi è capitato di pensarmi come il Lebediev de “l'Idiota” di Dostoievski: un poveraccio ipocrita, furbo ma intellettualmente mediocre. La vecchiaia mi ha un po' addolcito, oggi mi considero un po' meno odioso.
 
Si legge più per evadere o per saperne di più?

Per “sentire” di più: e dunque per comprendere meglio se stessi e gli altri e per cogliere colori, suoni, storie, luoghi, sorrisi, l'infinita varietà della vita, le possibilità che la vita ci offre di essere un po' più allegri e più buoni.
 
Quali libri l'hanno fatta evadere e quali l'hanno invece fatta crescere?

Calcolo di avere letto 2000-2500 libri nella mia lunga vita. Mi è quasi impossibile, dunque, rispondere a questa domanda. Se mi lascio andare al primo impulso, mi vien fatto di dire: “Kim” di Kipling e “L'isola del Tesoro” di Stevenson, per quanto riguarda l'evasione; e in più, sempre per quello che Lei chiama “”evasione”, un libro che nei ricordi mi sembra stupendo ma che ho smarrito e non sono più riuscito a ritrovare. Il titolo era: “Il principe fantasma”, L'autore, Fucini o Fusili; l'editore non lo ricordo.

Come elementi fondamentali della mia scrittura, citerei un altro libro di cui non ricordo autore ed editore: “Trader Horn”, storia di un vecchio cacciatore di elefanti piombato in una dignitosa miseria; e “Dialogo con la morte” di Arthur Koestler. Come fonte di crescita etica e politica, furono per me fondamentali “La condizione operaia” di Simone Weil, pubblicato dalle Edizioni di Comunità, e “La battaglia” di Steinbeck, edita da Bompiani.
 
Qual è l'ultimo saggio che ha letto?

Il mirabile “Il tempo di cambiare. Politica e potere della vita quotidiana” (Einaudi), di Paul Ginsborg, uno degli inventori dei “girotondi”. Raramente ho trovato una descrizione dei pregi e dei difetti della realtà italiana più profonda ed empatica.

 
... e quale l'ultimo racconto?

L'abominevole “Il mio nome è nessuno” (Einaudi), un romanzo di cui quattordici scrittori hanno scritto due capitoli ciascuno. Chi ha preso sul serio lo spunto fornito da Antonio Skármeta (scrittore che comincia ad essere insidiato dal suo stakanovismo) lo ha fatto in maniera quasi comica; chi l'ha fatto per il proprio divertimento ha scritto pagine che non si perdonebbero a uno studente liceale. Purtroppo il contributo italiano si distingue per un continuo linguaggio da caserma, insistito sino alla noia. Un esempio? “Ghignava come stesse cacando una pala di cactus”. E poi via, con descrizioni di manipolazioni genitali e ossessioni tafofobiche. L'autore di queste credute prodezze è Niccolò Ammaniti.
 
In genere si chiede «se dovesse salvare un libro, quale sceglierebbe?». Capovolgiamo la domanda: se dovesse eliminarne uno, quale preferirebbe far scomparire?

Quello appena citato. Piange il cuore se si pensa che per stamparlo si sono tagliati degli alberi.
 
A parte quelli che già sono nei programmi delle scuole ( I promessi sposi e La Divina Commedia ) quale libro farebbe studiare negli istituti d'istruzione?

Sarò relitto d'altri tempi, ma non ho dubbi: “Le confessioni di un italiano” di Ippolito Nievo. Nelle mani di insegnanti devoti alla cultura e capaci di far superare ai ragazzi alcune pagine tanto noiose quanto quelle manzoniane sulle grida, “Le confessioni” è un gioiello di storia e di letteratura. La Pisana è il più bel personaggio femminile della narrativa italiana.
 
Quale libro regalerebbe a un uomo politico?

A quelli che si proclamano cristiani, la Lettera detta “di San Giacomo”. A tutti il rapporto di Amnesty International sugli orrori di Guantanamo.
 
Un libro che l'ha fatta commuovere e uno che l'ha fatta innervosire.

Per la commozione: ”Rulli di tamburo per Rancas”, di Manuel Scorza, Feltrinelli. Per il”nervoso”: Jorge Amado, “In giro per le Americhe” (Einaudi). È il classico esempio di spremitura commerciale di un autore famoso, la raccolta di articoli obsoleti, anzi stantii, di nessun interesse per il lettore italiano, neppure il più appassionato ammiratore del Grande Brasiliano (quale anch'io sono).
 
Quale classico, secondo lei, non dovrebbe mancare nelle case degli italiani?

Il problema non è quello del possesso ma quello della lettura, come mostrano, del resto, gli stupidi quiz televisivi.
 
Prima di terminare l'intervista, consigli qualche buon libro a chi ci legge...

Detesto Mario Vargas Llosa per le sue posizioni politiche e per quello che definirei il “Ciclo della matrigna” (banale erotismo commerciale), ma penso che alcune sue opere rimarranno nella storia della letteratura. “La zia Julia e lo scribacchino” (Einaudi), “La casa verde” (id.) e soprattutto “La guerra della fine del mondo” (id.) sono state per me indimenticabili letture. Per gli autori italiani, Carlo Emilio Gadda è più che un maestro.