LE PROVOCAZIONI DEL NATALE

Rapallo, parrocchia di S. Achille e Nereo

29 novembre 2003

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Che in fondo al mio cuore abiti ancora qualche  briciola d'infanzia oppure, com'è assai più probabile, che anche per me sia avviato il processo di rimbambimento  da vecchiaia, fatto sta che, con grande indignazione  di molti miei parenti ed amici, a me piacciono immensamente gli addobbi  nelle vie del dicembre e le luci delle vetrine. Questo allegro  panorama, spesso opera di sapiente creatività artigianale, mi sembra sconfiggere nebbie e piogge, e addirittura riscaldare le strade. Mi divertono - lo confesso - i finti omini di neve, i finti vecchioni vestiti di rosso, le loro barbe finte, i loro finti pancioni da nonni un po' alcolisti,  mi piacciono gli alberi sui quali brillano palle colorate e candeline, il suono delle jingle bells, insomma tutta la rutilante festosità che caratterizza queste settimane.  L'unica cosa che non mi piace è che tutto questo si chiami Natale. Qualche volta mi domando se un giorno non ci saranno un concilio, un papa, una convenzione teologica internazionale ed ecumenica che decideranno coraggiosamente di spostare la celebrazione della nascita di Gesù a un giorno che non sia il 25 dicembre. Forse sarebbe un atto di saggezza, in tutti i casi il leale riconoscimento  di una battaglia perduta. La sconfitta del Natale cristiano, del resto, è stata molto autorevolmente sancita, tre o quattro anni fa, da un organo giuridico fra i più importanti del mondo: la Corte suprema degli Stati Uniti. Qualcuno dei miei lettori se ne ricorderà certamente, anche se i giornali italiani vi dedicarono ben poco spazio. Un cittadino agnostico si appellò alla Costituzione degli States, la quale non prevede feste religiose nel calendario nazionale e chiese la soppressione del Natale come giornata festiva: la Corte, dopo lungo esame, respinse l' appello, sentenziando che già da tempo il Natale aveva cessato di essere una festa religiosa.

E' una storia che ricorda un po', ma all'incontrario, quella dell'imperatore  Giuliano detto l'Apostata che nel IV secolo dopo Cristo cercò di ricostruire il potere degli dei pagani sull'impero romano, ma fu sconfitto. Negli anni in cui Giuliano regnò, il 25 dicembre si celebrava la vittoria del Sole sulle tenebre dell'inverno, ma intorno al 350 dell'era volgare i cristiani si impossessarono di quella festa e la tramutarono in Natale del Signore Gesù. Adesso il paganesimo  imperiale di Nostro Signore il Mercato sembra essere riuscito a riprendersi la mistica data, per le sue liturgie. Sembra che questa volta i potentissimi  Apostati, titolari degli imperi commerciali, siano loro i vincitori.

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E' la prima provocazione del Natale, lo scontro, al quale dovremmo essere più attenti, fra due concezioni drammatiche della vita. Chi parla di "scontro"  (lo so bene per esperienza personale) finisce inevitabilmente per essere giudicato e detestato  come un moralista rompiscatole, incapace di lasciarsi andare alle gioiose dimensioni della festa. Il Natale del Mercato, nella concezione dei più, è infatti il prolungamento collettivo, un po' carnevalesco, bambinone e sregolato, di una calorosa festa di famiglia; perché mai giudicarlo severamente se ci impone, dopo tutto, soltanto sorrisi, frivolezze e, naturalmente, investimenti finanziari?

Ma è proprio così: innocuo e giocherellone? Intanto  c'è talvolta, nella sua celebrazione, una sorta di aggressività, soltanto apparentemente  bonaria. Il suggerimento subliminale che ci viene dalla pubblicità è "spendete, spendete, spendete più del vostro amico-nemico, colpitelo  col vostro regalo più costoso del suo, fategli vedere che voi non siete avari come lui".

Questa soave cattiveria si serve del superfluo e dell'artificiale, del fasullo e del pre-confezionato. Soltanto i bambini, con le loro letterine natalizie in cui promettono in tutta sincerità di essere più buoni (a proposito: perché non ne scriviamo qualcuna anche noi?), soltanto i bambini, dicevo, creano doni personalizzati, gratuiti e originali. Come spesso avviene, sono i bambini a penetrare la verità delle cose. Con quella loro trepida attesa di doni d'amore che spesso, purtroppo, noi prostituiamo con regali che non li divertono realmente, che non stimolano la loro creatività e anzi generano in loro l'avarizia che nasce dalla proprietà di un oggetto costoso, soltanto i bambini, dicevo, comprendono che il Natale è, dovrebbe essere, la festa della circolarità dell'amore per la quale donare e ricevere, amare e lasciarsi amare sono la stessa manifestazione del voler bene, del desiderare la felicità altrui. E anche questo a me sembra una provocazione del Natale: che una delle feste più significative per una fede adulta sia compresa soprattutto da bambini. Ma questa è la logica cristiana: "Se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei Cieli" (Mt 18,3). Forse il nostro principalissimo  problema nell'Avvento sta proprio qui: nel non avere dei bambini accanto a noi che ci guidino alla contemplazione del presepio - o, peggio ancora, nel non avere tempo per i bambini che ci stanno accanto.

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Ma poi perché, poco fa, parlando del contrasto fra il Natale consumista  e il Natale cristiano, ho parlato di due concezioni drammatiche della vita? Non è un'esagerazione?  Non viviamo oggi ben altre contrapposizioni a livello planetario? Immensi eserciti stanno a tutti i confini, decine di migliaia di esseri umani sono pronti non solo a uccidere ma addirittura a uccidersi- almeno apparentemente  in nome di due civiltà in lotta per il predominio planetario: In altre regioni - dal Congo al Papua occidentale - veri e propri genocidi vengono perpetrati, nel silenzio e talvolta nell'ignoranza dell'opinione  pubblica internazionale. Non sono quei luoghi e quelle tragedie i nervi infiammati della Terra, i trombi che la percorrono e la deformano, i luoghi della tragedia cosmica? Ben poca cosa, sembrerebbero, al paragone, il paganesimo bonaccione, la retorica  sorridente e superficiale  del Natale non-cristiano.  E invece il paradosso, lo scandalo, la provocazione del Natale cristiano sta in questo: che esso ci convoca a una scelta precisa, esso pone la scure alla radice di tutte  le nostre retoriche sentimentaliste, ci obbliga a vedere la realtà e le nostre responsabilità collettive e personali.

Ciò che il Natale annunzia è che il mondo è segnato dal dolore e Colui che viene a risanarlo si pone, per così dire, sul versante negativo della storia. L'Incarnazione non avviene nelle regge ma fuori delle porte della città, lì dove i tuguri dei miserabili si addossano alle mura, nelle grotte in cui dormono le bestie da soma e gli schiavi, le une e gli altri incatenati.

E' una realtà che molti di noi non riescono ad accettare. Abbiamo costruito su tutta la Terra mirabili cattedrali, luoghi d'orazione che sembrano gemmati di stelle, altari sfolgoranti di luci,  ma poi la fede ci costringe a cominciare a leggere il vangelo, a Nazareth, nella grotta dell'Annunciazione  e, a Betlemme, nella grotta della Natività. Il vero scontro fra i due Natali che ci chiamano a festa avviene qui, sul crinale che divide amore da ingiustizia, miseria da agiatezza, malattie che cancellano le popolazioni di interi continenti da venerazione dei nostri corpi di gente del benessere.  Uno dei due Natali parla di cose e di privilegi, l'altro di fratelli e sorelle che soffrono; l'uno, di luci e di ricchezze, l'altro di liberazione dei poveri dalle loro oppressioni.

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Lo so bene. anche la festa di Babbo Natale & Co. ha i suoi atti di bontà. I poveri, in quei giorni, sono invitati a cenoni quasi simili ai nostri, ricevono in dono coperte e indumenti e persino qualche sorriso che in altri giorni, generalmente, gli viene negato. Tutto ciò è bene, tornerà a merito dei donatori; ma il Natale del Cristo è ben altro: è festa di liberazione, messaggio  che proclama: "O voi che giacete nella polvere, levatevi e cantate" poiché nasce Colui che viene ad annunciarvi la buona notizia della predilezione di Dio per i poveri.

E noi? Esclusi dalle calde braccia di quella predilezione, noi non-poveri, almeno non poveri di agiatezza? No, io spero, io credo che  anche noi possiamo essere accolti, ma soltanto se cerchiamo di essere accanto ai poveri, condividendone le speranze e le lotte. In altri termini, sono profondamente convinto che non si possa celebrare cristianamente  il Natale senza avvertire lo scandalo  mostruoso che nell'epoca in cui le sonde spaziali partono per investigare l'infinitamente grande e l'ingegneria biologica si inabissa nell'infinitamente piccolo, 45 milioni di persone muoiono ogni anno di malattie legate alla denutrizione. E', ogni anno, la stessa cifra delle persone morte nei cinque anni complessivi della seconda guerra mondiale.

Questo dato brutale chiama in causa la nostra pretesa di dirci cristiani. "La Chiesa - afferma il Concilio nel suo documento più alto, la costituzione dogmatica Lumen Gentium, - la Chiesa riconosce nei poveri e nei sofferenti l'immagine del suo Salvatore". Si possono appendere decine di crocifissi su tutte le pareti degli edifici pubblici e tradire questa verità: e infatti fra i più accaniti sostenitori della necessità che i simboli della passione del Signore rimangano sui muri delle scuole e dei tribunali, vi sono non pochi che vorrebbero sbarrare le porte del nostro continente alla disperata ricerca di pane e di futuro di tanti nostri fratelli e sorelle. L'immagine del Cristo per loro è una statuetta di scagliola o di gesso, che li rassicura sulla loro identità, non un corpo vivo e dolente, non il Messia che grida: "Nell'Ultimo Giorno su questo sarete giudicati, su ciò che avrete, o non avrete, fatto ai poveri".

Essere vicini ai poveri non significa soltanto il gesto episodico della elemosina, traduzione blasfema della parola carità: significa  consapevolezza che quei  45 milioni di morti sono il prodotto di una negazione organizzata della dignità umana in nome della dignità del Profitto. So che sarò definito "cattocomunista" se aggiungo che questa logica ha un nome incontrovertibile, quello di "imperialismo internazionale  del danaro"; e perciò chiarisco subito che traggo questo termine dalle encicliche di tre pontefici. Non è l'aumento della popolazione  mondiale, non la mancanza di alimenti, non la supposta ignavia delle popolazioni del Sud a generare quell'autentica strage planetaria ma un sistema organizzato di spoliazione dei paesi meno forti -  e la nostra indifferente, o più spesso rassegnata,  convinzione che così, purtroppo, va il mondo. Qualche giorno fa la vice presidente della FAO lo diceva, a Roma: "Ciò che manca non è il cibo, è la volontà politica dei governi". A proposito: nella legge finanziaria il governo  italiano ha drasticamente ridotto i fondi per la cooperazione internazionale.

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Nelle regioni della Terra in cui viviamo, in Occidente, in Europa, in Italia, la grande maggioranza  della popolazione è convinta di vivere in un ordine soltanto un po' disordinato, con una serie di problemi preoccupanti  ma, dopo tutto, non tragici. Anche chi si rende conto che il futuro può essere critico, tende, per paura o, peggio, per cinismo, a spostare la crisi in un futuro lontano da lui; quanto a certi problemi, che pure affliggono chiaramente la società mondiale (il degrado ecologico, il problema della disoccupazione, le sperequazioni economiche, la miseria endemica in interi continenti) la verità è che l'opinione pubblica italiana, europea, nordoccidentale, nella sua grande maggioranza, non li ritiene espressioni  di una situazione in cui il disordine prevale con terribile violenza sul concetto stesso di ordine, li considera piuttosto frange negative ma tristemente inevitabili dell'unico possibile ordine: quello neocapitalista.  Perciò, se qualcuno dichiara, come moltissimi giovani e non pochi adulti fanno, la sua obiezione di coscienza a quell'ordine, che è un reale disordine omicida di massa, molta gente (laici, ma anche sacerdoti, vescovi e cardinali) avverte che c'è in quell'obiezione  una quota di sovversivismo che preoccupa e dalla quale, pensa, bisognerebbe guardarsi.

Ma ecco che il Natale ci impone di vedere ciò che spesso preferiamo dimenticare o sbiadire in atti di devozione: e cioè che il cristianesimo, è una religione sovversiva. Gli storici annotano coscienziosamente i nomi dei sovrani e delle loro imprese, ma nel vangelo il nome di Erode e quelli dei suoi figli, di Cesare Augusto e di Tiberio, di Quirino e di Ponzio Pilato, dei loro funzionari e dei grandi sacerdoti compaiono, per così dire, già svuotati di ogni maestà dal canto della piccola Maria che esulta perché il Signore rovescerà i potenti dai troni. Il Cristo sarà appeso alla  croce come eversore; la strage degli Innocenti prefigura l'odio dei potenti per l'irruzione di un Dio di giustizia nella loro storia di sopraffattori. Nello stesso evento del Natale è già inscritta questa vicenda. Come ha cantato padre Davide Turoldo, Gesù nasce

dentro il fondo silenzio del mondo,

accolto appena da umili e poveri,

cercato subito a morte dai grandi.

Non confondiamolo con un reggitore dell'ordine pubblico, con un maestro di galatei.

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Noi che vorremmo essere cristiani nel nostro tempo e andare a Betlemme per adorare il Bambino nato per la nostra salvezza, non abbiamo la stella che guidò i Magi, quella cometa è scomparsa nelle profondità dei cieli. Per ritrovare la Grotta non possiamo che seguire i segni dei tempi, interrogarci sui luoghi del dolore perché è lì che troveremo Gesù, lui che ci ha detto di essere stato mandato "per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore" (Luca 4, 18-19)

 Se davvero accettiamo di farlo, non possiamo che concludere che il 2003 è stato un anno crudelissimo. Le guerre in atto, quelle visibili e quelle che i mass-media fingono di ignorare, sono segnate dalla mostruosa follìa dell'avidità delle cosiddette Grandi Potenze. I combattenti inalberano bandiere variopinte ma sotto ogni colore si può cogliere il simbolo omicida del danaro. La guerra nel Congo ha già raggiunto in cinque anni i 4 milioni di morti, ma se ne parla ben raramente perché , dopo tutto, sono africani che scannano altri africani Scontro fra etnie? Forse i combattenti lo credono, ma la realtà è che il commercio delle armi "tira" e che nel Congo vi sono materie prime come il cobalto e il coltan, di suprema importanza per gli eserciti e per le tecnologie. Ma la geografia dell'orrore è ben più vasta del Congo; una rete di violenze armate stringe la Terra. Alienum a ratione, sempre e comunque irragionevole aveva definito la guerra papa Giovanni. Sono passati quarant'anni ed ecco l'Occidente che si vanta di essere cristiano precipitato in un conflitto  che Giovanni Paolo Secondo, nel tentativo che l'umanità si arrestasse sull'orlo del baratro aveva definito immorale, illegale, inutile e dannoso. La voce di papa Woytjla non è stata ascoltata, l'ONU è stata una volta di più calpestata nel suo prestigio ed eccoci davanti a una guerra che non è giuridicamente tale, con soldati, anche italiani, che muoiono per difendere una pace che non esiste neppure in ipotesi. Il fondamentalismo islamico, com'era del tutto prevedibile, dilaga, la Palestina da più di mezzo secolo è regione di pianto: e il terrorismo viene scientificamente allevato in quelle vasche di cultura che sono il disprezzo per le religioni altrui, l'ignoranza dei valori altrui,  l'ingiustizia, la voglia di mantenere alto il confronto bellico per rilanciare l'economia in crisi e, peggio di tutto, la diffusione a livello planetario  di un senso di disperazione.

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Non è tutto. Quest'anno si è reso tragicamente evidente un fenomeno disastroso per l'ordine planetario. Il governo Bush sta ormai agendo con superbia imperiale, abbandonando accordi internazionali come quello di Kyoto e sostituendoli, quando e come vuole, con accordi bilaterali, nei quali la disparità di forze fra i contraenti è ovvia. L'ideale di una pace e di una giustizia universali va dunque allontanandosi e tanto più diventa lontana utopia quanto più la Casa Bianca pretende ormai di godere di una sorta di esenzione giuridica dalle convenzioni internazionali. Si è rifiutata di aderire alla creazione di una Corte penale internazionale contro i reati di guerra e, anzi, affannata a fare regalie e promesse a tutti i governi che seguissero il suo esempio e soprattutto garantissero che, in qualunque circostanza e per qualunque ipotesi di reato i militari americani saranno sempre e soltanto soggetti alla giustizia del loro paese. Il massacro del Cernis ha insegnato a noi italiani che cosa significa questa pretesa

E c'è di peggio: con la rivendicazione di un pieno diritto a scatenare guerre preventive, Bush e il suo governo hanno affossato secoli di progresso nella giurisprudenza internazionale. Messe al riparo da ogni possibile giurisdizione le sue forze armate e le grandi imprese cosiddette multinazionali o corporations (come  si è visto nel caso di Bhopal), adesso Washington preme per aggredire i sistemi giuridici delle altre nazioni e ottenere la cancellazione di leggi che limitano i suoi traffici, come quelle contro gli organismi geneticamente modificati. La storia dovrà annotare fra i fenomeni più dolorosi della nostra epoca questa regressione giuridica degli Stati Uniti, cioè di un paese che aveva contribuito in maniera determinante allo sviluppo del diritto internazionale. Dopo l'11 settembre del 2001 sono state proclamate leggi che a stento possono essere considerate costituzionali. Centinaia e forse migliaia di persone sono state incarcerate per lunghi periodi, inquisite anche con l'uso di brutalità, rimesse in libertà senza una spiegazione. Ciò che avviene nella base di Guantanamo, questo centro di spaventosa crudeltà psicofisica, questo gulag programmato per la devastazione della dignità dei prigionieri è una vergogna per il paese che fu di Lincoln, di Emily Dickinson. di Roosevelt. di Martin Luther King. Il fatto è che la Casa Bianca di Bush ha scelto una sorta di conflitto militare permanente: e la guerra è sempre un fatto regressivo. Enduring Freedom e Enduring War sono fra loro inconciliabili. Gli Stati Uniti sono diventati, come dichiarano alcuni loro illustri cittadini, una democrazia illiberale che pretende di "portare la democrazia" anche con le armi negli stati che definisce "canaglia". Ma una democrazia imposta con le armi è una tragica beffa.

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Nel frattempo la logica del mercato mostra tutta la sua fragilità. E' appena uscito anche in Italia un libro di Willy Hutton, un famoso giornalista britannico, particolarmente attento ai problemi della globalizzazione. Egli sostiene che la presunta razionalità assoluta del mercato, della totale privatizzazione, della deregulation ha portato l'economia internazionale a un naufragio. Siamo arrivati -scrive Hutton - a mercati senza freni che obbediscono soltanto alla volontà e agli interessi di potenti sempre più cinici, a squilibri irrimediabili a ingiustizie che provocano reazioni sempre più ampie. Non solo: l'ingigantimento delle corporations, le enormi multinazionali,  la loro presenza in molteplici campi di interesse e in molteplici zone del mondo va creando veri e propri colossali conflitti di interesse. Lobbies contrastanti fra loro si contendono il governo dell'uno o l'altro territorio secondo proprie logiche di interessi. Non è una sola guerra a essere combattuta sulla Terra e non tutte le guerre vengono combattute con le armi.

Tutto ciò ha un costo altissimo in dollari, sterline, euro, franchi svizzeri eccetera. Intere economie continentali vengono distrutte da decisioni del capitalismo finanziario. Interi popoli diventano da un giorno all'altro esuberi, cioè masse umane alle quali si possono inviare aiuti umanitari ma non concedere speranze.  Dopo la crisi monetaria asiatica del 1997-98, tutti gli indici "negativi" di quella immensa area si sono impennati come cavalli selvaggi. Immense ondate di dolore devastano la Terra. Non credo si possa celebrare la nascita di un bambino poverissimo, mandato a salvarci, senza cogliere nelle nostre liturgie almeno il sottofondo di queste spaventose mareggiate.

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Io non sono un sociologo, non un filosofo, non un economista, tanto meno un teologo. L'unica definizione che in qualche misura  mi si attaglia è quella del testimone, del viaggiatore fra i "dannati della Terra". Allora lasciate che io qui testimoni che le statistiche sono spesso astrazioni, piccoli numeri che non riescono a far sentire le grida dei poveri, le quali talvolta sono davvero strazianti ma più spesso si spengono nella debolezza che impedisce persino l'urlo. E però io non voglio portarvi le immagini consunte (consunte per la nostra propaganda filantropica, sia chiaro: non perché superate dalla realtà) dei bambini con le gambette stecchite e il pancino gonfio di vermi: le avete viste e riviste, le abbiamo per così dire "metabolizzate". Ma lasciate che per un istante io vi chieda di pensare, pochi secondi e non più, alla luce spenta negli occhi delle bambine brasiliane, tailandesi, honduregne e dei loro fratellini, le une e gli altri ferocemente stuprati dai turisti del sesso; dei bambini e delle bambine della Costa d'Avorio prostituite dall'arruolamento militare degli eserciti che trattano con le industrie diamantifere, dei piccoli muratori peruviani costretti a caricarsi di mattoni a tre, quattro anni. Soltanto queste tre categorie di bambini (i bambini-oggetto sessuale, i bambini-soldati e i bambini-lavoratori nella prima infanzia) pongono il problema di più di 250 milioni di creaturine violentate dal sistema in cui noi agiatamente viviamo.

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Esistenza agiata, chi può negarlo? Ma felice? No, felice, no. La felicità è feconda e noi abbiamo perso la volontà di essere fecondi. Anche su questo ci interpella il Natale. "Un bambino è nato per noi- grida esultante il profeta. -  Ci è stato donato un figlio". Ma, noi, abbiamo voglia di bambini?

La storia che in questi anni è stata costruita ed è tuttora costruita dalla superbia e dall'avidità dei potenti, la storia che noi rafforziamo  con la nostra correità almeno passiva è storia che spinge a temere di generare figli. Permettetemi di leggervi un documento che io considero bellissimo e terribile. E' lo scritto di una giornalista israeliana che si chiama Daphna Baram:

 

Ho trentatrè anni, e sono felice di non essere madre. Vi assicuro che non sento l'orologio biologico ticchettare, i miei nervi saltano solo quando esplode una bomba.

Le mie amiche madri vivono attaccate ai loro cellulari: "Dove sei? No, non puoi uscire. No, non mi importa se tutti gli altri bambini ci vanno". Quanto sono ingenui, i bambini, nel raccontare bugie: quale madre, in Israele, potrebbe credere che tutti i bambini vadano da qualche parte? Dove potrebbero andare? E dove li porteranno le loro paure?

In molti paesi del mondo i bambini temono l'ignoto, l'irreale. Tu comprendi di vivere in una zona di guerra quando capisci che le piu' grandi paure dei bambini sono cose che essi conoscono molto bene.

*

Due anni fa, quando ne aveva dieci, il mio fratello minore venne a casa da scuola, apri' la porta e senti' il familiare suono di un'esplosione provenire dalla strada che aveva appena lasciato. Seduto davanti alla tv, cinque minuti dopo, pote' vedere il suo compagno di scuola aggirarsi accecato dal sangue in quella stessa strada, piena di pezzi di corpi umani e di gente ferita. Il papa' di questo bambino, che aveva accompagnato a scuola anche mio fratello, e aveva mangiato la pizza con lui, e' stato ucciso davanti agli occhi del figlio. E poi il figlio e' morto. Mio fratello si rifiuto' di parlarne. "Oh, non eravamo veramente amici. Davvero, non lo conoscevo cosi' bene".

*

La prossima persona che si fara' esplodere nel centro di una delle nostre strade affollate ha ora l'eta' di mio fratello. Sua madre non deve preoccuparsi di cosa gli accade nel tragitto per andare a scuola: non ci sono piu' scuole. Le abbiamo demolite quando abbiamo distrutto le infrastrutture dei territori dell'Autorita' palestinese. La sua sorellina e' morta quando i soldati hanno fatto esplodere la sua casa. E i nostri soldati hanno fatto esplodere la sua casa perché il suo fratello maggiore era una "persona ricercata". Fare a pezzi la casa e' stato un modo per trasformarlo da "persona ricercata" a "corpo non desiderato", ridotto in brandelli di carne, e circondato dalle sue vittime.

Il futuro terrorista, che ora ha 12 anni, dorme in una tenda provvista dall'Onu. Di cosa deve avere paura? Non c'e' piu' nulla da temere. Il peggio e' gia' accaduto. Ma i bulldozer sono ancora in giro, a demolire le case dei suoi vicini. Ogni giorno, un altro po' di tende si uniscono al gruppo. Sua madre gli racconta di quando vennero deportati da Latrun nel 1967. Sua nonna gli dice che quello fu nulla, a paragone della deportazione da Jaffa nel 1948, in cui lei fu trascinata via con sua madre, neonata urlante, fra le braccia.

*

La mia nonna, invece, rifugiata dalla Polonia nazista, questo non riesce a capirlo. Il fatto che i palestinesi parlino ancora di Jaffa, dice, è la prova che vogliono sterminarci. Ogni volta che qualcuno si fa esplodere nelle nostre città, mia nonna mi chiama e mi confida il suo piano segreto. "Sono vecchia, e non ho niente da perdere. Mi vestirò di stracci come le loro donne, e mi faro' esplodere nel centro di Nablus. Questo gli insegnerà la lezione. Gli mostrerò cosa si prova". Tento di dirle che sanno già cosa si prova, che il numero dei loro morti e' tre volte il nostro, ma mia nonna non mi sente, perché sta piangendo. "Non sono esseri umani, singhiozza, Che gente può fare una cosa simile ,uccidere bambini in questo modo?". Gente che abbiamo deumanizzato, vorrei rispondere, ma tengo la bocca chiusa, e penso al figlio che non voglio avere.

*

Il figlio che non voglio avere non si sentirà mai colpevole per essere un occupante, né temerà di diventare una vittima. Non dovrò dirgli di non avere paura, quando la paura e' l'unico sentimento razionale che si può provare. Non dovrò insegnargli che il bambino palestinese  e' un essere umano come lui, mentre tutto il resto delle persone intorno a lui gli dirà il contrario. Il bambino che non voglio avere continuerà a dormire, rannicchiato in un segreto angolo della mia mente. Il figlio che non avrò mai sarà l'unico bambino al sicuro, in Medio Oriente.

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Il pianto di Daphna Baram per il figlio che non può far nascere scuote, io ne sono certo, anche il cuore di tante donne che pure vivono in terre meno ferite della Palestina; perché a frenare la fecondità delle donne non c'è soltanto la disperazione ma anche la semplice, ma di per sé già terribile, mancanza di speranza. Forse persino la biologia esige l'accoglienza del futuro, dunque la speranza. Sono ormai così vecchio da avere assistito più e più volte a questo fenomeno: che una donna apparentemente sterile, avendo deciso quell'atto di speranza radicale che è l'adozione di un bambino si scopre improvvisamente feconda. E anche questa è una provocazione del Natale.

Pensate, infatti, all'incontro fra la Madonna e Santa Elisabetta, una delle pagine più belle, se non altro, della letteratura di tutti i tempi. Una vecchia e  una ragazza vergine che abbracciandosi sentono un figlio danzare  di gioia nel loro ventre. Tutto ciò che era stato dato per ormai perduto e tutto ciò che non era stato neppure lontanamente previsto, ad Ain Karem viene radicalmente inserito nella storia dalla tenerezza di Dio. La speranza mancata e quella neppure mai espressa fioriscono a mutare radicalmente la Terra. Non c'è più donna sterile che non possa germogliare né speranza che sia eccessiva. Dio avvolge l'umanità nel suo amore e dunque diventa possibile generare ogni pace, quella che cerchiamo per il nostro cuore e quella che è festa della giustizia finalmente donata ai poveri. L'una e l'altra di queste paci sono intimamente legate fra loro, non possiamo illuderci di conquistare l'una abbandonando l'altra alle vicende della storia. La storia della libertà dei poveri dalle oppressioni o ci appartiene come protagonisti o ci espelle dal Regno, poiché è solo in essa che noi ritroviamo le orme di Gesù.

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La sfida che ci viene posta a Natale rende questa festa terribile e meravigliosa. Natale ci fa figli e genitori della speranza poiché Dio la fa diventare carne e ce la affida come se fosse una nostra bambina. Accogliendo questa speranza, noi avvertiamo soprattutto la sua fragilità. Che fare, se tutto il mondo appare strutturato per ucciderla così come l'odio e l'avarizia di Erode massacrano gli innocenti? La risposta è difficile, talvolta sembra del tutto impossibile. Ma ciò che è importante, fatale per la nostra salvezza è che noi ci poniamo incessantemente la domanda: che fare? Non rassegnarci. non accettare che il Signore continui a gemere sulle infinite croci della terra. Quello che già sappiamo è che dobbiamo uscire dalle nostre solitudini, superbe o disperate che siano, tessere reti di fraternità, imparare a creare progetti d'amore, cogliere le nostre responsabilità.

Troveremo a tutti gli incroci sapienti che ci spiegheranno, maestosamente o sorridendo, che un mondo diverso non  è possibile. Non dobbiamo lasciarci ingannare da quelli che papa Giovanni definiva "profeti di sventura" né dai potenti che amano appassionatamente lo status quo; né dagli "esperti" al loro servizio,

Penso alla differenza fra i pastori e i magi. I pastori sono destati da un angelo che li spinge a levarsi e a camminare nelle tenebre, sino a trovare qualcosa che assomiglia  a ciò che essi conoscono  così bene: un bambino in fasce, deposto in una mangiatoia perché il calore di un animale domestico lo riscaldi dal gelo della notte. Si domandano l'un l'altro  che significhi tutto ciò ma si arrendono facilmente alla risposta del compagno: "Non so, ma se lo dice un angelo…". E' a Dio che si affidano. Vanno dunque alla Grotta e dopo avere consegnato i loro doni di solidarietà se ne tornano nelle tenebre ai loro fuochi. Ne parlano con altri poveri, non con i capi e i cortigiani - e difatti Erode non ne sa niente: i poveri conoscono da sempre la necessità del segreto.

Ed ecco i Magi. Quando la stella che li aveva guidati improvvisamente svanisce,  loro si guardano bene dal chiedere notizie ai poveri che incontrano. Essendo persone importanti, come si evince dai loro doni, è naturale per loro rivolgersi a un Alto Personaggio, cioè a Erode; e il re è pronto ad aiutarli, a esibire i suoi sapienti. che forniscono il responso. ma  intanto organizza la sua violenza omicida. I pastori donano solidarietà, i Magi, gli Importanti, scatenano,  senza volerlo, la strage degli Innocenti. Io continuerò, se possibile, a nutrire di ragioni la mia fede ma sono sempre più convinto che essa debba accogliere, accanto al magistero dei Sapienti, quello dei Poveri, le loro illimitate capacità di speranza e di condivisione. Troppe tragedie  incrinano la Terra se le decisioni vengono prese senza di loro, sopra di loro. Nella Notte Santa gli angeli cantano il benvolere di Dio per tutti ma anticipano la gioia di Gesù: "Ti benedico, o Padre, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e a quelli che contano e le hai rivelate ai piccoli".

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"Rendete conto della speranza che è in voi" ci raccomanda il vecchio Pietro nella sua prima Lettera. Testimoniare la speranza che nasce il 25 dicembre, ben più luminosa del Sole invitto o delle luci della Santa Claus Corporation, non può essere soltanto sommessa preghiera individuale e festa di famiglia ma anche incessante progetto e costruzione di comunità. E infine deve essere l'assunzione, come linea guida della propria testimonianza, la certezza che il Cristo è Signore della storia; e che, come diceva Ernst Bloch,  le tenebre che talvolta sembrano avvolgerci d'angoscia possono essere il buio che regna ai piedi dei fari.

Io penso che anche dietro i lustrini e le musichette, le indigestioni e i doni esagerati, gli alberi di Natale ingioiellati come baronesse e lo sbattere giulivo dei registratori di cassa vi sia in molti, in moltissimi che pure ci appaiono inghiottiti da una festa pagana, una nostalgia di immenso, di bontà, di senso della vita. Forse non è temerario pensare che nelle mani di noi cristiani domenicali, incoerenti. pasticcioni, vi sia l'unico dono che può fare più bella una festa: la parola di Dio, la profezia che viene da altri millenni per darci nostalgia del futuro: "Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse…".

E' la luce della fraternità solidale che i pastori esprimono con i loro doni; è una luce che, con gioiosa meraviglia. ci capita di trovare talvolta in noi se invece di guardare alle nostre apprensioni e alle nostre incertezze ci lasciamo andare alla voce che ci chiama a smuoverci dal nostro pessimismo e a guardare ai segni positivi dei tempi.

Ho elencato poco fa tutte le traversie. i dolori collettivi, le disperazioni che hanno reso terribile l'anno 2003; ma non si può non ricordare che esso è stato anche il tempo in cui milioni e milioni di persone di tutti i paesi sono insorte contro la guerra; l'anno in cui due gruppi, audaci e lungimiranti, di palestinesi e di israeliani hanno avviato un progetto di pace ben più realista e più giusto della Road Map; l'anno in cui un eroico vecchio che non ha quasi più voce ma esprime una forza indomita ci ha chiesto di non cedere al pessimismo e alla rassegnazione. Nel suo appello abbiamo ascoltato le voci dei profeti del nostro tempo. Penso, per esempio, a quella del santo pastore luterano Dietrich Bonhoeffer che 58 anni fa, prima di salire il patibolo nazista, del tutto consapevole del suo destino scriveva:

“L’essenza dell’ottimismo non è soltanto guardare al di là della situazione presente, ma è una forza vitale, la forza di sperare quando gli altri si rassegnano, la forza di tenere alta la testa quando sembra che tutto fallisca, la forza di sopportare gli insuccessi, una forza che non lascia mai il futuro agli avversari, il futuro lo rivendica per sé” .

Gesù, a Betlemme, viene a chiederci di non lasciare il futuro agli avversari della giustizia e della dignità umana.


 

 

 

 

 

 

 

 

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