JESUS
aprile 2004
CONGAR,
MARTIRE DELLA CHIESA
E' morto nel 1995 e questo mese compirebbe cento anni, tuttavia è difficile pensare a lui come a un vecchio. Ha lasciato alla Chiesa tesori di sapienza, una grande mole di pagine che si leggono ancora e risultano attualissime. Quando, poco prima di morire, Yves Marie-Joseph Congar fu nominato cardinale da Giovanni Paolo Secondo; quella porpora riconosceva una fedeltà alla Chiesa cattolica che era stata assai a lungo discussa e anzi accusata di eterodossia dal Sant'Uffizio.
Lo aveva posto in sospetto la sua passione per l'ecumenismo. La Chiesa cattolica, secondo lui, doveva riconoscere e onorare i doni che lo Spirito Santo aveva elargito a tutte le comunità cristiane; anche nelle Chiese sorelle si trovavano strumenti di salvezza. Erano gli anni '50 in cui molti ecclesiastici erano dominati dalla convinzione che il comunismo e più ampiamente la secolarizzazione ponessero la Chiesa nella condizione di una cittadella assediata e fosse necessaria la più stretta fedeltà alla tradizione ecclesiastica. Di conseguenza, i "carabinieri della fede", come amavano definirsi gli uomini del Sant'Uffizio (l'organismo da secoli preposto al controllo delle dottrine nella Chiesa) moltiplicavano i loro interventi inquisitori. Un gruppo di teologi (da padre Chenu, domenicano come Congar, ai gesuiti De Lubac, Danielou, Rahner) , che sostenevano la necessità assoluta di un ritorno della teologia alle fonti bibliche, vennero progressivamente chiamati a rendere conto dei loro pensieri "pericolosi": costretti a ritirare libri appena pubblicati, a lasciare cattedre, ad andare in esilio. E tutto questo, come scrisse Congar nel suo diario, a causa di un "sistema di oppressione… servito da uomini disarmanti per bontà e pietà".
La cosa che più duramente colpiva quest'uomo mite e introverso era di non potersi difendere in maniera efficace da un controllo con cui non si poteva dialogare. Strappato da Le Sulchoir, l'università domenicana di Parigi, trasferito a Gerusalemme, poi a Strasburgo, poi a Cambridge (ma con il divieto di avere rapporti con i teologi anglicani). in alcuni momenti Congar fu sull'orlo della disperazione.
Tuttavia, nonostante le prove, la sua fedeltà alla Chiesa romana fu assoluta; e questa è la prima ragione per rievocare una storia che ricorda quella dei profeti dell'Antico Testamento, storia di chi riesce a distinguere fra le strutture umane e lo Spirito del Signore. La seconda ragione per ricordare Congar è il suo impegno nel portare avanti il compito al quale sentiva di essere chiamato. Anche nei momenti più bui ,continuò a studiare, a meditare e a pregare, affinando il suo ingegno. Molti documenti conciliari portano la sua impronta, a cominciare da quel capitolo 31 della costituzione sulla Chiesa, la "Lumen Gentium", che diede una nuova visione del popolo di Dio.. Per secoli i laici erano stati definiti come non-sacerdoti; ma nella Lumen Gentium essi sono protagonisti della storia della Terra e della Chiesa: "spetta particolarmente a loro di illuminare e ordinare tutte le realtà temporali che li riguardano strettamente, in modo che esse si costruiscano e si sviluppino secondo Cristo…". Il Concilio fu la grande rivincita di quella che era stata chiamata sprezzantemente "la nouvelle thèologie"
La terza ragione per ricordare e onorare Congar è infatti quello che in un romanzo o in un film si direbbe "un lieto fine". Il genio di Giovanni xxiii, la volontà di questo papa di non cedere ai "profeti di sventura" e di "vedere oltre ogni frontiera volti di fratelli", portarono Congar a far parte della Commissione teologica conciliare, come "esperto". Il teologo, che già era legato da un'amicizia ventennale con monsignor Montini., diventò amico del cardinale Lercaro, uno dei quattro moderatori del Concilio, e del suo "esperto", don Dossetti. Il suo prestigio crebbe immensamente, moltissimi i vescovi che lo interpellavano. Più tardi Paolo VI, riformò fortemente il Sant'Uffizio e affidò a Congar il dialogo con la Federazione delle Chiese luterane. Infine, allo scadere dei suoi novant'anni il vecchio perseguitato ricevette la porpora da Karol Woytjla, che durante il Concilio aveva lavorato con lui:. Ai giornalisti che in quell'occasione gli chiesero di ricordare le traversie del passato, rispose con un sorridente silenzio. "Tutto è grazia" aveva scritto il suo amico Bernanos.