Clotilde Buraggi Masina
PSICOGENESI DELLA PEDOFILIA
I bisogni primari del bambino
Adulti che per una loro voglia di tenerezza o per eccitazione sessuale non si rivolgono ad altri adulti ma a bambini: un fenomeno che sembra più che mai diffuso anche in Italia e avvertito particolarmente dagli psicoanalisti, che in anni di terapia vengono a conoscere profondamente non soltanto i loro pazienti ma anche l'ambiente che li circonda. La vecchia psichiatria definiva tali persone "degenerati psichici", "geneticamente tarati", ma l'attuale ricerca analitica e delle neuroscienze getta una luce diversa sulla genesi di questi comportamenti. Agli scienziati, infatti, appare con sempre maggiore evidenza che le esperienze relazionali della prima infanzia sono fondamentali.
Eugenio Gaddini scrive (1984 b) che nel passato non si è tenuto abbastanza conto del fatto che la struttura dell'Io comincia a funzionare solo a un certo livello di integrazione, che la funzione principale dell'Io - il rapporto dinamico con l'oggetto - ha inizio solo a un certo punto dello sviluppo mentale infantile, e che le funzioni dell'Io nelle sue prime fasi sono influenzate dalle vicissitudini dello sviluppo mentale precedente. Nei primi mesi di vita, per poter sviluppare un vissuto di sé, una organizzazione mentale di base integrata (OMB), il bambino ha assoluta necessità che le sue sensazioni tattili. gustative, olfattive trovino risposta nelle figure di accudimento, con un contatto nutritivo, che non è solo alimentare. Ha bisogno di essere toccato dalle mani, dallo sguardo della madre, toccato dalla sua voce che lo accarezza con toni e timbri unici, e reciprocamente di guardare, di toccare. Quando le risposte sono adeguate - continua Gaddini - il bambino è in grado di affrontare le normali frustrazioni, cioè quelle della graduale separazione dalla madre, e compaiono le pulsioni istintuali. Siccome lo scopo primario della libido, nella prima infanzia, è quello di servire i bisogni del Sé, se tali bisogni non sono stati adeguatamente soddisfatti, l'originaria spinta del Sé alla sopravvivenza tenderà a permanere come forza dominante, influenzando negativamente lo sviluppo strutturale, la formazione del senso di identità, la formazione dell'oggetto distinto da sé, e, quindi, lo sviluppo del rapporto oggettuale. Nella patologia dell'età adulta, come avviene nelle perversioni, l'intera attività sessuale potrà allora essere messa al servizio della spinta incessante, perentoria, dispotica e indiscriminata del Sé, invece che al servizio dello sviluppo del rapporto oggettuale. Se la mancata soddisfazione di un bisogno nel primo periodo della vita, è ripetuta o troppo persistente, essa ha gravi conseguenze sullo sviluppo mentale successivo e produce "dolore mentale". Questo dolore mentale insopportabile è generatore, a sua volta, di una terribile angoscia, quella di perdita di sé, (angoscia di integrazione e di disintegrazione)..
La più recente osservazione madre-bambino, confermando le teorie di Gaddini, indica che le risposte alle richieste sensoriali sono indispensabili per attivare l'apparato percettivo del bambino, per fondare quel rapporto di attaccamento e quel reciproco riconoscimento che sono le basi su cui si costituisce il senso di sicurezza Sono queste le condizioni, inoltre, perché si sviluppi nel bambino la capacità di regolare gli affetti e i comportamenti in sintonia con gli altri (Beebe e Lachmann 2002).
Il bambino necessita di un "tranquillo isolamento"
Secondo Winnicott, un altro autore fondamentale per capire il fenomeno della pedofilia, è l'ambiente che, adattandosi attivamente ai bisogni del bambino, gli permette di esistere in un isolamento tranquillo. In tali condizioni è il neonato che fa un movimento spontaneo verso l'ambiente, scoprendolo senza che vi sia perdita del senso del Sé, senza che si produca un annichilimento del Sé, cioè una frattura nel senso della continuità. Se vi è, invece, un'eccitazione del bambino, che porta a uno sviluppo prematuro delle pulsioni, a uno stadio in cui l'Io non è ancora abbastanza forte per poterle gestire, per avere la capacità di contenere l'esperienza, vi è una distorsione psicotica della struttura individuo-ambiente (Winnicott 1958).
L'ambiente deve dunque proteggere il bambino: tale protezione è particolarmente necessaria quando il piccolo sta giocando: "L'eccitamento corporeo delle zone erogene minaccia costantemente il gioco e quindi minaccia nel bambino il senso di esistere come persona, Gli istinti costituiscono la minaccia principale per l'Io; nella seduzione, qualche agente esterno approfitta degli istinti del bambino e concorre ad annientare in lui il senso di esistere come entità autonoma" (1971, ed. it. 69-70). "Se vi è un fallimento ambientale, su una base di compiacenza verso la seduzione, si costituisce un falso Sé, che ha la funzione difensiva di proteggere il vero Sé. Ma solo il vero Sé può sentirsi reale; quando il vero Sé si ritira e il falso Sé viene trattato come reale, avviene una scissione", la quale produce un senso di futilità e di disperazione (1958, ed. it.. 271).
"Mi sento vuoto, non vivo" ripeteva, seduta dopo seduta, un mio paziente, che, cresciuto in un ambiente affettivamente misero, aveva, da adulto, propensioni pedofile.
Winnicott ha insistito molto su questo punto: "Una tendenza a una scissione di base nella struttura 'individuo-ambiente' può nascere da una mancanza di adattamento attivo da parte dell'ambiente all'inizio della vita. Nel caso estremo di scissione, la vita interna segreta trae molto poco dalla realtà esterna, vi è una vera incomunicabilità" (1958, ed. it. 270). Commenta Modell: il bisogno di comunicare, e l'incapacità di farlo, possono essere un bozzolo-prigione del vero Sé (Modell, 1984, ed .it. 26). Rodman, un recente biografo di Winnicott, riflette su questo punto cruciale: "In presenza di pressioni ambientali, il vero Sé è respinto sempre più all'interno, e perciò non ha contatti con il mondo esterno, mentre, se ci sono delle cure ambientali sufficientemente buone, può essere disposto a esprimersi in certe occasioni" (Rodman 2003, ed .it. 176). Io aggiungerei: esprimersi in modo gioioso.
L'erotizzazione precoce del bambino
Il grande e umile Ferenczi, per anni dimenticato, scriveva nel 1932: " Se ai bambini che attraversano la fase della tenerezza si impone più amore o un amore diverso da quello che desiderano, ciò può avere delle conseguenze altrettanto patogene della privazione d'amore, su cui fino a oggi si è quasi esclusivamente insistito (…) Non c'è trauma che non abbia come conseguenza una scissione della personalità". E con immagini toccanti, che rivelano la sua partecipazione alle sofferenze dei piccoli abusati, scrive anche: "Il bambino vittima di una aggressione sessuale, può, sotto la pressione dell'urgenza traumatica, sviluppare le stesse emozioni di una persona adulta (…) Si può allora parlare in opposizione alla tanto citata regressione, di progressione traumatica (patologica) o di precocità (patologica), Viene da pensare a quei frutti che la beccata di un uccello ha fatto maturare troppo in fretta e reso troppo dolci o alla precoce maturazione di un frutto bacato (1932, ed. it. 98).
Lo sviluppo prematuro della libido - erotizzazione precoce - è osservabile nelle terapie dei pazienti schizofrenici e, del resto, un' inchiesta americana del 1959 ha rilevato l'alto numero di schizofrenici presenti tra i pedofili.
In accordo con le teorie esposte, Robert Stolorow (2005), prende in consi-derazione la contestualità fondamentale del nostro senso di essere, e la situazione soggettiva in cui può essere perso e riacquistato. Egli ricorda l'importanza delle esperienze non pensabili, non ricordabili del periodo preverbale, "inconscio preriflessivo", sottolineando, anche, che le esperienze vissute dal bambino come minacciose nei confronti dei legami necessari con chi si prende cura di lui vengono rimosse, (personalmente direi anche: scisse), mentre quelle non convalidate dalla risposta genitoriale rimangono inibite e non sviluppate, compromettendo il suo sviluppo.
I dati rilevati da questi psicoanalisti, che lavorano in stretto contatto con i neuroscienziati, permettono di affermare quanto sia ancora valido il sistema diagnostico proposto da Winnicott per classificare le patologie più gravi, tra cui la pedofilia: cioè la valutazione del grado di fallimento ambientale e le sue anomalie, e il momento dello sviluppo dell'individuo in cui operano tali anomalie . Anche Gaddini si è rivelato un precursore. Egli scrive che è importante chiedersi se la patologia dell'Io sia frutto di frustrazioni avvenute quando il bambino era già in grado di avere un rapporto con un oggetto esterno a lui (frustrazione dei desideri), o avvenute nel periodo precedente (frustrazioni dei bisogni). Nel primo caso, l'Io può procedere nel suo sviluppo con un funzionamento mentale dinamico, in luogo di quello precedente che è caratterizzato da stati mentali. Nel secondo caso, c'è un "asseragliamento nella strutturazone oro-anale" statica. (Vorrei sottolineare come il sadismo, fissazione anale, sia presente nei rapporti pedofili.). L'Io asservito ai bisogni del Sé è incapace di autonomia, autenticità e spontaneità, non è in grado di contrapporsi agli altri, perché non è in grado di sostenere conflitti (Gaddini 1984b).
Il pedofilo: un bambino psicotico
Quando persone soltanto anagraficamente mature hanno ancora bisogni infantili impellenti, possono sentirsi in diritto di usare gli altri, anche se sono bambini, per i loro scopi. È importante capire la differenza tra questo stato e quello della persona "sufficientemente matura": tutti hanno bisogno di amore ma il pedofilo ne ha un bisogno disperato. Negli anni '80, estremizzando le conclusioni tratte dall'osservazione madre-bambino della Malher, in alcuni ambienti psicoanalitici si era arrivati a ritenere che la méta dello sviluppo fosse quella di raggiungere la separatezza e l'autonomia. Gli psicoanalisti relazionali, in anni più recenti, hanno sottolineato, invece, che la mèta di una persona matura è quella di poter sperimentare la propria soggettività in presenza dell'altro, in una posizione di dipendenza matura (Benjamin 1995). È evidente che questa dipendenza matura è molto diversa dalla dipendenza del bisogno infantile. Freud scrive: "Con il progredire dello sviluppo le vecchie condizioni dell'angoscia dovrebbero venire a cadere (…) a causa del rafforzamento dell'Io, ma ciò accade solo in maniera imperfetta. Molte persone non sanno superare la paura della perdita d'amore, non diventano mai abbastanza indipendenti dall'amore altrui e sotto questo aspetto si comportano in maniera infantile" (1932, ed. it.198).
I pedofili rientrano nella categoria delle persone descritte sopra, che sono rimaste bambini, come ha scritto Di Noto (Di Noto 2002), però bambini psicotici, i quali a differenza di altri, in stato di sofferenza si rivolgono a bambini piuttosto che ad adulti, magari competenti per fornire aiuto, per avere sollievo e per scaricare la propria aggressività.
Da un punto di vista psicoanalitico, i pedofili vanno considerati individualmente, in ragione delle differenze delle loro esperienze, di quelle che esistono nella forza del loro Io di modulare affetti, pulsioni, comportamenti; di mantenere la coesione dei frammenti del Sé o della molteplicità degli stati del Sé, come si tende a dire oggi (Mitchell 2000), dato che il Sé è costituito da una complessa articolazione di esperienze, che iniziano già nella vita fetale. Le differenze di sviluppo dell'Io del pedofilo si rivelano nelle varietà dei comportamenti che il pedofilo ha nei confronti del bambino che abusa: dalla seduzione dentro alle mura di casa, al voyeurismo di siti pornografici, dall'adescamento nelle chat-lines fino allo stupro assassino. Tuttavia, nonostante le diversità individuali, è possibile elencare alcune caratteristiche che accomunano i pedofili. Il pedofilo, come indicano le serie e meritevoli indagini dei rapporti annuali Eurispes-Telefono Azzurro, è stato di solito abusato quando era bambino da genitori (anche madri!) o da parenti, amici di famiglia, educatori, tutte persone appartenenti alla classe dei genitori, (ciò che è molto rilevante dal punto di vista dell'Inconscio). I suoi genitori, nel caso in cui non siano stati loro i seduttori, non solo non hanno svolto un doveroso compito di vigilanza, ma hanno negato o coperto l'abuso, diventando in tal modo complici del seduttore. Sono stati, quindi, genitori non adeguati, "incompiuti", secondo una felice definizione di Caffo (1992).
Padri immaturi e madri seduttive
Le indagini sulla pedofilia hanno rivelato che il padre è spesso un padre immaturo, violento, sadico e poco presente; e che la madre è una madre seduttiva fino all'abuso, la quale non ha risposto ai bisogni orali, tattili- orali del bambino (Socarides 1959). Genitori che rimangono dentro di lui, interiorizzati, soprattutto se è stato violentato nella prima infanzia, come genitori cattivi, che gli alimentano dentro la dolorosa sensazione di sentirsi sempre rifiutato, e una aggressività non "legata", non mitigata dalla libido che genera in lui forti tendenze di rappresaglia (Cassity 1957).
Tali oggetti interni persecutori si proiettano come un'ombra sugli adulti che circondano il pedofilo, presentificando figure potenti, terrorizzanti e minacciose, qualche volta addirittura diaboliche, associate con ricordi intollerabili. Si capisce quindi che egli abbia paura degli adulti e che non sia in grado di relazionarsi con loro per i suoi bisogni di tenerezza e sessuali.
Ferenczi, a proposito di questa paura, scrive pagine attualissime. "È difficile indovinare il comportamento e i sentimenti dei bambini dopo violenze di questo tipo. Il loro impulso sarebbe di rifiuto, odio, disgusto, energica difesa. "No, non voglio, mi fa male, lasciami", con queste o altre parole analoghe, si esprimerebbe la loro immediata reazione, se non fosse inibita da una paura immensa: i bambini si sentono indifesi, fisicamente e moralmente. La loro personalità è ancora troppo debole per potere protestare, sia pure solo mentalmente; la forza e l'autorità degli adulti li ammutolisce, spesso toglie loro la facoltà di pensare". Questa paura produce conseguenze indelebili nella psiche del bambino divenuto adulto. Scrive sempre Ferenczi: "Questa stessa paura, quando raggiunge il culmine, lo costringe automaticamente a sottomettersi alla volontà dell'aggressore, a indovinarne tutti i desideri, a obbedirgli ciecamente, a identificarsi completamente con lui. Con l'identificazione o meglio con l'introiezione dell'aggressore, quest'ultimo scompare come realtà esterna e diventa intrapsichico (Ferenczi, 1932, ed. it. 96). Ed è tale identificazione che, nell'età adulta, rende l'abusato un pedofilo.
C'è però un altro aspetto che va tenuto presente. Soprattutto quando l'abu-sante è la madre, c'è stato un perdurare di un contatto fisico, a cui la madre non ha saputo rinunciare, e andato oltre ai limiti: sia quelli consentiti dall'età del bambino, sia quelli relativi alla soglia di tollerabilità dell'eccitazione. Il bambino si abitua a questa intimità falsamente protettiva, che lo tiene invece a un livello di sviluppo molto primitivo. Cercando di ritrovare quell'unione magica, quell'unione completa con l'oggetto originario (McDougall, 1972), quei momenti così speciali che con un adulto non avrebbero più il sapore dell'infanzia, il pedofilo si rivolge a un bambino, un oggetto facilmente manipolabile e controllabile. Per realizzare questa fantasia illusoria, la psiche ricorre allora a una manovra molto complessa: non è del tutto esatto dire che il pedofilo si mette al posto del bambino con un'identificazione alla rovescia, come la chiama Fenichel. Secondo Gaddini, non si tratta di una vera identificazione, la quale ha sempre elementi di realtà, ma di una regressione patologica dall'identificazione all'imitazione, in cui il pedofilo, nella sua fantasia inconscia onnipotente, si sente veramente lui stesso il bambino. Egli non cerca dunque il rapporto come espressione di una sessualità adulta, ma come una trasformazione, in un contatto magicamente unificante, tale da eliminare la separazione e i conflitti istintuali (Gaddini 1968).
Il pedofilo teme la realtà
Questa fantasia inconscia irrealistica sarebbe distrutta dal contatto con la realtà: "L'Io infantile del pedofilo si sente minacciato dalla dipendenza dall'oggetto esterno che lo espone alla perdita dell'onnipotenza del Sé" (Gaddini 1976, 403) e gli fa sentire una incontenibile angoscia di perdita di sé. È per questo che ha bisogno di vivere il rapporto con il bambino in una complicità clandestina (Kluzer Usuelli 1989), come in un gioco segreto che non deve assolutamente essere scoperto. La richiesta che l'adulto fa al bambino di non dire niente a nessuno, deriva anche da questo motivo, e non solo dal fatto che l'adulto teme di essere punito.
Il meccanismo psichico della scissione è rilevante anche per un altro motivo. Quando abusa del bambino, il pedofilo può negare, attraverso la scissione, la propria aggressività e quella con cui l'hanno ferito i propri genitori (Socarides, 1976): egli può assumere una personalità diversa, con cui cerca di dare amore al bambino che sente come se stesso, convincendosi che la propria sessualità è un'offerta d'amore.
Quando il pedofilo vuole dare risposta a bisogni infantili e ad eccitazioni sessuali più mature, il suo stato interno, molto disomogeneo rispetto allo sviluppo psichico, gli fa confondere bisogni sensuali con bisogni sessuali; e del resto egli è figlio di genitori che hanno alimentato questa confusione, avendola dentro di loro. Essi sono di solito genitori che usano i propri figli per riparare le deficienze e i danni del proprio Sé e che hanno insegnato ai loro figli a fare altrettanto. Essi sono adulti, come scrive Gaddini, "la cui attività sessuale, anche se svolta con aspetti riusciti e apparentemente genitali, è al servizio della spinta incessante e perentoria del Sé a sopravvivere" (1976, 399). I figli ripetono ciò che hanno subito: ripetere non equivale a ricordare, elaborando i ricordi; si può ripetere senza avere coscienza di ripetere. Però le indagini statistiche sono, almeno su questo punto, consolanti; non tutti gli abusati diventano pedofili, la ripetizione non avviene necessariamente nella seconda generazione.
Per i suoi problemi di sviluppo, il pedofilo ha una sofferta identità di genere, un rapporto cattivo con il proprio corpo e, in particolare, con i propri genitali, che ritiene inadeguati. Stoller ( 1973 a ) pensa che la pedofilia sia un disturbo particolarmente centrato sull'apparato sessuale. La povera immagine che il pedofilo ha del proprio corpo e dei propri genitali lo spinge verso un'attività sessuale attraverso la quale cerca un rinforzo narcisistico della propria immagine (Steele, 1994); talvolta con impulsi esibizionistici improvvisi, con cui cerca di essere rassicurato sulle dimensioni e virilità del proprio pene. È evidente che questa "ammirazione" è più facile ottenerla da un bambino che da un adulto, il quale criticherebbe certe esibizioni e una prestazione sessuale inadeguata.
Il pedofilo è privo di empatia
Il pedofilo, per le sue carenze di sviluppo, non è capace di immaginare le conseguenze che i suoi atti hanno sul bambino: egli è privo di empatia. Per Freud, infatti, è solo a metà della fase sadico-anale che compare per la prima volta la considerazione per l'oggetto (1932, 207). L'Io rimasto fragile, non raggiunge, inoltre, una organizzazione capace di subordinare le altre tendenze al primato della genitalità (1905). Il pedofilo predilige ancora quelle attività preliminari, le quali possono essere presenti in un rapporto adulto, ma che non costituiscono, da sole, una relazione sessuale soddisfacente. La debolezza dell'Io lo rende anche incapace di provare tenerezza nei confronti degli altri e in particolare dei bambini. Perché si arrivi alla tenerezza - scrive Freud - occorre che, pur partendo dalle fonti del bisogno sessuale, si sia capaci di rinunziare a soddisfarlo (1932, 205). Un Io forte sa governare le pulsioni, sa neutralizzarle, sa inibirle nella mèta (1932, 198): il pedofilo, invece, non è capace di tutto ciò: quando ha un bisogno pulsionale, lo vuole esaudito subito, come i bambini piccoli, e non è nemmeno capace di differire la scarica delle sue pulsioni utilizzando la fantasia. Come si è detto, il vero Sé del pedofilo, rimasto imbozzolato in una prigione che lo coarta, rimasto "clandestino" in un'organizzazione psichica difensivamente scissa, talvolta emerge, con impulsi coatti di violenza inaudita travolgendo il proprio Io e forzando il bambino, diventato sua preda, a fare quello che chiede da lui. Dipende dallo sviluppo dell'Io del pedofilo la capacità di mantenere un controllo difensivo su questa emergenza e di restare, più o meno, in contatto con la realtà. Nel caso in cui l'Io sia stato gravemente lacerato, e quindi depotenziato rispetto alle proprie capacità difensive, uno stimolo, per altri insignificante, può innestare una catena associativa di ricordi e di terrori che provoca angoscia, fino al disimpasto delle pulsioni libidiche e aggressive (Freud 1932, 213). Pao (1979,) un esperto di patologie gravi e di schizofrenia, definisce questo stato "panico organismico". Il panico organismico è paragonabile a uno tsunami interno la cui aggressività allagante disaggrega la coesione del Sé e produce atti talvolta irreparabili, come lo stupro di un bambino.
Un Super-io corrotto
Freud ci insegna che, quando il superamento del complesso edipico avviene solo in parte, il Super-io "langue e si atrofizza" (1932,177) e che il Super-io viene costruito non secondo il modello dei genitori ma su quello del loro Super-io (1932, 179). Il Super-io del pedofilo è, quindi, un Super-io corrotto, come quello dei genitori (Masciangelo, 1989). Scrive Freud: "L'angoscia di fronte al Super-io non dovrebbe mai venir meno, perché è indispensabile nei rapporti sociali come angoscia morale" (1932, 198); invece nel pedofilo viene negata o addirittura "preclusa", cioè gettata via, espulsa, rigettata con uno smantellamento della coscienza. È per questo che il pedofilo, spesso, non sente sensi di colpa per le proprie azioni; in alcuni "cosiddetti intellettuali", questa atrofia del Super-io può essere così grave da indurli a razionalizzare la legittimità della pedofilia, e purtroppo avviene che qualche operatore dei mass-media, anche importante, divulghi tale opinione.
Autori come la Chasseguet Smirgel (1975), una autorità nel campo delle perversioni, sottolinea tale malformazione del Super-io quando scrive che i perversi non sono fermati né dal tabù dell'incesto né da quello delle differenze generazionali.
Il pedofilo è un feticista
Un ultimo punto: Phylip Greenacre mette in relazione il difettoso sviluppo dell'immagine corporea del pedofilo con il feticismo (1955). Per negare l'angoscia della propria evirazione, il feticista, come dice Freud, (1938), nega anche la realtà o perlomeno la nega con una parte del Sé scisso. Il feticista, quindi, è uno psicotico, il quale, per non ammettere una realtà che lo terrorizza, vuole, in modo onnipotente, trasformarla, manipolarla, controllarla a suo piacimento. Il bambino nelle sue mani può assumere come feticcio tutti i significati che il pedofilo gli attribuisce. Può essere vissuto come un pene potente, come un seno che il pedofilo non accetta di avere perduto, come un fallo che vorrebbe possedere - se è una donna. (È mio parere che talvolta anche il dito fallico che penetra il bambino possa essere un feticcio). Nella fantasia onnipotente del pedofilo, il bambino non può avere, quindi, vita propria; deve corrispondere in modo inerte alle aspettative del pedofilo; deve essere deanimato per essere usato come un pupazzo. Se il bambino si ribella, urla e si dimostra vivo è come se infrangesse le proiezioni del suo aggressore; allora il pedofilo si sente sopraffatto da una realtà che non riesce più a deformare a suo piacimento e che distrugge la sua onnipotenza. E allora fa a pezzi il suo bambolotto.
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Questo articolo è stato pubblicato in S. Leone (a cura di) L'INNOCENZA TRADITA Pedofilia: il punto sulla questione
Città Nuova ed.. 2006