AY NICARAGUA, NICARAGÜITA, LA FLOR MAS LINDA…

per l'Associazione Italia-Nicaragua di Viterbo

gennaio 2005

Scendevano lentamente i crinali dei monti, sotto una pioggia leggera che stendeva qua e là cortine di nebbia. Clotilde disse che sembravano figurine di un presepio; e anche le capanne fradice d'umidità parevano davvero quelle che a Natale poniamo accanto alla Grotta.  A milleseicento metri d'altitudine faceva un gran freddo, quel giorno dell'agosto 1987, a Pancasan. sessanta chilometri da Matagalpa. Il grande spiazzo in cui la gente si riuniva per ascoltare Tomás Borge, ministro sandinista degli Interni, era una palude di fango rosso, vischioso.

Vent'anni prima, a Pancasan, quindici sandinisti, guidati da Borge, avevano affrontato una compagnia della guardia somozista. Dodici erano morti in combattimento e gli altri si erano salvati con la fuga; ma tutto il Nicaragua aveva saputo che c'era chi osava sfidare il tiranno, in armi: e la resistenza era quasi prodigiosamente aumentata.

Rivedo ancora la gente che adesso circondava il comandante-ministro: i bambini, quasi nudi, le pance gonfie di vermi; uomini e donne portavano sulle braccia, le gambe, le facce, le cicatrici della "lebbra di montagna". Pochi applaudivano, pochissimi sorridevano. Eppure proprio qui Borge e i suoi compagni avevano trovato appoggio  (cibo, nascondigli) dopo che molti campesinos avevano lasciato, per stanchezza e pessimismo, la colonna sandinista, in cui erano rimasti soltanto gli "intellettuali" cittadini, più eticamente motivati - o forse più ingenui.  Ora anche i volti dei paesani che allora si erano nascostamente schierati con gli insorti  (volti di indios. color mattone) e che adesso venivano onorati dal governo sandinista erano come chiusi nella cupezza dei poveri i quali sanno bene che è difficile che qualcosa possa mutare davvero nei loro destini.

La rivoluzione quassù era probabilmente meno presente della Contra, i commandos della controrivoluzione.

 

In tutte le regioni di frontiera del Nicaragua,, infatti, ma anche in zone più interne, la Contra minacciava la nascita di un popolo finalmente libero. Giungendo dall'Honduras dove avevano le loro basi, i mercenari della controrivoluzione (fra loro anche qualche nicaraguense che credeva di essere patriottico), entravano in quello che a noi parve uno dei più bei paesi del mondo, devastavano impianti e magazzini, uccidevano sandinisti o li costringevano alla fuga. I combattimenti erano frequenti, le forze controrivoluzionarie erano bene addestrate e bene armate, a cura dell'esercito degli Stati Uniti e della CIA. Il proconsole americano in Honduras, lo stesso Negroponte che ora governa la "democratizzazione" dell'Iraq, disponeva di grandi mezzi finanziari: danaro sporco, anzi sporchissimo, come alcune inchieste del Congresso di Washington inutilmente provò.

 

La Contra non fu certamente l'unica causa del crollo delle speranze sandiniste, anche se il gravame delle spese militari che essa imponeva paralizzava il bilancio del nuovo stato e rendeva impossibili le riforme previste e promesse. L'esodo dei tecnici che lavoravano per le multinazionali e di molti professionisti (7 mila medici, per esempio, emigrarono in pochi anni) privò la società civile di molti indispensabili apporti; il feroce embargo costruito attentamente dalla Casa Bianca impediva che in Nicaragua entrasse un sia pur minimo quantitativo di carburante e di conseguenza crescevano aspre difficoltà nell'approvvigionamento alimentare, mancavano medicinali, generi di prima necessità o anche quelli la cui mancanza irrita e deprime: era impossibile alle donne, per esempio, trovare un bastoncino di rossetto e, talvolta,. addirittura gli assorbenti igienici. L'offensiva psicologica della Chiesa reazionaria, guidata dal futuro cardinale Obando Bravo, la propaganda antisandinista dei mass-media di proprietà padrmale, si sommarono agli errori (alcuni plateali) compiuti dal governo rivoluzionario: confusione burocratica, incapacità di affrontare con paziente comprensione il problema degli indigeni della Costa Atlantica, estremismo verbale etc. Tutto ciò finì per comporre un cocktail culturale che diventò velenoso sommandosi all' apatia e alla diffidenza di vaste masse di un popolo schiacciato per generazioni e generazioni da un potere dispotico. Una fiducia quasi magica nei risultati di un lavoro entusiastico che aveva pure portato all'esercizio dei diritti umani fondamentali, come mai nella storia del paese, guidò i sadinisti alla scelta di elezioni che risultarono rovinose. Voglio sottolinearlo: in caso di guerra proclamata dal Parlamento, in Italia vigerebbe una legislazione ben più illiberale di quella a suo tempo votata dal parlamento sandinista e sostenuta da una carta costituzionale che i giuristi di tutti i paesi democratici definirono esemplare.

 

Il Nicaragua di quegli anni non fu solo sangue ed errori come qualcuno volle e vuole far credere: fu anche uno straordinario cantiere politico. Le sue luci rimarranno nella storia della liberazione degli oppressi. Basterebbe pensare all'immenso sforzo compiuto per redimere la popolazione dall'analfabetismo endemico, promuovere la dignità della donna. migliorare le condizioni della sanità pubblica.

Migliaia e migliaia di "compa" (compañeros e compañeras) si dedicarono con enorme spirito di sacrificio a creare un minimo di benessere per una delle popolazioni più povere dell'America latina.

Questo compito "fondativo" di una patria libera e giusta esercitò un grande fascino su migliaia e migliaia di europei ma anche di nordamericani. Così com'era avvenuto all'epoca della repubblica spagnola, aggredita da Franco, giunsero "a dare una mano", mossi da. un commovente spirito solidale. Era sorprendente entrare negli uffici dei ministeri. la nuova burocrazia, entusiasta e ancora in apprendistato, parlava quattro o cinque diverse lingue. L'italiano fra esse. Trovavi italiani un po' dovunque, non solo nelle città ma anche nelle zone "conflittve": guardati dai locali, dapprima, con diffidenza, poi con simpatia, infine con profonda amicizia. Esercitavano le funzioni più diverse. I primi nomi che mi vengono in mente sono quelli del teologo della liberazione Giulio Girardi, della dottoressa Chiara Castellani, ostetrica in  una zona di continue incursioni della Contra, del giornalista Gianni Beretta, del pittore Sergio Michilini, grande muralista, di un altro medico, Eduardo Missoni, e soprattutto di Gigi Bassani, maestro di cooperazione autentica, non assistenzialistica, promotrice di cultura, di autonomia, di acquisizione di responsabilità.

 

Dietro a quelle persone v'erano sempre organismi non governativi o comitati dell'Associazione Italia-Nicaragua. Gli anni dell'epopea sandinista coincisero con un forte  impegno di solidarietà da parte dell'opinione pubblica del nostro paese. La sconfitta elettorale, l'improvvisa corruzione di non pochi leaders sandinisti quasi come espressione di rabbia per il "tradimento" del popolo. il regresso della situazione ad opera dei governi che da allora si succedettero a Managua, spensero rapidamente l'entusiasmo di molti. Tanto più risalta la fedeltà di alcuni gruppi. come quello dell'Associazione di Viterbo, che continuarono a rimanere solidali con quei nicaraguensi che rifiutavano di abbandonare la propria dignità, le speranze, la testarda difesa dei diritti individuali e collettivi.

Oggi il Nicaragua vive una situazione confusa e dolorosa, ma è certamente merito anche di questi gruppi di solidarietà internazionale se qua e là torna a fiorire il seme di Sandino e di tanti "compa" caduti in nome della libertà, della giustizia, della dignità dell'uomo.