Arafat e la "sura" di Maria

JESUS, dicembre 2004

Penso che quando seguiva la messa della notte di Natale nella basilica della Natività a Betlemme, come sempre fece fino a quando smise di andarci per richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica internazionale  sulla insostenibile  situazione  dei palestinesi "occupati", Yasser Arafat tornasse col pensiero  alla sura (capitolo) del Corano detta "di Maria". Questo testo profondamente  religioso, che racconta con toccante poesia il parto verginale della Madonna, non allontanava il leader palestinese  dal   dramma della sua terra, come succede a noi cristiani che, proprio a Natale, ci lasciamo sedurre da un dubbio candore e dimentichiamo la realtà; lo poneva, invece, anche in quelle ore, al centro del conflitto mediorientale, dello strazio dei Luoghi sacri alle tre religioni monoteiste . Il Libro santo dell'Islam proclama infatti evento di fondamentale importanza la nascita di Gesù: "un Segno per gli uomini, un atto di clemenza divina ", e fa dire al Bambino ancora in fasce: "In verità io sono il Servo di Dio, il quale mi ha dato il Libro e mi ha fatto Profeta"; ma vi vengono ricordati anche i grandi patriarchi di Israele. Abramo (il cui nome è citato nel Corano più di qualunque altro) e Isacco e Giacobbe e Mosè e Aronne.

Arafat, nella sua preghiera, vedeva dunque muoversi davanti a sé gli antichi padri del popolo di Dio, e insieme Gesù e Maometto, li scorgeva rendere sacra più ogni altra  la terra di Palestina; e nello stesso tempo era divorato dalla passione politica. Lo volesse o no (e lo volessimo o no anche noi) egli si sentiva chiamato a cogliere la sfida fatale lanciata al popolo arabo, nel 1917, dalle necessità belliche della Gran Bretagna e, trent'anni dopo, dal complesso di colpa delle grandi Potenze per non essere intervenute contro la Shoa; una sfida crudele, infine, rinnovata nei nostri anni, dall' egoismo - un po' inetto, molto vile -  dei governanti e dell'opinione pubblica mondiale che addossa-vano, e continuano ad addossare, ai palestinesi l'enorme peso di un risarcimento  che sarebbe toccato agli europei.

Arafat amava la sua terra appassionatamente.  Ricordo un incontro con lui, una sera, a Tunisi, nella piccola villa in cui egli aveva stabilito uno dei suoi errabondi quartieri generali. La delegazione parlamentare di cui facevo parte era arrivata in anticipo su di lui che tornava da un viaggio nel Mali. Era calato il tramonto, nell'attesa gli uomini armati continuavano a servirci the e frutta. Era evidente il loro tentativo di trattarci amichevolmente, ma ad un certo punto mi accorsi che una cosa mancava a quella cordialità: nessuno dei nostri ospiti sorrideva, quasi che le traversie di una vita travolta da una guerra senza fine avesse per sempre cancellata ogni gioia dai loro volti. Quando giunse, Arafat era chiaramente sconvolto dalla stanchezza, tuttavia ci trattenne a lungo. Mi sorprese l'argomento della sua conversazione: aveva appena ricevuto da un'organizzazione  pacifista americana un calcolo delle migliaia e migliaia di ulivi espiantati dalle truppe e dai coloni israeliani  per  costruire nuovi insediamenti  e strade "riservate". Parlò di quegli ulivi come se parlasse di bambini, amorosamente cresciuti dal suo popolo; poi, d'un tratto, sollevò il capo e disse: "Ma certo! Anche per voi cristiani gli ulivi della Palestina sono piante benedette".

Credo che la religiosità di Arafat gli abbia dato la possibilità di comprendere cose che la sola politica non riesce a spiegare, dato che spesso la politica non può spiegare perché certe forze giochino o meno al di là della sola razionalità;: e che per questo egli abbia avuto un'importanza straordinaria nel mondo arabo a che il conflitto palestinese-israeliano rimanesse un fatto "laico", non assumesse, nonostante la sua localizzazione, le caratteristiche  di una guerra di religione o di civiltà; e credo che per questo rifiuto di servirsi di pretese puramente islamiche, di contrapporre sacralità a sacralità, abbia poi, nonostante le roventi accuse israeliane, scontentato molti dei suoi (in particolare i fondamentalisti) ma acquistato il rispetto di molti operatori di pace. Benché, un po' alla volta, reso meno monolitico dalla pressione dei fatti compiuti e dalla preponderanza della propaganda israeliana, l'atteggiamento della Santa Sede fu, per esempio, molto spesso inequivocabile; e forse anche per questo Arafat ebbe cari gli incontri con Giovanni Paolo Secondo: dodici nei ventisei anni del pontificato di Karol Woytjla, undici in Vaticano e uno nel marzo 2000, a Betlemme. Così le parole del portavoce vaticano: "Egli è stato un leader dal grande carisma, che ha amato il suo popolo ed ha cercato di guidarlo verso  l'indipendenza nazionale", sembrano oggi  fondersi con quelle che la sura  "di Maria" dedica al nuovo Eden e alle anime dei Giusti: "E colà essi non udranno parole vane, ma soltanto: "Pace!".