Clotilde
Masina Buraggi
L’INFERNO
DELLA PEDOFILIA
Qual
è la reale portata del fenomeno
pedofilia nel nostro paese? Come si diventa pedofili? Cosa può fare la società
per difendere i nostri piccoli? L’emer-sione di un traffico di immagini di
bambini abusati sessualmente o peggio, i documenti trasmessi dalla televisione
e una pluralità di articoli sui giornali hanno scatenato un’ondata di angoscia
sull’opinione pubblica italiana. Poiché l’angoscia è una pessima consigliera,
mi sembra importante cercare di fare chiarezza su questo fenomeno. Per me
psicoterapeuta, poi, come per tanti miei colleghi, le cifre corrispondono
spesso a volti di persone abusate di cui abbiamo conosciuto e conosciamo
l’indicibile sofferenza. E anche questo dolore mi spinge a partecipare le mie
riflessioni.
Cominciamo
dalle cifre, con l’avvertenza che esse costituiscono la punta esigua di un
iceberg certamente di dimensioni assai più ampie. Il primo “Rap-porto nazionale
sulla condizione dell’infanzia e della preadolescenza”, pubblicato da Eurispes-Telefono Azzurro il
27 ottobre scorso e commentato con grande evidenza dai quotidiani il giorno seguente, riferisce
che le segnalazioni di abusi sessuali
fatte al Telefono Azzurro, direttamente da minori o da persone che si dicono a
conoscenza di fatti criminosi, tra il giugno 1999 e il luglio 2000 sarebbero
state 423, quindi un po’ più di una al giorno. Dal canto suo la Sezione minori
della Criminalpol-Ministero della Giustizia riferisce che le vittime di violenze sessuali nei primi sette mesi del 1999 sarebbero state 339 e 294 le
persone denunciate; nello stesso periodo del 2000, si conterebbero 284 vittime
e 243 sono stati i denunciati. L’80 per
cento tanto delle vittime che degli abusanti sarebbero cittadini italiani.
La
discrepanza fra i dati che abbiamo elencato ha un’ovvia spiegazione: è chiaro
che la polizia è in grado di reprimere reati compiuti su minori assai più di quanto
i bambini abusati e gli “esterni” alle loro famiglie siano in grado di accedere
al Telefono Azzurro. Come abbiamo visti dai dati resi noti dalla Criminalpol,
nei primi sette mesi dell’anno in corso il numero complessivo delle vittime di
violenze sessuali sarebbe diminuito (da 339 a 284), ma sarebbe grandemente
aumentato (sempre rispetto all’anno scorso) in Calabria, in Lombardia e nelle
Puglie. Non è facile identificare le motivazioni del calo sul territorio nazionale
e dell’aumento in certe regioni. Possono essere molteplici: dipendere, per
esempio, da una maggiore o minore diffusione della notizia dell’esistenza del
Telefono Azzurro e dalla maggiore o minore iniziativa delle autorità pubbliche
e delle strutture sociali.
E’
interessante rilevare che i quotidiani hanno spesso enfatizzato le risultanze
dei rapporti sulla pedofilia, anche confondendo, in non pochi casi, tra abuso sessuale e abuso di altro
tipo (maltrattamenti, non accudimento ecc.). Questo è apparso particolarmente
evidente nei titoli, che, come è noto, non sono fatti dall’estensore
dell’articolo e sono spesso estremizzati per suscitare l’interesse del
pubblico. Lo dico non certo per
diminuire la portata del fenomeno ma per sottolineare un’esigenza di serietà di
fronte a un argomento tanto complesso e drammatico Non sempre i media,
purtroppo, fanno un serio lavoro di denuncia e di documentazione.
Riguardo alla pedofilia, mi pare che,
almeno a livello di opinione pubblica, siano stati prodotti molto panico e
molta indignazione, che hanno trovato scarico in una voglia diffusa di
linciaggio e di pena di morte, più che in un reale desiderio di conoscere il
fenomeno, per essere in grado di proteggere i bambini; e di proteggerli in nome
di un dovere della collettività, che ha anche l’obbligo morale di denunciare
una violenza che avviene all’interno di un’altra famiglia
quando se ne abbia conoscenza. Purtroppo in questa società che consuma tutto in
fretta, che ricorda poco, ci si interessa dei fenomeni quando se ne parla nei
titoli di testa dei quotidiani, o sono in
prima posizione nei telegiornali, poi perdono di interesse. Come ha
scritto Umberto Galimberti su “La Repubblica” (30 settembre), dopo le
trasmissioni televisive sfuggite al controllo dei direttori: “Il Grande
Silenzio (o il Grande Rumore, peggiore del silenzio) sono ripiombati sulla
pedofilia”.
Tuttavia,
mi pare di poter aggiungere che se anche c’è una apparente perdita di interesse
quando i media non sottolineano più il problema, l’angoscia suscitata da certe
notizie rimane dentro in modo perturbante, soprattutto in chi ha dei bambini.
Ciò può generare atteggiamenti non equilibrati di paura e di diffidenza,
esprimendosi magari nei confronti di ogni nuova possibile conoscenza da parte dei bambini, e rinchiudendo i
piccoli nella cerchia esclusiva della famiglia, con la conseguenza di impedire
loro la relazionalità indispensabile
allo sviluppo. O, anche, generare nei genitori e nei nonni, un eccesso di ansia, che, paradossalmente, può portare a negare il fenomeno, e può inibire
una ponderata e oculata protezione,
sempre necessaria nei confronti dei minori.
Che cos’è la pedofilia?
La
parola “pedofilia” è spesso male interpretata.
Secondo
il “Grande dizionario della lingua italiana” (Utet), “La pedofilia è una
deviazione sessuale in cui si manifesta un interesse erotico per fanciulli impuberi
maschi o femmine, talora limitato al desiderio o al tentativo di seduzione, oppure
unito a esibizionismo, a sadismo, a feticismo”.
Ho
sottolineato la parola “impuberi”: il pedofilo ha interesse per bambini che non
sono ancora arrivati alla pubertà; ciò non esclude, tuttavia, che, per esempio
nella famiglia, il comportamento pervertito non continui nei confronti di
bambini divenuti adolescenti.
“Pedofilia”
non è sinonimo di pederastia o di omosessualità. “Pederastia” significa avere
rapporti sessuali con ragazzi. Tale
termine, ora in disuso, veniva usato di solito nella letteratura italiana con un significato spregiativo,
indicando il rapporto erotico fra una adulto e un adolescente..
Mentre
la parola “pederastia” ha quindi un significato ben preciso, la parola
“pedofilia” indica una serie di comportamenti che l’adulto ha, o richiede, nei
confronti del bambino, usandolo ed eccitandolo per eccitarsi sessualmente:
qualche volta pedofili, gravemente
turbati psichicamente, non si limitano a carezze, masturbazione o fellatio ma
arrivano persino a pretendere di penetrare
il bambino, con conseguenze sempre gravi e talvolta mortali, date le
differenze anatomiche.
Qualcuno
sostiene che nel mondo greco la pedofilia era accettata. Non era così: alcuni
greci maschi adulti usavano avere rapporti sessuali con fanciulli puberi e in quella cultura ciò aveva un significato
iniziatico. Tuttavia, perché questi rapporti fossero instaurati, era necessario
il permesso del padre. Quando il ragazzo diveniva adulto, tali rapporti
dovevano cessare perché l’omosessualità tra adulti non era consentita.
Nella
mitologia greca si legge che Laio, il padre di Edipo, fu il primo pederasta:
rubò il fanciullo Crisippo contro il volere del padre Pelope. Pelope maledisse
Laio, (da qui deriverebbero tutte le
tragedie degli Atridi), non perché Laio avesse compiuto un’azione secondo un
impulso pervertito, ma perché, invece
di corteggiare Crisippo, lo aveva condotto via con sè con violenza, dimostrando
nel suo comportamento “übris”, (eccesso, arroganza):
e per i greci l’incapacità di
moderazione e di controllo era considerato un crimine.
Pedofilia e incesto
Quando
la pedofilia è anche incesto, le
conseguenze della violenza sul bambino sono particolarmente devastanti. Le
statistiche rivelano che i pedofili appartengono per lo più alla cerchia intima del bambino. Spesso sono parenti
stretti, come il padre, la madre o entrambi i genitori, nonni, zii, fratelli
maggiori: quindi persone in cui il bambino aveva riposto la propria totale
fiducia e che lo hanno tradito, invece di fornirgli uno scudo protettivo. Il
padre, e la madre che sa e tace, (nel 20% del campione esaminato dal rapporto Eurispes la
situazione di disagio è nota a uno o
due persone del gruppo familiare o a conoscenti che tacciono), e che magari
disconferma le confidenze del bambino aumentando la sua disperazione, spesso
sono stati anche loro abusati fisicamente durante l’infanzia: con una tremenda
trasmissione generazionale “amano” la loro prole, nel modo in cui loro stessi
sono stati “amati”; qualche volta convinti che la sessualità sia il modo
migliore per esprimere amore e interesse.
Dal
rapporto Eurispes risulta che il 66 per cento degli abusi sessuali si compiono in
famiglia: ne sono responsabili il padre nel 35,8 % dei casi, la madre (30,8 %),
fratello/sorella (2%), altri parenti (4,8%,) convivente con madre/padre (2,1%),
amici/conoscenti (8,0%), insegnante (4,4%), estraneo (3,7) %. (Particolarmente
raccappricciante la percentuale relativa alle madri!).
Tra
i bambini abusati sotto i dieci anni il 44,7 % è maschio e il 42,6 % è femmina.
La terapia dell’abusato
Chi
ha il compito di recuperare queste
vittime abusate dai componenti della famiglia si trova in una situazione molto
ardua per le difficoltà terapeutiche che presentano tali interventi. Per
liberare il bambino dal trauma, occorre fare un difficile lavoro,
innanzitutto per far tornare alla memoria gli episodi particolarmente
traumatici che egli ha rimosso o che
nega per non incolpare l’adulto abusante da cui teme di essere punito. Occorre
aiutare il paziente a convincersi che il fatto appartiene al passato, che ora
egli è abbastanza forte da potersi difendere e che ci sono persone in grado di
proteggerlo; se l’abuso è stato commesso da un genitore, occorre poi
individuare gli aspetti perversi dell’abusante, ma nello stesso tempo,
circoscrivendoli, recuperare quanto più è possibile il genitore nei suoi
aspetti positivi per ricostruire, se si può, almeno parzialmente, quel buon
genitore interiorizzato, da cui dipende l’equilibrio psichico di ogni
individuo.
E’ in aumento la pedofilia?
La
pedofilia di cui si parla tanto nei media fa ritenere ad alcuni che essa sia in
aumento rispetto al passato. Ciò è impossibile da verificare: personalmente ho qualche dubbio in proposito,
ritenendo probabile che l’aumento delle segnalazioni e delle denunzie non
corrisponda a un reale aumento della pedofilia. L’aumento delle segnalazioni,
come è scritto nel rapporto Eurispes-Telefono Azzurro, potrebbe evidenziare, da
una parte, una maggiore “capacità degli adulti nel riconoscere situazioni di
disagio e nell’individuare i problemi, ossia nell’interpretare esplicite
situazioni come a rischio o comunque che necessitano di un intervento;
dall’altra, una consapevolezza maggiore, sempre negli adulti, nel sapere che
esiste Telefono Azzurro come linea d’ascolto per l’intervento nelle situazioni
di disagio e di abuso”.
L’accresciuta attenzione data alla pedofilia,
mi pare inoltre strettamente connessa con un nuovo modo di considerare
l’infanzia dopo Freud, grazie alle conoscenze che sono state approfondite
attraverso il lavoro psicoanalitico. Prima di Freud, si riteneva che il
piccolo, almeno nei suoi primi anni di vita, non fosse ancora in grado di
capire, quindi di sperimentare, l’amore, il lutto per la perdita di una persona
cara, che non avesse una sessualità e che non fosse ancora capace di vedere e
di sentire e di ricordare. Si pensava
che stimolare per gioco i genitali di un lattante, eccitandolo per il
divertimento degli adulti, fosse cosa innocente, e non ci si preoccupava di vivere un rapporto sessuale di fronte a
un bambino di pochi anni che dormisse nella camera dei genitori: “tanto lui non
capisce”.
Questa negazione della sensibilità del
bambino era così diffusa che secondo il Levitico (20,13) l’omosessualità
maschile è “un abominio” e comporta la pena capitale ma le antiche fonti
rabbiniche, che pure vietavano la pedofilia, non la trattavano con la stessa
severità se esercitata su bambini minori di 9 anni. (cfr. “Dizionario di
sessuologia,” a cura di Money J. e Musaph H., Borla editore, Roma, 1978,
pag.1669).
La mutata comprensione dello sviluppo
del bambino
La
psiche del bambino in questo secolo ha cambiato di importanza. Si è andata
sempre più approfondendo la comprensione del suo sviluppo e rispetto al secolo
scorso si è addirittura capovolta la prospettiva della importanza delle
fasi iniziali, emergendo con sempre maggiore chiarezza che ciò che il bambino
sperimenta sin dalla nascita, (alcuni di noi pensano: già negli ultimi mesi
della vita fetale), rimarrà indelebilmente inscritto dentro di lui con enormi
conseguenze per tutto il resto della vita. Il concetto del Sè e dei suoi bisogni imprescindibili
teorizzato da Winnicott e riformulato più tardi da Gaddini nei termini
di “organizzazione mentale di base” sono stati aiuti teorici fondamentali per capire non solo lo sviluppo normale del
bambino ma anche quel tipo di sviluppo deviato che si presenta nella
perversione pedofilica. Utilizzerò più avanti la teoria di questi autori per
tentare di fare più luce sul fenomeno della pedofilia ma prima cercherò di dare un profilo psicologico del pedofilo, che ho costruito esaminando
gli scritti sull’argomento citati nella bibliografia. Si tratta per lo più di
autori inglesi e americani: alcuni di loro hanno avuto accesso alle
carceri in cui erano detenuti pedofili
condannati e hanno potuto studiarne la personalità.
Chi è il pedofilo
Secondo gli autori inglesi e americani che hanno
approfondito l’argomento il pedofilo,
per lo più è un maschio, che nella sua
infanzia ha avuto genitori non adeguati: un padre immaturo, violento, sadico e
poco presente e una madre che lo ha
traumatizzato generando in lui aggressività: e dato che questa madre rimane
dentro di lui come un oggetto cattivo interiorizzato egli desidera eliminarla e
distruggerla (Socarides 1959). Cassity (1957), citato da Socarides (1959),
ritiene che la principale frustrazione subita nella prima infanzia sia la
perdita traumatica del seno che avrebbe generato in lui forti bisogni orali e
tendenze di rappresaglia che sarebbero
il motivo per cui il pedofilo tende a forzare l’oggetto “d’amore”. Ma
molti autori sottolineano che la madre del pedofilo ha avuto nei confronti del
bambino un bisogno di fusionalità
simbiotica e seduttiva che lo ha iperstimolato libidicamente: il piccolo
si sarebbe sentito usato in modo possessivo, ingolfante e annientante. Un
paziente di Glasser disse in seduta che da piccolo si sentiva “Come zucchero
sciolto in una tazza di caffè” (Glasser 1979). Per Anna Freud (1970), (citato
da Steele 1994)), il trauma è uno stato in cui l’Io è sopraffatto da stimoli
che non può sopportare: gli stimoli insopportabili possono essere derivati
tanto dalla frustrazione quanto dall’eccessiva eccitazione. Il pedofilo ha
paura, o addi-rittura disgusto (Socarides 1959) della madre, delle donne,
(frequentemente ha anche tendenze sessuali rimosse), e teme un rapporto sessuale con loro, ma nello stesso tempo,
avendo avuto una madre iperstimolante, che lo ha eccitato nella sua prima infanzia, il pedofilo , con una parte di
sè scissa è rimasto attaccato a questo
ricordo sensoriale seduttivo, una illusione
da cui non riesce a liberarsi; perciò cerca di ripetere quella esperienza
per impa-dronirsi di un oggetto come quello che lo gratificò un tempo, che
però, da adulto, deve essere un oggetto facilmente controllabile e manipolabile
(Brown 1927). Secondo Glasser (1979) il pedofilo ha un’intensa aggressività che
insorge dalla frustrazione relativa al desiderio di una completa unione con
l’oggetto originario. La sua nostalgia per una integrità narcisistica perduta
si manifesta con una avidità primitiva che lo porta ad agiti impulsivi coatti
(Mc Dougall 1972).
Nella normalità la madre è una persona
distinta e un oggetto eterosessuale desiderato. Non è una persona “to be like”
ma una persona “to have”, dice Greenson (1968): non è così per il perverso.
Secondo
la Greenacre (1953, 1969) lo sviluppo psichico del pedofilo si è arrestato e
Socarides parla di arresto a livelli preedipici (Socarides 1984).
Per
realizzare l’illusione del ritrovamento
dell’oggetto perduto, il pedofilo ricrea un mondo segreto dove ogni ostacolo è
abolito (A. Kluzer Usuelli 1989).
(Molti autori insistono su questo concetto di
segretezza, di clandestinità con cui il perverso cerca l’eccitazione e
il piacere; clandestinità che si rivela anche nella sua reticenza a parlare in
analisi dei suoi agiti perversi).
Il
pedofilo è’ vissuto, nella sua infanzia, in un ambiente povero degradato fisicamente e/o
psichicamente o in un ambiente borghese altamente patologico. Glasser (1979)
racconta la storia di un paziente economicamente molto agiato che ha subito
trascuratezze e deprivazioni emozionali estreme e commenta “come solo i figli
dei molto ricchi hanno provato”. Il pedofilo, che avrebbe un enorme bisogno di
amore che lo aiutasse a riparare la sua struttura psichica difettosa, teme
sempre di ritrovarsi nuovamente rigettato e abbandonato; ha ancora una
posizione ambivalente verso l’oggetto, lo desidera ma ha anche paura e rabbia
(Socarides 1960). Le sue distorsioni di sviluppo hanno avuto come conseguenza
una mancanza di stima per se stesso e una scarsa considerazione del suo corpo
(la Greenacre (1953) ha messo in relazione il feticismo con il difettoso
sviluppo dell’immagine corporea). I suoi problemi accentrati sulla sfera
sessuale gli fanno sentire i suoi genitali inadeguati e minacciati di
castrazione. Bak (1953) pensa che sia comune a tutte le perversioni il diniego
della castrazione. Stoller (1973 a) ritiene la perversione come una nevrosi che
ha preso l’apparato sessuale per la sua azione. La povera immagine che il
pedofilo ha del proprio corpo e
dei propri genitali si rovescia talvolta in
una attività sessuale, come
rinforzo narcisistico e senso di potere (Steele 1994) e in bisogni esibizionistici
improvvisi, attraverso i quali cerca di essere rassicurato sulla dimensione e
virilità del proprio membro che espone agli altri per essere ammirato. Tale esibizione,
secondo Stoller (1973 b), può essere considerata come un attacco fantasticato e
trionfante sulla donna, preceden-temente sentita come potente, fallica (Bak
1968) e che si immagina abbia inflitto
il trauma. l’atto perverso può essere sentito anche come il raggiungimento di
un orgasmo trionfante (Steele 1994).
Invece
di scaricare, almeno parzialmente, la propria eccitazione riguardo alla
sessualità attraverso la fantasia, nel pedofilo la finzione imitativa del
soddifacimento allucinatorio prevale sulla capacità di rappresentazione, e prevalgono anche la percezione
sensoriale immediata e la scarica
motoria subitanea (Masciangelo 1989). Ed
è chiaro che il pedofilo è tanto
più grave quanto è minore la sua capacità di simbolizzare, cioè di sostituire
simbolicamente ciò che è andato perduto. Il pedofilo non conosce le varie
sfumature con cui si può esprimere la sessualità tra esseri umani, perché ha
conosciuto solo una sessualità bruta agita sul suo corpo. Dato che i genitori
essendo stati a loro volta molestati e iperstimolati non hanno tenuto conto dei suoi bisogni abusandolo e traumatizzandolo, con una tragica
ripetitività generazionale (Steele 1994) il pedofilo non è arrivato a un
livello di sviluppo in cui si è in grado di tenere conto dei bisogni dell’altro,
di mettersi empaticamente nei panni degli altri. Non ha neanche potuto costruire un Super-Io capace di
moderare i suoi impulsi. Il suo abbozzo
di Super-Io difettoso, che dovrebbe controllare il suo comportamento, è
“corrotto” come quello dei genitori che sono stati il suo modello (Masciangelo
1973). Questa “corruzione” può arrivare persino a non renderlo consapevole di
quello che sta facendo quando compie atti considerati da noi ignominiosi.
Il
pedofilo ha una personalità instabile ed è soggetto a forti angosce persecutorie
che lo tormentano e che lo minacciano. Si sente sempre sull’orlo di una disintegrazione (psicosi) e attraverso
il contatto col bambino che egli abusa cerca di evitare tale minaccia
(Socarides 1959). Il pedofilo ha un radar particolare per riconoscere bambini
soli e bisognosi d’amore (Steele 1994) in cui rivede se stesso bambino e
in cui si identifica, con quella che, O. Fenichel (1945) ha definito “una identificazione alla
rovescia”: non io sono lui ma lui è me.
(Vedremo
più avanti come questo termine di identificazione sia improprio, sarebbe più
appropriato il termine di imitazione).
Nei confronti di tali bambini il
pedofilo usa le arti seduttive che ben conosce. Quando abusa di un bambino, la sua personalità si scinde
(Socarides 1976). Egli nega a se stesso la sua aggressività e quella con la
quale lo hanno ferito i suoi genitori; e, assumendo una personalità diversa
(Socarides 1959) da quella che ha abitualmente, attraverso il complesso
meccanismo psichico della scissione, nega la propria aggressività e proietta sul bambino idealizzato, con cui
può identificarsi, la propria parte bisognosa, infantile, deprivata a cui cerca
di dare amore e interessamento attraverso gesti sessuali. Il pedofilo è spesso
convinto che la sessualità sia il modo migliore per esprimere amore e interessamento, un tipo di amore di base di
cui è stato deprivato (Steele 1994)).
E con una scissione anche
dell’oggetto interno, con un diniego relativo ai tratti che gli farebbero
ricordare l’odiata madre, egli proietta anche l’immagine di un genitore idealizzato da cui si attende ancora
quell’amore che non ha avuto a suo tempo. Quando riesce a stringere il bambino
nel suo laccio egli sente di avere in suo possesso il genitore. Un genitore
che non può sfuggirgli, che non può
rifiutarlo, che farà tutto quello che lui vuole e gli darà tutta la dolcezza,
sensuale, di contatto fisico, che non ha mai avuto. Che lo farà ,obbligato dalla costrizione, se è
necessario, perché ora il pedofilo sa
di essere il più forte, ora ha potere, può anche immobilizzarlo. Al
tempo stesso egli attraverso la scissione, negando la propria aggressività, nei
confronti del bambino si sente anche un buon genitore idealizzato.
(Vedremo più avanti che almeno per quella
parte rimasta allo stadio dell’emergenza del Sè infantile individuale (Gaddini
1976 o 1978), non essendoci ancora l’oggetto non si può parlare di proiezioni
sul bambino abusato di parti di sè o del genitore interiorizzato).
Nella
pedofilia vanno distinti gli abusi continuati ricoperti da un patto di segretezza
e di ricatto, che avvengono generalmente all’interno della famiglia, dalle
aggressioni a bambini esterni alla famiglia, di cui magari il pedofilo è amico,
o a bambini sconosciuti o incontrati
solo casualmente. Anche se tali
aggressioni sono statisticamente più rare, sono quelle che fanno più scalpore, perché spesso portano anche
all’omicidio della vittima. In questi casi la sequenza che ho descritto sopra
continua in modo tragico. Quando il bambino immobilizzato urla e si divincola e vuole sfuggire, il pedofilo che, di solito, è anche un feticista, si accorge che il
bambino non può essere usato come un feticcio (Greenacre 1969, Bak, 1968),
ossia come un oggetto di proiezione che sta fermo, inanimato, immobile al suo
volere. Il movimento del bambino rende impossibile al pedofilo la scissione e
il diniego della parte aggressiva sua e dell’oggetto interiorizzato. Il bambino
ridiventa la cattiva madre che lo rifiuta e lui si sente di nuovo sopraffatto
da quella terribile aggressività che abita dentro di lui sin dalla infanzia e che egli voleva sedare attraverso le sensazioni
calmanti, che pensava il bambino potesse procurargli: e così lo uccide.
Scrive
Stoller (1973) che nella perversione la feticizzazione è sempre presente: essa
consiste nella deumanizzazione degli oggetti, per la paura, che li fa distorcere
completamente o in particolari attributi rispetto alla loro realtà, in modo che
servano per disfare il trauma che la loro presenza nella perversione fa tornare
alla memoria.
Per
Bak (1968) il feticismo è il modello della perversione. Grunberger (1975)
riferendosi all’oggetto feticistico, ha parlato di contenzione e l’ha
equiparata al controllo anale. Il
pedofilo cerca di controllare anche l’analista e il partner come fossero
oggetti anali. Le caratteristiche
dell’oggetto che ha subito un tale trattamento sono descritte
dall’autore come “immobilizzazione, imprigionamento e simili”. “Il feticcio è
una prigione che permette di catturare l’oggetto”; citato da A. Kluzer Usuelli
(1989).
I
vari autori che hanno studiato il fenomeno dell’abuso sessuale usano parole
tremende, ma forse ancora inadeguate per indicare le conseguenze psichiche che
lasciano gli abusi nelle persone che hanno subito violenza da bambini: feriti nell’anima, uccisi nell’anima,
distorti nell’identità, (Shengold, 1979) adattati masochisticamente (Steele
1994). Shenghold (1967) ha chiamato le persone
iperstimolate, abusate e maltrattate dai genitori “rat men”, perché ha
notato che nelle loro fantasie, fobie, sogni, compare il topo, un roditore
simbolo di una libido rimasta a un livello primitivo cannibalico.
Fatto
questo profilo del pedofilo secondo gli autori citati, vorrei ora riflettere
sulla pedofilia osservandola dal punto di vista di Winnicott e di Gaddini, che non è in contrasto con
quello di molti autori citati sopra, ma che ci permette di
vedere il fenomeno tenendo maggiormente in conto le prime tappe dello sviluppo
e di considerare le parti infantili che
possono essersi scisse nel processo integrativo. Il che non esclude che il
pedofilo abbia anche parti più sviluppate o che anche nel corso dello
sviluppo nel pedofilo non siano avvenute altre scissioni di tipo
disintegrativo, come avviene nella schizofrenia. (V. la ricerca riportata
sull’American Journal of Psychiatry (1959), che ha diagnosticato tra i pedofili
presi in esame un’alta percentuale di schizofrenici).
Per
dare fondamento alla mia riflessione secondo l’ottica di Winnicott e di
Gaddini, mi sembra opportuno sottolineare alcuni concetti fondamentali di tali
autori.
1)
L’isolamento tranquillo.
Winnicott
scrive che l’ambiente che si adatta attivamente ai bisogno del bambino gli
permette di esistere in un isolamento tranquillo. In questo stato il neonato fa
un movimento spontaneo e l’ambiente viene scoperto senza che vi sia perdita
del senso del Sè. Quando c’è invece un adattamento difettoso l’ambiente
produce un urto che obbliga l’individuo a reagire, il senso del Sè è perduto e viene riconquistato solo con il
senso dell’isolamento. Il secondo tipo
di esperienza, con la sua mancanza di un adattamento ambientale attivo
sufficientemente buono, può provocare
un distorsione psicotica della struttura “individuo ambiente”. Secondo
Winnicott queste riflessioni possono portare a conclusioni estremamente
complesse. [1]
2) Il
falso Sè.
Winnicott scrive che il falso Sè si costituisce su una base di
compiacenza e può avere una funzione difensiva, che è la protezione del vero
Sè. Solo il vero Sè può sentirsi reale, ma il vero Sè non deve mai essere
influenzato dalla realtà esterna, non deve mai essere compiacente. Quando il
falso Sè viene trattato come reale, nell’individuo c’è un senso crescente di
futilità e di disperazione.[2]
3) Come classificare le psicosi.
La
classificazione dei delinquenti e degli psicopatici dovrebbe essere fatta in
rapporto alla classificazione del fallimento ambientale. In uno studio delle
psicosi, bisognerebbe tentare di classificare l’ambiente, i tipi di anomalie
ambientali ed il momento dello sviluppo dell’individuo in cui operano queste
anomalie. Le deficienze ambientali che determinano la psicosi appartengono a
uno stadio di sviluppo precedente a quello in cui l’individuo ha gli strumenti
per essere consapevole o delle provvidenze ambientali o del loro fallimento; a
quella fase dell’organizzazione della mente e dell’identificazione primaria in
cui ha luogo il precoce sviluppo dell’Io
(ossia nello stadio precedente alla netta differenziazione tra il ‘Sè’ e
il ‘non Sè).[3]
4) Le
eccitazioni dell’Es possono essere sentite come traumatiche.
Nella
fase precoce di sviluppo dell’Io di cui ho appena parlato le pulsioni non sono
ancora definite chiaramente come interne per il lattante e possono essere
sentite altrettanto esterne di un colpo
di tuono o di una percossa. L’Io dell’ infante acquisendo forza arriverà
alla condizione in cui le richieste dell’Es verranno sentite come parti del Sè
e non come ambientali. Ma prima di un tale periodo le eccitazioni dell’Es
possono essere sentite come traumatiche quando l’Io non è ancora capace di
accogliere, nè di controllare i rischi impliciti e le eventuali esperienze di
frustrazioni fino al momento dell’effettiva soddisfazione istintuale [4].
Aggiungerei
a questi punti basilari per il nostro
argomento alcune riflessioni di Gaddini altrettanto importanti.
5)
I bisogni del Sè.
Scopo
primario della libido è quello di servire nella prima infanzia ai bisogni economici
e funzionali all’interno del Sè, l’ipotesi consente di capire come se tali
bisogni non sono stati adeguatamente soddisfatti, l’originaria spinta del Sè
alla propria sopravvivenza tenderà a permanere come forza dominante, influenzando
negativamente lo sviluppo strutturale,
la formazione del senso di identità, la formazione dell’oggetto distinto
da sè e quindi lo sviluppo del rapporto oggettuale. Nella patologia dell’età
adulta l’intera attività sessuale può essere messa al servizio della spinta
incessante e perentoria del Sè a sopravvivere, invece che al servizio dello
sviluppo del rapporto oggettuale. Per esempio nelle perversioni i bisogni del
Sè si impongono sull’intera struttura mentale.[5]
6)
Il sè onnipotente ignora le esigenze
ambientali.
La nuova potenza istintuale del Sè infantile individuale,
qualitativamente diversa dall’illusione nel senso di Winnicott, che è vissuta
nell’ambito del Sè totale, prescinde dalle dimensioni del tempo, non ammette
cambiamenti di sorta, ignora le esigenze ambientali e mira solo alla sicurezza
e al mantenimento dello spazio interno del Sè.[6]
7) I bisogni del Sè sono perentori,
dispotici, indiscriminati.
Il Sè individuale è uno stadio fondamentale
del processo evolutivo, e nel corso della sua evoluzione, in condizioni
abituali si può riconoscere l’inizio dell’attività istintuale dell’Io. In
questa prima fase pulsionale l’Io infantile oscilla dentro e fuori dell’area psicosensoria, che serve ai
bisogni del Sè. In questo processo l’angoscia di perdita di Sè dovrebbe venire
gradualmente ridotta. Ma quando ciò non accade
e il Sè individuale rimane fragile e bisognoso, e l’angoscia di perdita
di sè è rimasta molto forte, l’uso che il Sè fa della propria onnnipotenza
istintuale nei riguardi della struttura mentale è perentorio, dispotico e
indiscriminato.[7]
Il pedofilo considerato nel suo primo
sviluppo infantile secondo le teorie di
Winnicott e di Gaddini
L’individuo
che da adulto diventerà un pedofilo non è stato accudito da genitori che
hanno tenuto conto dei suoi bisogni,
non gli è stato permesso, cioè, di affacciarsi spontaneamente verso l’ambiente
secondo i suoi ritmi e i suoi tempi. Il non rispetto del suo isolamento
tranquillo, prodotto dall’urto di un ambiente che avrebbe dovuto proteggerlo, è
stata una violenza che ha fatto ritirare il suo vero Sè; più avanti nella vita
il vero Sè cerca a qualsiasi prezzo di ritrovare l’isolamento perduto e di
soddisfare i bisogni primari insoddisfatti. La perdita del senso di sè, causata dal ritiro del nucleo del vero Sè,
viene espressa dal pedofilo con una sensazione di inutilità della vita e di
vuoto. Tale lamentela ripetitiva può durare per anni in una terapia: il
paziente può essere convinto che sia l’analista che non fa niente per lui e
l’analista può sentirsi esausto da accuse che sente infondate.
A
seconda della gravità dell’urto
ambientale, della modalità di tale urto, del livello di organizzazione della
mente in cui l’urto è avvenuto, un pedofilo si differenzierà dall’altro per la
primitività dell’ aggressività, per la qualità dei bisogni del Sè e
per la complessità delle manovre difensive messe in atto per la sopravvivenza.
L’urto
ambientale subito dal pedofilo pare rappresentato sia da frustrazioni subite da
uno o entrambi i genitori, genitori poco maturi, con una aggressività
rozza in cui le “cariche aggressive sarebbero (state) poco fuse con le
cariche libidiche” (Gaddini 399)[8].
Oppure potrebbe trattarsi di una relazione erotizzata con la madre e/o il padre; una relazione che potrebbe sembrare
espressione di una sessualità adulta ma che invece, come dice Gaddini, è in
realtà da parte dei genitori ”una difesa tanto potente quanto elementare,
intesa a trasformare il rapporto in contatto magicamente unificante, tale da
eliminare la separazione e i conflitti istintuali”[9]
(Gaddini 416). Una relazione con genitori, quindi, ancora con bisogni del Sè e che usano il bambino/a
per rispondere a tali bisogni. Inoltre l’urto ambientale subito dal pedofilo è
spesso rappresentato dal fatto che nei primi mesi della sua vita è stato
iperstimolato assistendo alla scena primaria. ”Occorre inoltre considerare che
le forti cariche istintuali aggressive
che tali sensazioni possono suscitare (quelle
della scena primaria), non hanno nessuna possibilità di scarica se non in
fantasia, e che la rabbia, l’impotenza e l’angoscia possono portare la tensione
aggressiva a soglie limite della sostenibilità da parte del Sè. Infine che una
situazione del genere è sentita come pericolo interno ed è causa di nuova
angoscia, le cui componenti di perdita e di abbandono (da reflusso delle
cariche libidiche nell’area
psicosensoriale) non sono certo distinguibili dal bambino (Gaddini 339). [10]
Il
ritiro indotto sul vero Sè dall’urto ambientale produce nell’individuo una
scissione. Il vero Sè ritirato rimane nel suo nascondimento, a quel livello di
sviluppo in cui si era ritirato, ma il fatto che dopo la scissione il falso Sè compiacente, che nasconde e protegge
l’altro, rimanga più esposto, non significa che il piccolo vero Sè nascosto non
sia ancora presente e che non emerga mai. Esso emerge di tanto in tanto con
degli acting out di violenza inaudita
che dimostrano un bisogno che esige assolutamente risposta. Nel
linguaggio corrente queste emersioni improvvise vengono chiamate “raptus” E
siccome il bisogno è un bisogno molto primitivo dell’area psicosensoriale
carico di angoscia di perdita di sè, toccando, accarezzando, tastando,
guardando, stringendo tra le sue braccia un bambino il pedofilo cerca di fronteggiare tale angoscia, e; con il diniego della catastrofe già avvenuta,
di ristabilire attraverso un rapporto imitativo (Gaddini 184)[11]
l’esperienza magica infantile del Sè totale andata perduta. Quella che Fenichel
chiama “identificazione alla rovescia”, una identificazione disturbata, in
realtà non è una vera identificazione ma è piuttosto una imitazione. I bisogni
del Sè del pedofilo si impongono sulla intera struttura mentale e nel rapporto
Io-Sè, quando l’Io infantile del
pedofilo si sente minacciato dalla dipendenza dall’og-getto esterno, che lo espone alla perdita dell’onnipotenza del
Sè (Gaddini 403)[12], l’Io si ritira nell’area psicosensoria.
Questo spiega come mai il pedofilo non sia in grado di trovare conforto alle
sue difficoltà in una rela-zione oggettuale. Il pedofilo nella parte scissa del
suo vero Sè nascosto è rimasto allo stadio del Sè individuale emergente, la cui
istintualità insorge senza che l’individuo abbia ancora la possibilità di
utilizzarla per uno scopo e per un oggetto. (Gaddini 399-400)[13].
(Ciò non esclude che in alcuni casi, non infrequenti nella struttura della
personalità del pedofilo non si siano
sviluppate più tardi parti più evolute dell’Io che permettono l’introiezione,
la proiezione, la conflittualità ecc.).
L’onnipotenza
istintuale del Sè infantile del pedofilo, (che non va confusa con l’attività
istintuale dell’Io), è tesa a proteggere l’interno del Sè e ignora le esigenze
ambientali, quindi dell’altro diverso da sè, ed ha bisogni perentori, dispotici
e indiscriminati Perciò il pedofilo abusa del bambino che ritiene idoneo a
soddisfare i propri bisogni, non tenendo conto del fatto che i bisogni del bambino
sono diversi dai propri. Il pedofilo non si mette nei panni dell’altro.
Rifuggire dai luoghi comuni
Che
cosa può dire uno psicoterapeuta su
tale problema? Innanzitutto che di fronte a un argomento così serio e così difficile non si può
parlare per luoghi comuni.
Un
primo luogo comune è quello di confondere la pedofilia con l’omoses-sualità.
Come ho detto sopra, il pedofilo cerca
nel bambino un altro sè stesso, quindi il bambino può essere dello
stesso sesso ma questo non avviene sempre: tutt’altro, com’è evidente dalla
frequenza dell’incesto padre-figlia. La stragrande maggioranza degli
omosessuali, dunque, non è pedofila più di quanto lo siano gli eterosessuali.
Secondo.
Non esiste, come qualcuno pretende, una pedofilia “buona” da distinguere da
quella cattiva. Anche la “tenerezza”, quando supera una determinata soglia oltre la quale comincia
l’eccitazione dell’adulto e del bambino, soglia che ogni adulto equilibrato ben
conosce, è di fatto una violenza perché, come ho scritto sopra, il bambino non
ha ancora un apparato psichico abbastanza
maturo da contenere quel tipo di eccitazione.
Terzo.
Il pedofilo è una persona gravemente patologica e come tale va trattata: come
per il drogato, l’aumento della pena non costituisce un deterrente.
Non
mi riferisco, naturalmente, a
quell’arcipelago di persone che si
arricchisce sfruttando la perversione dei pedofili: che usa Internet per smerciare film o cassette e
che, nei casi-limite, sequestra,
compra, violenta, uccide bambini allo scopo di trarre lucro da tali attività.
Mi sembra che chi specula in tale modo appartenga a una categoria di criminali
che possono essere pedofili, ma non necessariamente, e che sono spinti verso
l’atto criminoso più che da motivazioni emozionali da smania di guadagno
economico; come è il caso dei grandi spacciatori di droga, che spesso non sono loro stessi drogati. Per
tale categoria di individui sono necessarie pene severe, del resto già previste
dalla nostra legge.
La prevenzione
Per
quanto riguarda la prevenzione, lo psicologo può solo caldeggiare che le istituzioni
tengano presente il problema, non episodicamente, e che siano portate avanti
leggi già presentate in Parlamento, come quella che prevede l’allontanamento
del bambino dal domicilio del genitore o familiare violento e leggi che
potenzino corsi di aggiornamento per genitori, insegnanti, formatori; che,
infine, aumentino il numero di servizi sociali adeguati in tutto il territorio italiano,
senza dimenticare, come spesso avviene, alcune zone geografiche o sociali.
Sottolineando,
come ho scritto sopra, che chi abusa è stato, quasi sempre, lui stesso abusato
o gravemente maltrattato, ritengo che il luogo principale dove si può fare
prevenzione è la scuola, soprattutto quella degli ordini inferiori. Come ha
scritto Ernesto Caffo, meritorio presidente di Telefono Azzurro, uno degli
interventi più utili è quello di sensibilizzare gli insegnanti a riconoscere i
segni dell’abuso nei loro piccoli allievi. Ciò eviterà che il bambino da adulto diventi egli stesso un
pedofilo e salverà molti bambini dall’inferno interno che si chiama pedofilia.
Senza indicare quali possono essere i segni di un abuso sessuale, per non
creare allarmismi, (i segni vanno comunque letti e discriminati perché possono
essere anche derivati da altre cause), mi sembra di poter dire che ogni
maestro/a deve stare all’erta su questo problema, senza allontanare da sè i propri
dubbi, magari perché il bambino appartiene a una classe sociale elevata e
sembra ben accudito. Un buon insegnante può entrare in contatto profondo con il
suo alunno e ha tanti mezzi per poterne conoscere la realtà interna. Anche alla
scuola materna, quando il bambino non sa ancora scrivere, l’insegnante può capire dai disegni e dai
giochi proiettivi il disagio di un bambino. I maestri, naturalmente, dovrebbero
avere dei corsi di aggiornamento su questo problema specifico; e, cosa
particolarmente importante, dovrebbero poter contare sull’appoggio di capi di
istituto sensibilizzati in grado di aiutarli ad affrontare casi tanto delicati.
L’insegnante
ha ( o avrebbe) bisogno di sapere che ci sono a sua disposizione persone
esperte con cui può verificare i suoi sospetti e i suoi dubbi, per avere dei
consigli, prima di procedere alla denuncia. Se anche un insegnante intuisce che
ci sia un abuso, non può esserne immediatamente certo, e anche se lo è, deve
superare alcune legittime difficoltà interiori, come la perplessità sul diritto
di entrare nei fatti privati di altre persone, magari conosciute come
vendicative, la paura di essere accusato di diffamazione o la paura di fare ulteriore
male al bambino. (Il rapporto Eurispes conferma tali difficoltà; rilevando che
non sempre l’adulto che telefona segnalando un abuso fornisce le indicazioni necessarie per un intervento
delle autorità competenti). Inoltre l’insegnante ha bisogno di sapere che ci sono istituzioni in grado di adottare
soluzioni ponderate per i casi che egli
segnala e deve avere fiducia in tali istituzioni. Non è, ancora, la situazione
italiana: oggi capita spesso (e purtroppo ciò è più frequente nelle regioni più
prive di servizi sociali) che gli insegnanti sappiano ma non sappiano come
gestire quello che sanno.
Da
questo punto di vista, la responsabilità è di tutti i cittadini che devono rendersi
protagonisti di progresso.
Febbraio 2001
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[1]
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[2] D.W.Winnicott, (1965), Classificazione: esiste un contributo psicoanalitico
alla classificazione psichiatica? in Sviluppo affettivo e ambiente, A. Armando
ed., Roma , 1970, 168-69
[3] Ibidem, 73-74
[4] D.W.Winncott 1965), La distorsione dell’Io in rapporto al vero e falso Sè, in Sviluppo
affettivo e ambiente, A.Armando, Roma,1970, 179.
[5] E. Gaddini, (1976 o1978), L‘invenzione dello spazio in psicoanalisi, in Scritti, 1953-1985, R.Cortina ed., Milano, 1989, 399
[6] Ibidem,
399
[7] Ibidem , 402-403
[8] Ibidem, 399
[9] Ibidem , (1976), Note su alcuni fenomeni del processo analitico, 416
[10] Ibidem, (1974), Formazione del padre e scena primaria, 339
[11] Ibidem, 1968), Sull’imitazione, 184
[12] Ibidem, (1976 o 1978), L’invenzione dello spazio in psicoanalisi, 403
[13] Ibidem, 399-400