Jesus dicembre 2005

Madri non solo per il parto

Forse è più giusto così. Quest'anno la Maria del presepio, giovanissima madre immersa nella povertà, nei pericoli della violenza dei potenti non meno che nel mistero della Storia, la piccola donna che un giorno sarà capace di accompagnare il figlio nella sua missione e di assistere alla sua terribile morte, non soltanto suscita in me sentimenti di dolcezza ma anche, e più, mi sembra additarmi, nei tragici scenari che ci circondano, tante altre madri che non si accontentano di aver partorito un figlio e neppure di averlo cresciuto, ma vogliono, per quello che possono, fare in modo che la sua vita abbia un senso, una dignità, una pienezza di cittadinanza sulla Terra.
Ho letto con emozione (non sui quotidiani italiani, troppo spesso disattenti alle voci dei piccoli) l'appello che un folto gruppo di madri africane immigrate della periferia parigina ha rivolto all'opinione pubblica francese e ai propri figli perché si spegnessero i fuochi della rivolta. “Noi ci appelliamo innanzi tutto ai nostri figli. Esigiamo che essi tornino a casa e che si calmino. Lo esigiamo perché li abbiamo messi al mondo. Li abbiamo cresciuti e nutriti. Perché senza di noi non esisterebbero. Non hanno diritto di distruggere la vita che abbiamo loro dato. Ci fanno provare vergogna, accettando di somigliare all'insulto che è stato fatto loro. No, non sono marmaglia. Non sono degli scarti da gettare. Sono degli esseri umani che hanno diritto al rispetto, all'eguaglianza, alla dignità. Come tutti i cittadini, hanno dei diritti ma anche dei doveri…”. Poi queste madri sono scese in piazza, a centinaia, a Saint-Denis, all'Ile de France e in altri quartieri per interporsi fra i poliziotti e i casseurs fracassoni, per guardare negli occhi gli uni e gli altri, per chiedere ai figli di abbandonare i luoghi degli scontri e dei roghi e alle istituzioni di aprire per loro varchi di reale speranza.
Non tutte le donne sono migliori dei maschi, ma è certo che quando un gruppo di madri lascia le proprie case per raccogliersi in un gruppo che proclama la necessità di un'umanità migliore, sempre esso scrive una pagina di storia. Lo si è visto in Argentina con le Mamme e le Nonne di piazza di Maggio, che ora rimangono sentinelle della memoria non solo per avere finalmente la verità sulla scomparsa dei loro figli e nipoti ma anche per vigilare che l'America Latina non precipiti più nell'orrore delle dittature militari; lo stiamo vedendo con le madri dei soldati degli Stati Uniti e della Gran Bretagna morti in Iraq che chiedono ai governanti perché i loro figli siano stati mandati a uccidere e ad essere uccisi in paesi lontani. per una guerra inutile e rovinosa.
Non tutte queste donne diventano famose. Soltanto due di esse – Mairead Corrigan e Betty Williams – furono premiate col Nobel della pace, nel 1976, per il loro contributo alla pacificazione dell'Irlanda del Nord. Ben poche rimangono stabilmente “in politica”, la maggior parte rientrano nelle loro case una volta che gli pare di avere fatto quanto potevano. E sempre pensano di essere rimaste le stesse, casalinghe, per lo più, o maestre o impiegate. Siamo noi che, se abbiamo occhi e cuore, possiamo capire quanto esse facciano crescere le possibilità dell'amore. Qualche settimana fa era in Italia per partecipare a un convegno intitolato “Psicoanalisi della Guerra, psicoanalisi della Pace” (del tutto ignorato dai nostri ineffabili quotidiani) Nurit Peled, una docente universitaria israeliana. Un attentato terroristico le ha ucciso una bambina di 13 anni. Invece di chiudersi nell'odio, Nurit ha fondato un'associazione: ne fanno parte israeliani e palestinesi, genitori che hanno avuto ammazzati i loro bambini. Dice Nurit che nel regno dell'aldilà quei bambini giocano insieme e ci insegnano a volerci bene, in pace.