LA RESISTENZA DI TUROLDO

JESUS., aprile 2005

Quell'aprile fu piovoso e freddissimo. Ma fu anche diverso da tutti gli altri aprili della nostra vita perché sentivamo che la guerra stava finendo. Gli Alleati avevano varcato il Po, i partigiani scendevano dalle montagne, i tedeschi si ritiravano, sparando e bruciando. Ogni tanto si fermavano a una curva di strada, puntavano un cannoncino su una casa qualsiasi e facevano fuoco.

Il giorno 25 tornando a casa da scuola, vidi che una Brigata Nera stava costruendo una barricata. Erano uomini e donne, intere famiglie, avevano requisito una scuola e vi attendevano la sconfitta. Anche un paio di ragazzini sui dieci anni vestivano la divisa e avevano a tracolla armi da fuoco.

Noi abitavamo su una collina e da lassù sentimmo i primi spari. Il nostro padrone di casa, un vecchio aristocratico, salì sul bordo dell'altura e di lì guardava col cannocchiale. Gli spari continuavano. Gentilmente il signore mi  offrì il suo strumento. Al di là degli alberi vidi soltanto il muro di una casa, con una finestra, chiusa. Dopo qualche ora gli spari cessarono. Alla finestra apparve un tricolore. Quella bandiera non la dimenticherò mai.

Molte sono le immagini e le idee che mi tornano alla mente nel cinquantesimo anniversario della Liberazione. Ma sul significato delle parole "liberazione" e "resistenza", qui vorrei ricordare  soprattutto l'esempio di uno dei nostri maggiori poeti, David Maria Turoldo. Il convento in cui era monaco, a Milano, era diventato un  centro di antifascismo militante e, in particolare, di aiuti ai prigionieri politici e alle loro famiglie. Turoldo era stato identificato e si cercava di arrestarlo. Riparò in casa di mio suocero, mordendo il freno per la forzata inattività, lui che era un vulcano di energie e di intraprendenza. Ma al momento della Liberazione non si interessò alle feste. Continuava a pensare ai lontani, quelli portati via dai tedeschi, confinati nei campi di concentramento o, peggio, in quei lager di stermino dei quali, allora, non conoscevamo ancora le orrende dimensioni. No, la resistenza non era finita se centinaia di migliaia di uomini erano ancora sperduti in lande tormentose, al freddo, alla fame, mentre gli eserciti vincitori, troppo spesso, inseguendo il nemico in fuga, non si fermavano ad assisterli.

Padre Davide, come lo chiamavamo, mobilitò allora la Terra, ma soprattutto, ne sono convinto, il Cielo. In pochi giorni, pregando ma anche gridando minacciosamente (era un nonviolento ma aveva enormi mani e braccia gigantesche) improvvisò una colonna di camion, raccolse viveri, trovò coraggiosi che lo accompagnassero e partì. È impossibile a chi non ha conosciuto quei tempi comprendere cosa volesse dire, allora, trovare dei camion, dei viveri e dei volontari disposti a lasciare le loro famiglie per attraversare un'Europa ancora in preda ai colpi di coda dell'orrenda Bestia della violenza.

L'impresa di Davide e dei suoi amici fu una straziante Odissea per un continente distrutto e insanguinato, mentre già i generali vincitori cominciavano a pensare che forse sarebbe stata "necessaria" una nuova guerra, Trovò persone così schiacciate da un terrore devastante da non riuscire più a credere di essere tornate libere, Misurò nelle masse disperate dei vinti e nelle armate vittoriose a quali disumanità possono portare la fame, il freddo, e sovra ogni sentimento l'odio che nega all'"altro" la dignità umana.

Da quel momento Turoldo, per tutta la sua vita, predicò non solo la necessità di essere protagonisti di liberazione da ogni oppressione, ma la consapevolezza che ogni liberazione non è mai definitiva e quindi la resistenza non è mai conclusa.