ABITARE IL MUTAMENTO

Convegno nazionale delle Comunità di vita cristiana

Frascati, 25 aprile 2005

Confesso di pensare, senza alcuna fierezza, anzi con un po' di comprensibile rammarico, di essere,  una volta tanto, qui, l’uomo giusto al posto giusto: non per le mie doti, certamente, ma per il mio certificato anagrafico. Chi  più di un veccio, è adatto a parlare di mutamenti? Il vecchio ne ha una grande, lunga esperienza, ne è sfidato in continuazione, giorno dopo giorno, talvolta anche dolorosamente.  Gli basta guardarsi allo specchio ogni mattina, per scoprire non soltanto gli attacchi dell'età ma anche la diversificazione qualitativa di questi attacchi, vale a dire i mutamenti intimi e quelli del mondo che lo circondano. Badate: non lo dico per lamentarmi. La vecchiaia ha anche le sue meraviglie. Diventare nonni, per esempio, è un incanto. Dolcissimo è, anche, scoprire che gli anni non hanno sbiadito la tenerezza fra coniugi, anzi l'hanno resa più paziente e generosa. Godere di un forzato riposo può far cadere in una disastrosa depressione ma anche, invece, consentire di trovare nuove forme di espressione, di impegno sociale, di approfondimento della propria cultura.

 

Comunque. la continuità di mutamenti è inscritta anche nella fisiologia per così dire "quotidiana" di ciascuno di noi - bambino, adulto o vecchio che sia. Anche se non ci capita di pensarci spesso, tanto meno di avvertirlo, i nostri corpi mutano incessantemente: in ciascuno di noi - ci assicurano i biologi - gli atomi di cui siamo composti quest'oggi non sono più quelli di un mese fa, noi siamo sedi di incessanti flussi di materia oltre che di energia. La nostra identità rimane, ma attraverso una continua trasmutazione, una catena ininterrotta di cambiamenti. Così il mondo.

 

Come avviene a ogni oratore, qualunque sia il tema che accetta di svolgere, faeò anch'io dell'autobiografia. E dico subito che, per misurare la radicalità dei mutamenti che hanno contrassegnato la storia in cui ho vissuto, non ho bisogno di uscire dalla mia stanza. Per esempio: a sei anni mi insegnarono a scrivere con il pennino, l'inchiostro e il calamaio, un vero tormento che, grazie al cielo, è risparmiato ai bambini di oggi. A pensarci bene, era un modo di scrivere  non del tutto dissimile da quello con cui l’uomo del neolitico incideva, con una selce o con un osso, un materiale meno compatto; oggi, invece, io, come qualche centinaio  di milioni di altre persone, ho imparato a scrivere virtualmente, che è cosa radicalmente diversa: la tastiera del mio computer crea ombre su uno schermo, ed esse, si può dire, non hanno dimensioni.

Anche i luoghi di produzione della cultura e i suoi strumenti sono andati radicalmente mutando. Senza muovermi dalla mia scrivania, entro in immense biblioteche che non hanno mobili né libri cartacei, e neppure devo sfogliare le pagine dei volumi che vi sono custoditi poiché mi basta usare qualche parola-chiave e subito un invisibile bibliotecario, pronto al mio servizio, squaderna davanti a me i paragrafi che andavo cercando. Posso isolarmi in una sfera di cristallo, un mondo totalmente artificiale, oppure discendere in inferni in cui ogni turpitudine è concessa o anche aggiungermi - che so? - a chi sta cercando di salvare un codannato a morte. Posso “fare la spesa”, come dicono le massaie, senza alzarmi dalla mia sedia, senza aggirarmi per negozi o mercati e senza toccare con le dita il danaro che pago. Posso esporre le mie idee a un pubblico vastissimo senza entrare in una sala per conferenze; posso essere raggiunto da critiche o da consensi senza mai udire le voci o vedere i volti dei miei antagonisti: l’agorà, la piazza, che fu la sede e la fonte della democrazia, dell’arte drammatica e di quella comica, dei giochi e dei poeti, il luogo in cui per millenni si dipanò la storia, è stata sostituita dalla Rete informatica, o almeno appare un luogo sempre meno importante. I luoghi delle assemblee e persino delle amicizie e degli amori sembrano destinati alla “virtualità”: la fisicità, che nella storia ha costituito la base di ogni contatto umano e che sembrava una situazione irreversibile, oggi sembra rivelarsi anch’essa, dopo decine di millenni, di modesta importanza

Bene o male, il mutamento?  È certamente sciocca ogni risposta che pretenda d’essere certa. Basterebbe enumerare le conquiste della scienza medica che hanno sconfitto la fatalità di certe malattie, per secoli considerate mortali, per dire “bene, benissimo”: ma non si può non riconoscere, insieme, che il progresso è stato ed è equivoco nella sua quasi brutale accelerazione. L'etica, che richiede attente valutazioni della realtà, fatica oggi  grandemente a esprimere con  nettezza scelte decisive su problemi che pure la interpellano con drammatica urgenza Non è un caso che ormai sia conosciutissimo e attribuito ad almeno una decina di persone l'aneddoto dell'esploratore che si addentra  in una selva dell'America Centrale e i cui portatori improvvisamente si fermano. L'esploratore si indigna: questi non sono i patti, non è il momento convenuto per la sosta, ma il capo degli indigeni con serena fermezza gli risponde: "Avevamo camminato troppo rapidamente e le nostre anime non riuscivano a seguirci".

In una situazione, poi, in cui le linee direttive del progresso  sono stabilite dagli interessi del cosiddetto Mercato, cioè da un numero sempre più ristretto di persone e di centri di potere, è ben difficile dire chi decida cosa, e soprattutto se vi sia chi, e dove, decide in nome della dignità dell’uomo, della salvezza della sua libera identità. La forza di quello che una volta veniva definito “lavaggio del cervello” è divenuta quasi irresistibile. Sono state sconfitte alcune ideologie ferocemente oppressive ma impera, in misura del tutto inedita, quella del consumismo, cioè dell'egoismo individuale e collettivo, spesso addirittura considerato virtuoso (ricordate lo spot "grazie! grazie!"?) perché rilancia l'economia. Gli appelli pubblicitari elaborati con l'utilizzo di strumenti scientifici e tecnologici sofisticatissimi, non soltanto ingenerano in noi, e soprattutto nei bambini e nei giovani, bisogni del tutto artificiali ma anche, contemporaneamente, distruggono la possibilità di saziarli. Le aziende transnazionali ci aggrediscono ad ogni stagione per convincerci che ciò che è vecchio, magari vecchio di mesi, è obsoleto, non più degno di noi, da mutare; ci inseriscono, cioè,  in una deificazione della provvisorietà in cui ciò che non viene cambiato è segno di inferiorità sociale, soltanto il nuovo, dunque il provvisorio, può garantire  la felicità. È la vecchissima storia dell’uomo che cavalca l’asino tenendo in mano un bastone con appesa una carota; la bestia insegue la carota e corre e corre senza sapere che non la raggiungerà mai.

 

Buona parte del relativismo di cui soffre oggi il mondo occidentale e che il futuro Benedetto XVI ha così duramente stigmatizzato, mercoledì scorso, nasce da qui. Facendo appello al nostro narcisismo, l'ideologia del consumo punta a smantellare le nostre facoltà critiche e le nostre convinzioni etiche. Se il fine della vita è quello di una nostra personale gratificazione quotidiana, allora tutto ciò che è regola di solidarietà comunitaria, di austerità finalizzata a dedicare tempi e strumenti al servizio della fraternità è un limite da rimuovere. Bisogna (e ci si abitua a farlo) zittire le voci interiori che cercano di parlarci di amore, alzare il baccano degli altoparlanti, abbandonare la sgradevole autorità di certe Parole. Le stesse leggi dello Stato, frutto di secolari tradizioni e di una civiltà faticosamente elaborata, sembrano inutilmente scomode, nemiche della libertà individuale. "Meno stato, più mercato" è il grido dell'egoista che gode di agiatezza. Il Mercato è il suo datore di lavoro, dunque il suo padrone: padrone di tutto il suo mondo, dunque anche della sua anima.

A  noi anziani  capita di ricordare che all'epoca della nostra giovinezza non era così. Non voglio favoleggiare di "vecchi buoni tempi". Tutt'altro: se ci ripenso, l'analfabetismo era endemico, le situazioni igieniche e la denutrizione  incrmentavano le epidemie, i ragazzi del mio paese erano spesso pastori all'alpeggio, soli, a dieci anni, a ore di cammino dalla propria casa; appena un po' più adulti, partivano per le miniere di carbone; nella mia terza classe elementare ero uno dei pochi a portare le scarpe, la maggior parte non aveva che zoccoli; a undici anni mi insegnavano a smontare e rimontare un moschetto modello '91 e a cantare un inno nel quale si diceva che Mussolini stava "rifacendo gli italiani per la guerra di domani". E difatti la guerra venne ben presto e fu terribile, al di là di quanto riescano a immaginare coloro che non la subirono. Ogni tanto ci capita di ricordarlo: oggi, per esempio. giustissimamente, piangiamo la sorte dei bambini-soldati in Africa, in Asia, in Amerca Latina; ma durante la seconda guerra mondiale ci furono ragazzi-soldati anche in Europa; è la biografia del nuuovo papa a rammentarcelo: Joseph Ratzinger aveva appena compiuto i sedici anni quando fu arruolato nel Volksturm, il disperato esercito dell'apocalisse nazista; e nella Berlino ormai distrutta c'erano bambini di 12-13 anni fra i difensori del bunker di Hitler ed altri ne ricordo io stesso nelle forze armate della repubblica di Salò.

Dunque erano tempi orrendi anche i nostri, ma certamente il Male era - come dire? - più elementare, grossolano e dunque riconoscibile. Abbiamo appena celebrato il sessantesimo anniversario del martirio di Dietrich Bonhoeffer, impiccato a un gancio nella prigione di Flossemburg, celebriamo proprio oggi il sessantesimo anniversario della Liberazione, sta per arrivare nei nostri cinema il film sugli eroici giovani della "Rosa Bianca" decapitati dai nazisti: nell'orrore non vi fu soltanto la viltà del gregarismo dittatoriale ma anche la rivolta dei "ribelli per amore", di chi aveva una cultura degna di questo nome, lucidità di giudizio e trovò nella necessità interiore di insorgere un coraggio che non aveva pensato di avere.

Oggi il Male è più sottile, ha mezzi ben più subdoli. Ricordo un incontro romano con Lanza del Vasto, durante il Concilio. Eravamo poche persone, pochissime, ma lui parlò a lungo con calore evangelico. Fu una splendida lezione  sul diavolo. Il diavolo, ci spiegò questo discepolo italiano di Gandhi, ha abbandonato per sempre l'odore di zolfo, le corna, le bestemmie, la proclamazione del vizio. Il diavolo si presenta oggi come un moralista, una persona di buon senso, un "esperto" capace di risolvere problemi inquietanti, un amico generoso che si offre di aiutarci nelle nostre difficoltà, di rendere più piena la nostra vita. Ma allora come  identificarlo? - chiedemmo.  Il   vecchio rispose: esaminando in profondità i frutti dei suggerimenti   che ci rivolge, verificando se ciò che egli propone semina fraternità o, al contrario, crea o indurisce         divisioni, perché è per questo che si chiama diavolo, perché diavolo vuol dire colui che divide.

Allora io mi guardo intorno e provo a dire se vedo queste divisioni, e dove e come. Ma forse è bene che io faccia una premessa. Ho letto e ammirato la relazione di monsignor Giordano. Io, purtroppo, sono costretto dai miei limiti personali e di cultura a un discorso assai più disorganico. Sono un giornalista e dunque un raccoglitore e selezionatore di notizie, non di filoni di pensiero; e in questo mio lavoro sono necessariamente fazioso, anche se cerco di esserlo  il meno possibile. E del resto mi domando cosa sia l'oggettività in un tempo in cui le informazioni, come vedremo, sono profondamente inquinate.

Mi guardo intorno e provo a dire. E il primo cambiamento che noto con tremore, per il futuro delle mie nipotine e di tutti i loro coetanei, è il degrado del'habitat, cioè del nostro inserimento nella natura. Credo che ne parliamo troppo poco. A noi vecchi, che proveniamo da un mondo che oggi appare lontanissimo. i panorami risultano irriconoscibili. Penso alla chiarità dei fiumi sulle cui rive ho giocato, ai fianchi intatti  delle montagne su cui mi inerpicavo con gioiosa fatica, alla vita di familiarità di certi quartieri cittadini. Tutto ciò sembra svanito. E invece registro inquietantissime notizie  su ciò che di più intimo e simbolico abbiamo: il nostro, e dei nostri figli,  respiro. Gli inquinamenti  dell'atmosfera  sono quasi, dicono i biologi, a un punto di non ritorno. Immense aree della Terra vengono desertificate da selvaggi disboscamenti; fiumi il cui corso ha influenzato potentemente le antiche civiltà  vengono deviati, con conseguenze tragiche per le popolazioni rivierasche e per il clima; montagne vengono spianate, fondi marini sbancati: nell'arco di una generazione il volto della Terra è mutato assai più che nel corso di millenni. Nel Polo artico si vanno fratturando e liquefacendo ghiacci che avevano milioni di anni: una campana a morto per le coste di tutti i continenti. Tuttavia notizie come queste sembrano lasciare insensibili, se non la gente, i governi. In nome della propria stabilità, che sarebbe posta in pericolo da una eventuale opposizione agli imperi economici, i governi paiono, su tutta la Terra, reverentemente inerti davanti alle violazioni dei diritti umani e dell’assetto ecologico compiute dalle grandi corporations, il cui bilancio è ormai eguale a quello di intere nazioni e i cui piani e le cui strategie si affidano ai tempi cortissimi dei listini di borsa.

Il mutamento continua e si accelera. Alla ricerca di sopravvivenza, immense moltitudini si spostano da un luogo all'altro, dando vita a insediamenti umani  totalmente diversi da quelli che parevano definiti da una cerchia di mura e da antiche tradizioni. Modernissime megalopoli e mostruose aggregazioni di abituri raccolgono ormai gran parte dell’umanità e continuano ad aumentare in un incontrollabile gigantismo, che sradica i popoli dalle tradizioni dei padri e li rende omogenei ma eticamente quasi analfabeti. Dovunque le desolate periferie delle città-stato mancano di servizi e di strutture, ponendo problemi inediti. Grandi aree di Città del Messico, per esempio, sono pericolosamente inquinate dai milioni di escrementi  deposti ogni giorno al di fuori di impianti igienici e polverizzati dal sole.

Lo stesso volto fisico dell’umanità è andato mutando, dando vita a quelle che possono essere definite vere e proprie differenze razziali: popoli interi, infatti, sono stati aggrediti da guerre micidiali e dal neoliberismo selvaggio e straziati nel loro stesso patrimonio genetico (si veda il caso del Vietnam defoliato dagli Stati Uniti con la diossina e in cui continuano a nascere bambini deformi, a trent'anni esatti dalla fine della guerra); intere etnie sono state soppresse (cioè, di fatto, assassinate) nell’emisfero Sud, mentre i cittadini dell’emisfero Nord sono mutati anche fisicamente: più alti, più muscolosi, assai più longevi di quelli d’un tempo perché meglio partoriti, nutriti e curati. Mi capita di pensare spesso all’immenso subcontinente brasiliano in cui questo paradigma razzista e classista è tanto vistoso: da un lato i famosi chirurghi estetici di Salvador Bahia, al lavoro per ridare fisionomia di ragazza a vecchie dame, dall’altro la crescita di una vera e propria razza di nani, tali per denutrizione delle madri e dei neonati: una specie di etnia miseranda che va crescendo nella zona canavera del Nordeste (quella, cioè, della canna da zucchero pernambucana).

L'umanità è certo progredita in alcuni settori ma soltanto la parte privilegiata dell'umanità, meno di un quarto dei figli del Dio creatore, ha potuto giovarsene:  il solco fra poveri e ricchi è andato negli ultimi quarant'anni enormemente approfondendosi. Per molti di noi cattolici del Nord le reali condizioni del cosiddetto Terzo Mondo, sino ad allora nascoste o ridotte a folklore dai nostri mass-media, divennero visibili per merito delle notizie portate a Roma da molti vescovi che parteciparono al Concilio Vaticano II.  Ma le statistiche che allora ci scossero profondamente a quarant'anni di distanza ci appaiono rosee.

Il capitalismo, l'"imperialismo internazionale del danaro" (uso una definizione usata da tre pontefici) ha continuato a modellare la Terra, senza curarsene, sino a darle l'aspetto del campo di Caino, al cui recinto "il male - dice la Genesi- stava accovacciato ", in attesa di scatenarsi. Non voglio tediarvi con statistiche che diano il senso della intollerabilità della situazione che l'umanità sta vivendo, ma lasciatemi almeno ricordare che mentre inviamo sonde nelle più remote profondità del cosmo o, peggio ancora spendiamo cifre mostruose in armamenti, un miliardo e mezzo di persone eguali a noi e ai nostri bambini, non dispongono di acqua potabile e, a milioni, muoiono prematuramente ogni anno a causa di questa carenza.

 

Come agli uragani anche al Grande Divisore dell'umanità dei nostri tempi, il capitalismo sfrenato, è stato dato da molti "esperti" un nome di donna, TINA. In realtà Tina (taina secondo la pronunzia inglese), è l'acrostico di una formula brutale con la quale i Signori del Mercato credono di giustificarsi:  There Is Not Alternative, non vi sono possibili alternative. È una petizione di principio aberrante perché in realtà vi potrebbero essere sia una attenta pianificazione sia una diversa selezione degli investimenti, mirando a un lecito guadagno ma anche al destino di enormi nasse di persone, oggi radicalmente rimosse dalla civiltà come inutili ingombri. Vi sono stati nella storia della Terra momenti che possono essere definiti di "ingegneria planetaria", cioè capaci di produrre effetti a livello universale. Sono stati  fenomeni orrendi come la tratta degli schiavi che per secoli ha ferocemente sottratto all'Africa la sua popolazione biologicamente migliore o fenomeni positivi come lo sforzo industriale bellico per stroncare il pericolo del nazismo, del fascismo e dell'imperialismo nipponico negli anni fra il 1939 e il 1945. Perché non dare vita, per esempio, alla riqualificazione del sistema idrico mondiale che già si annunzia come uno dei più drammatici problemi degli anni '20 di questo secolo? Ma la logica è quella dei guadagni immediati, di uno sfruttamento implacabile di tutte le energie, quelle umane e quelle "naturali": e a questo modo il provvisorio è diventato la caratteristica del nostro tempo: provvisoria l’economia di ogni paese, che, in un mondo, ome si dice, globalizzato, può oggi essere alterata o addirittura sconvolta da improvvise ondate di flussi monetari speculativi, provvisorio il posto di lavoro nostro o dei nostri figli, in nome della flessibilità, dell’automazione etc., provvisorî i luoghi di formazione del reddito, con il nuovo azionariato diffuso, che, a suo tempo, esaltato dal boom dei fondi d’investimento,  negli ultimi anni ha travolto nel nostro paese tanti piccoli risparmiatori, gettandoli alla disperazione e provocando decine di casi di suicidio. Sì, come ci ha insegnato Giovanni Paolo II, questo capitalismo sfrenato suscita "strutture di morte".

 

Il grande mutamento dell'economia mondiale si è sviluppato lentamente dagli anni '60 in poi. Un poco alla volta ma sempre più pericolosamente si è invertito il rapporto  fra economia e politica. L'economia era, un tempo, lo strumento con il quale la politica cercava di ottenere i suoi scopi, ma nel mondo capitalista la politica è lo strumento con il quale l'economia realizza i propri scopi. È l'economia a decidere le priorità, ciò che è possibile e ciò che, magari ostentando dolore, va rifiutato. Solo che la politica, per definizione, mira alla pace e al progresso della polis, mentre l'economia detta "neoliberista" mira a una remunerazione quanto più possibile veloce e fruttuosa dei capitali investiti, mentre i poveri non hanno voce né forze per difendersi da sfruttamenti ed espropriazioni. Ma  c'è di più: l'economia capitalista richiede un ordine pubblico che esclude ogni protesta o rivolta e be affida la repressone a regimi di polizia o a mostruose dittature. L'ottusa ferocia con la quale  l'altro giorno sono state applicate le manette a una povera bambina di cinque anni, caratteriale ma anche chiaramente i panico, mi sembra l'rrenda metafpra della violenza con la quale i Grandi del nostro tempo trattano i Piccoli.

E ancora non basta: perché l'economia capitalista postula una crescita illimitata, dunque una sempre maggiore disponibilità di materiale e di fonti energetiche; e in tal modo precipita nella (sia chiaro che uso la parola fra "virgolette") "necessità" delle guerre di conquista.

È ormai un luogo comune affermare che tutto è mutato, nella situazione geopolitica mondiale, l'11 settembre 2001, il giorno del massacro delle Due Torri e dell'attacco al Pentagono. A me non pare di dover  condividere questa idea. Certamente in quella terribile occasione si raggiunse un punto di non ritorno, ma il radicale mutamento  della situazione della Terra si era già verificato, secondo me, con la decisione di  Georges Bush padre di muovere guerra all'Iraq dieci  anni prima. Fu allora che il nuovo assetto del mondo apparve in tutta la sua gravità. Divennero evidenti il peso che il capitalismo aveva sulla politica degli Stati Uniti, ormai imperiale dopo lo sgretolamento dell'Unione Sovietica, il declino dell'ONU ridotta a organo notarile delle decisioni di Washington, la presa di potere americano sui grandi organi di ristrutturazione dei paesi poveri (il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, l'Organizzazione mondiale del Commercio) e il coinvolgimento obbligatorio di paesi cosiddetti alleati, ma in realtà subalterni, nel conflitto deciso dalla Casa Bianca. Fu allora, secondo me, che nel mondo occidentale si verificò un salto, oserei dire, antropologico, certamente una deriva dalla democrazia , dalle sue forme ma soprattutto dalla sua sostanza.

Questo mutamento toccò anche l'Italia, che nonostante l'articolo 11 della nostra costituzione, acconsentì a partecipare alla guerra. Toccò anche la Chiesa. Fu uno dei momenti più alti del pontificato di Giovanni Paolo Secondo. Il suo ripudio del conflitto  fu veemente, profetico. Giovanni XXIII aveva parlato di una totale e perversa irrazionalità della guerra in un'epoca in cui le grandi potenze hanno armi capaci di distruggere il pianeta; Paolo VI davanti all'assemblea generale dell'ONU aveva gridato: "Jamais la guerre, jamais! Mai più la guerra, mai più"; ma adesso il papa polacco, cittadino di una nazione e di una generazione straziate da uno spaventoso conflitto, con le sue parole mostrava la ottusa violenza della guerra, di ogni guerra, oserei dire la volgarità, la ignobilità delle guerre. Alcuni parlamentari chiedemmo allora con forza ai nostri colleghi del partito detto "di ispirazione cristiana" di ascoltare le parole del Papa; ma - lasciatemelo dire in un ambiente come questo - vi furono vescovi italiani che sbiadirono quell'insegnamento e consentirono alibi non generosi.

Quando nel 2003 i petrolieri ripresero,  grazie all'amicizia di Bush junior, il timone degli Stati Uniti e la guerra tornò in Iraq, si verificò un altro e più grave salto qualitativo nella società neoliberista. Non soltantto si ebbe una nuuova strage di innocenti ma instaurò una aperta militarizzazione della politica, con tutte le derive drammatiche e persino tragiche della cosiddetta "sicurezza dello Stato": le più o meno evidenti sospensioni dei diritti costituzionali, l'autocensura dei mass-media e l'incapsulamento nella disciplina militare dei giornalisti inviati nelle zone di guerra, la deformazione della giustizia, l'uso delle "pressioni" sui prigionieri, la negata classificazione di quei prigionieri secondo le convenzioni di Ginevra, l'orrore di Guantanamo, il rifiuto di sottoporsi, come  le altre nazioni alla corte penale internazionale, la propaganda che deforma sistenaticamente la verità e giù giù sino alle violazioni della sovranità degli stati alleati come i rapimenti di cittadini stranieri presenti nel nostro paese. Questo terribile cammino a ritroso  nello sviluppo del diritto internazionale cui attraverso duri sforzi la civiltà era approdata e la democrazia americana diventata maestra di libertà non si giustifica, con sempre maggiore evidenza, con la necessità di rispondere al terrorismo o alla minaccia di feroci dittatori ma con le guerre di conquista del petrolio. Il capitalismo, non Bin Laden, di cui non sentiamo più parlare, cerca di imporci di vivere in una democrazia dimidiata:  con l'alibi di una libertà da portare con le armi a un paese straziato da un'orrenda dittatura sta limitando le nostre libertà.

 

Sto per abbandonare questo tragico quadro, ve lo garantisco, ma non posso farlo senza aggiungere che anche la situazione italiana è fortemente minacciata da radicali mutamenti: la tragedia della partecipazione alla nuova guerra in Iraq (quella definita illecita, illegittima e immorale da papa Wojtyla, eroicamente impegnato con tutto il suo prestigio e le sue forze residue a evitarla) si aggiunge a una crisi della politica in cui gli ideali di un tempo sembrano vanificati, il monopolio dei mass-media si fa sempre più minaccioso, il principio dell'eguaglianza dei cittadini davanti alla legge è sempre più ridimensionato, la Costituzione assaltata, e le televisioni diffondono un'incultura becera, una degradazione intellettuale che una volta si definiva "di caserma".

 

 

Dunque i mutamenti in cui siamo immersi configurano un'umanità tragicamente divisa in due parti, connotate l'una - quella in cui viviamo - da paure ragionevoli e irragionevoli, l'altra dominata da un vero e proprio genocidio per miseria; e questo genocidio devasta i poveri e i sofferenti nei quali la Chiesa proclama, nel più importante documento del Concilio, la costituzione dogmatica "Lumen Gentium", di vedere l'immagine del suo Salvatore. Perciò a me pare che questa consapevolezza divida come una spada a due tagli le scelte religiose di ciascuno di noi; e anche le scelte politiche poiché quel genocidio, come abbiamo visto, non nasce da cataclismi per così dire “naturali” ma da forze politiche ed economiche presenti anche fra noi  e che sollecitano la nostra correità. Anzi la realtà è che a questa correità noi non possiamo sfuggire, in un mondo globalizzato: la minuscola particella di coltan che sta nei nostri telefonini viene da un Congo devastato da una guerra spaventosa e la banana Chiquita che diamo ai nostri bambini  è stata raccolta da contadini avvelenati da pesticidi vietati per legge nei  nostri paesi ma liberamente usati nei paesi "di serie B", in cui i sindacalisti durano pochi mesi prima di essere assassinati. Essere consapevoli di queste realtà segna, io credo, il dovere per noi di sottrarci alla comoda convinzione che le elemosine, sia pure vistose, siano degne del Vangelo, possano essere lecitamente definite, come spesso avviene, "carità".  "La misura minima della carità - ci ha insegnato Paolo VI - è la giustizia". Non è facile,  ma è necessario, fare i conti con questa lezione. Del resto gli psicologi sanno bene che la nostra stessa salute psichica è minacciata dal senso di colpa che ci possiede, anche se cerchiamo di non dargli ascolto, quando crediamo di poterci separare nettamente dal silenzioso, ma noto, massacro di tanti innocenti.

 

Vi chiedo scusa se vi ho chiesto di seguirmi in un percorso fra le tragedie del mondo, ma io credo che noi non possiamo abitare il cambiamento che ci circonda se non abbiamo, innanzi tutto, il coraggio di contemplarlo. Come si può abitare felicemente una casa se non si sa che cosa contengano le sue stanze? Ma la verità non è facile.

Nella Bibbia,  il libro dei Numeri racconta un episodio dell'Esodo che mi sembra significativo. Gli israeliti sono  accampati nel deserto e il Signore suggerisce a Mosè di mandare esploratori nella terra di Canaan. Dodici uomini vi penetrano e la scoprono meravigliosamente ricca ma presidiata da forti popolazioni. Al ritorno, poiché sembra loro che il profeta non dia sufficiente orecchio alle loro paure, essi mentono, ingrandendo enormemente il pericolo: in quella terra, dicono, hanno visto "uomini della razza dei giganti, di fronte ai quali ci sentivamo piccoli come locuste e locuste dovevamo sembrare a loro".

 

Credo che la paura spinga anche noi a ignorare, stravolgere o negare la  verità. È sin troppo facile constatare che vi sono famiglie in cui ogni sera ci si esercita in slalom fra un canale televisivo e l'altro per evitare di conoscere le situazioni che richiederebbero un coinvolgimento che sembra troppo rischioso. È la paura di cui parlava il nuovo papa nel discorso della sua "incoronazione". Si preferisce sotterrare certe notizie sotto la superficialità e la banalità di una vita senza slanci, in cui il vangelo viene usato soltanto come intimo messaggio consolatorio o, peggio, come galateo. Ma, a questo modo (mi sembra importante dirlo) la paura strangola non solo l'amore che accetta le responsabilità ma anche la gioia.

Vi sono, infatti, intorno a noi, realtà che recuperano le nostre speranze e danno loro i colori delle aurore. Ma, poiché sono inscindibilemnte collegate ai drammi della Terra, queste realtà non possono essere colte se si torce lo sguardo per non vedere i dolori del mondo. Penso si possa dire che se ci si rifiuta di contemplare i segni del supplizio non si può neppure gioire del corpo glorioso del Risorto.

A me pare che chiunque, invece, accetta di leggere la storia nel suo versante negativo, possa cogliere che si stanno sviluppando, soprattutto a livello molecolare ma anche a livello di massa, mutamenti che illuminano la nostra epoca. Ne cito qualcuno a casaccio per spingere voi e me a dargli maggiore attenzione e magari a parteciparvi se già non lo facciamo. Innanzi tutto il movimento internazionale per la pace, che di quando in quando riemerge come un fiume carsico per le nostre strade e per quelle di tuttto il mondo e che ha nei Social Forum mondiali (in Brasile, in India e prossimamente in Sud Africa) momenti alti di  mobilitazione e progettazione. Nono-stante la caricatura che ne fanno, non a caso, tanti nostri giornali, esso è sede di dialoghi sino ad ieri impensabili, o addirittura, com'è avvenuto due anni fa a Firenze o pochi mesi fa a Porto Alegre, sede di annunzio del vangelo a folle attentissime di giovani. È triste che il mondo cattolico "ufficiale" sembri guardare con diffidenza a queste occasioni…

Vi sono pacifisti e volontari che rischiano la vita con un silenzioso eroismo in talune situazioni: penso alle americane assassinate in Iraq, nei territori occupati da Israele, in Brasile; penso ai volontari italiani in Palestina brutalmente percossi dai coloni: e penso ai refusnik, i soldati israeliani che si rifiutano di perpetuare la crudeltà della repressione nei Territori occupati e alle Donne in Nero, israeliane e palestinesi insieme, che cercano di interporsi nei luoghi di conflitto; penso ai gruppi femminili dell'Iraq e dell'Afga-nistan, della Colombia e dell'Ecuador in cui donne ardite lavorano, sfidando dure repressioni, per la promozione sociale delle loro sorelle; penso alle lotte incredibilmente coraggiose degli indios andini e dell'Amazzonia per la difesa dell'eco-sistema in cui vivono o in rivolta contro il progetto di una privatizzazione dell'acqua che aumenterebbe a dismisura la loro povertà… Che mutamenti meravigliosi sta vivendo il nostro tempo! Che mutamenti meravigliosi sta vivendo il nostro tempo, mi dico, quando noto le imprese mirabili di gruppi "privati" come Amnesty International o pubblici come la Caritas; quando elenco le conquiste legislative contro il turismo sessuale e la tratta dei bambini e delle donne, la messa fuori legge delle mine. quando mi incontro con la vitalità di mille gruppi, in Italia e ovunque, in cui, come fra voi - le CVX silenziosamente così attive -la lettura del vangelo diventa forza creativa, volontà di servizio, seminagione di amore… Che mutamenti  sociali meravigliosi stiamo vivendo, penso, quando vedo che si moltiplicano i centri di accoglienza e di sostegno degli immigrati, i tentativi di mettersi insieme,in una felice  austerità e in reciproco aiuto, in cui sono imoegate tante famiglie; le botteghe del commercio equo e solidale, le associazioni per le adozioni a distanza, i progetti di solidarietà per le vittime delle sciagure o dell'intolleranza politiica e religosa, i gemellaggi scolastici, i centri di ricerca per uno sviluppo sostenibile e quelli di documentazione, la capacità creativa di certi boicottaggi che con l'insurrezione dei consumatori riescono  imporre persino allo strapotere delle corporations transnazionali limiti allo sfruttamento dei bambini o delle donne. Molte, moltissime di queste iniziative non esistevano ancora pochi anni fa. Qualche volta a me pare che, come nel sogno di Teilhard de Chardin, un reticolo di luce avvolga il pianeta. E penso: forse quei famosi giganti  possono considerarci locuste, noi non possiamo combatterli in campo aperto, ma possiamo deporre nelle crepe della loro civiltà senza amore semi che frutteranno.

 

Vorrei che imparassimo ad abitare il mutamento senza illusioni ma anche senza masochismi. Che cercassimo di aggiornare  censimenti di speranze perché anche in queste speranze dobbiamo abitare per vedere come Dio, colui che è il solo immutabile, fa continuamente nuove tutte le cose. Sono convinto che siano spesso i poveri a insegnarci il cammino, loro ai quali il Padre ha rivelato verità che ha nascosto ai sapienti. Ricordo di avere letto una relazione sulla vita di un folto gruppo di catadores do lixo, i raccoglitori di immondizia che lavorano nelle grandi discariche ai margini delle città brasiliane, selezionando i rifiuti, abitando (se questo si può dire "abitare") sui loro  cumuli e spesso traendone il loro cibo. In una situazione quasi subumana, essi - testimoniavano due coraggiose sociologhe che avevano abitato fra loro per lunghi mesi- hanno una salda teologia. La esprimono con una frase: "De hora em hora, Deus melhora, di ora in ora Dio, la sua protezione, il suo amore migliorano".

 

Credo che abitare il cambiamento dia un significato particolare al verbo abitare. Il mutamento, che è inarrestabile, può essere abitato soltanto nelle tende dell'Esodo e quindi nella povertà di altre certezze che quella dell'amore di Dio; senza pretendere di portare con noi suppelletili e strumenti che non siano essenziali. Credo che così debba essere la Chiesa. Nella Bibbia Dio interviene ogni volta che il suo popolo pretende di fermarsi, di consacrare una terra, di appropriarsene secondo i canoni del potere terreno. Penso ad Abramo che più volte crede di essere giunto alla meta definitiva ed erige un altare e pianta una tenda in un’oasi che gli si rivelerà, invece, soltanto una tappa del suo cammino. Penso ai lunghi giorni e mesi in cui egli marcia con la sua gente verso una terra promessa ma sconosciuta, dovendosi adattare a situazioni sempre nuove; oppure si trascina verso il monte Moria per obbedire al comando dell’Altissimo e offrirgli in sacrificio Isacco, il figlio “che dà sorriso” e che dovrebbe garantirgli una discendenza che si protenderà sino alla fine dei tempi. Questo  Abramo, inerme nelle mani di Dio, come un giorno sarà Gesù, mi pare l’antitesi di una Chiesa che, per garantire la propria stabilità, si affidasse ai potenti della Terra, o addirittura si facesse non lievito e sale disperso nella massa ma indigeribile blocco di sale, insensato blocco di lievito, una Chiesa che avessse paura di morire se perdesse i suoi privilegi terreni e non riuscisse a rassegnarsi alla sfida che le è posta dall’umanità: quella di mostrare se il Cristo che essa predica ha bisogno, Lui che non è re di questo mondo, di ricchezze e di concordati o addirittura di alleanze con i poteri terreni. Se ha bisogno di stabilità, Lui che ha fatta santa tutta la Palestina con i suoi passi di viandante senza giaciglio.

 

Nel nostro cammino possiamo portare con noi ben poche cose ma grandissime: la Parola di Dio, la luce della Resurrezioe,l'eucarestia, la profezia che talvolta lievita nelle nostre assemblee e talvolta ci raggiuge da luoghi che ci parevano lontanissimi come la casa del centurione Cornelio. Sono questi supremi doni del Signore a consentirci di camminare senza perderci nel perpetuo cambiamento che ci circonda. Chiamati oggi ad andare per terre sempre nuove e inquietanti, in una mutevolezza talvolta spaventosa, sempre drammatica, dobbiamo riscoprire la sacralità del provvisorio.

Se è in esso che dobbiamo vivere, per volontà del Creatore e per caratteristiche del nostro tempo, allora il provvisorio deve diventare per noi non una regio depopulata, una terra devastata da attraversare velocemente e senza guardarci intorno, perché luogo di orrori, di ansie e di allarmi, di lutti e di pericoli, ma il kairòs, il momento spirituale che ci viene offerto, il luogo della salvezza da vivere intensamente nella certezza che Dio lo ha preparato per noi. In questa visione, in altri termini, il provvisorio diventa, per così dire, il cordone ombelicale fra il passato e il futuro, fra la memoria del passato e la profezia del futuro.

Memoria e profezia si fanno allora respiro del credente immerso nel provvisorio. Il nostro tempo diventa per noi un momento misterioso, in cui si attuano mutamenti che ci sfuggono oggi nel loro divenire ma che diventeranno domani fonte di gioia, sorrisi di Dio: l'istante, per dirla con due immagini evangeliche, in cui nelle anfore del banchetto l’acqua sta diventando vino e il seme sotto la terra, invisibile ai nostri occhi, sta già germogliando.  Noi possiamo non vedere segni ma, ciononostante, le speranze vivono. Alla nostra avidità di segni il Credo apostolico risponde che Dio è creatore delle cose visibili e invisibili. I frutti dele speranze maturano frutti in quello un  presente che sino a un momento prima csembrava un aridissimo deserto.

 

Due minuti, ancora, proprio due minuti, ve lo garantisco per dire che memoria vuol dire anche lasciare che nella nostra storia personale e collettiva ci sorregga il ricordo di chi trovò il coraggio di vivere testimoniando Colui che ci salva da ogni oppressione. In quel ricordo troviamo, assai più che il rimpianto per un'assenza, preziose lezioni di vita. "Aprile - dice un poesia di Eliot - è il più crudele dei mesi", ma per noi è invece un tempo sacro alla gratitdine e all'ascolto. In questo mese, infatti, accanto alla dipartita del papa "della pace", noi ricordiamo i 37 anni dalla morte di Martin Luther King, il grande Inquietatore, assassinato per avere nel cuore un sogno che sfidava la malvagità del razzismo, i 46 anni dalla morte di don Primo Mazzolari che come nessun altro evangelizzò due generazioni di italiani sulla presenza del Cristo nei poveri . Ricordiamo gli otto anni dalla morte del vescovo Tonino Bello. Ricordiamo i tredici anni della morte di padre Balducci che si compiono proprio oggi. Io non ho avuto la grazia di conoscere il pastore battista americano, ma Mazzolari, Balducci e Bello sì. So con quanta fatica e dolore e coraggio si posero dalla parte dei poveri nelle apocalissi della storia. Il parroco cui spesso fu tolta la parola per timore della sua profezia, il vescovo che, corroso dal cancro, marciò su Sarajevo con un popolo di pacifisti per alzarvi il vangelo dell'amore, il raffinato intellettuale tosscano che fu mandato, per così dire, al confino proprio qui a Frascati per avere parlato di conversione della Chiesa in modo che un povero cardinale aveva giudicato eccessivo, queste persone di preghiera, intelligenza ed azione ("meditt-azione" usava dire don Tonino), conservano in me un'immagine di letizia evangelica. Davvero il cambiamento più importante che dobbiamo vivere è quello di una nostra sempre più piena conversione all'amore.