Il santo senza aureola
marzo 2005
Spero che non giudicherete la mia una stupida battuta se dirò che ho conosciuto monsignor Romero il 3 febbraio 1992. Quella mattina, a San Salvador, c'era stato l' insediamento di una Commissione di Pace. Una serie di discorsi interminabili e gonfi di retorica aveva sancito ufficialmente la fine di una guerra civile che, in un popolo di 5 milioni di abitanti, aveva provocato 80 mila morti e centinaia di migliaia, forse un milione, di feriti, fisici e psichici, di mutilati, di profughi, di vedove e di orfani. Quel pomeriggio, nella grande Piazza Civica, il popolo diede vita a una sua festa senza retorica né cerimonie. Fu una grande festa danzante perché in tutta l'America Latina il ballo è sempre affermazione di vitalità creatrice. Nella immensa folla, guerriglieri e soldati "regolari" si sfioravano sorridendo, famiglie lacerate da dieci anni di terribili eventi andavano ricomponendosi.
La cattedrale di San Salvador sorge su un lato della piazza. Su una delle sue pareti stava, quel giorno, una gigantografia dell'arcivescovo Romero; una scritta diceva: "Monsignore, sei risorto nel tuo popolo". La gente guardava quell'immagine e molti gettavano baci; alcuni dei ballerini, passandole accanto, si facevano il segno della croce. In quella piazza, il giorno dei funerali di Monsignore, gli squadroni della morte avevano sparato per ore sulla folla, uccidendo un numero imprecisato di persone, forse duecento, e ferendone centinaia. Quei ricordi, quel sangue, quel terrore, quel dolore adesso si erano tramutati in sorrisi e in timide speranze; e lì, stava l'arcivescovo, vivissimo, potevo vederlo, nella memoria del suo popolo, a 12 anni dalla sua uccisione, sul crinale fra quel passato di umanità straziata e questa necessità interiore di riaffermare con il ballo la vittoria della vita. Lasciatemelo dire sommessamente: quella festa carnale di danze e di bancarelle di bevande, di innamorati e di bambini che correvano ai margini della piazza, quella molto laica liturgia di madri che ritrovavano i figli dopo mesi o anni di lontananza, quella fu la vera beatificazione di Oscar Arnulfo Romero.
Lo dico perché sarei ipocrita se lo tacessi: che la causa canonica che
lo riguarda, a venticinque anni dal suo
martirio, non abbia ancora concluso il suo iter (e forse in alcune stanze
vaticane non lo abbia neppure iniziato),
è certamente cosa che, come cattolici che fanno tesoro della sua
memoria,, ci rende umiliati e offesi.
Noi abbiamo visto, negli ultimi anni, moltiplicarsi il numero delle
santificazioni. Da un lato, siamo (o dovremmo essere) contenti che
Credo, allora, di non essere il solo a provare una ventata di rabbia, quando paragono a quella velocità di riconoscimento ecclesiastico la strisciante, avara lentezza con la quale procede, se procede, la causa canonica di Romero. Mi sembra talvolta di vedere questo piccolo vescovo bussare inutilmente al Portone di bronzo, come avvenne il primo maggio di 27 anni fa, quando, sospinto dal bisogno di ottenere un'udienza che tardava ad essere concessa, cercò di violare la festività per raggiungere il papa che doveva confermarlo nella fede. Ma subito la mia collera si estingue quando penso che quel giorno soltanto una benevola guardia svizzera si interessò di lui, mentre oggi davanti a quel portone, in attesa che si apra, siamo un numero immenso di credenti, cattolici e no; e soprattutto quando penso che mai monsignor Romero consentirebbe alla nostra amarezza, lui che contro la tentazione dell'amarezza benché isolato, incompreso, calunniato lottò per anni, con inesausta fedeltà alla Chiesa apostolica romana.
Io dunque, questa sera, abbandono subito il discorso della codificazione della santità per ricordare invece una delle caratteristiche di monsignor Romero che mi pare di grandissima attualità; e questa caratteristica è il suo rapporto con i poveri.
In questi nostri anni, e in misura crescente, andiamo assistendo a un'escalation qualitativa nella gestione, per così
dire, delle vittime. I poveri sono diventati persino senza corpo, invisibili,
nascosti (come i soldati americani di cui nessuno può fotografare né i cadaveri
né le bare) o come le centinaia di migliaia
di afgani e di iracheni, di cui si nega l' identità umana:: soltanto "danni
collaterali" , nel gergo degli occupanti, e come tali neppure più contati.
Stragi di immense dimensioni (
Dunque, per noi cristiani, il più mostruoso
degli scandali. È nei poveri, infatti, nelle loro concrete storie e identità che
il Cristo si è identificato. E io credo
- persino la compiutezza della nostra ortodossia ha a che fare con i poveri,
poiché è a loro - dice Gesù di Nazaret - che il Padre ha rivelato cose che ha
taciuto ai sapienti e ai potenti della
Terra.
Per tutte queste realtà (e, naturalmente, per
i valori "laici" della difesa della dignità umana), certi silenzi della
Chiesa, di noi-Chiesa, davanti al martirio di chi ha fame e sete di giustizia,
suonano come eresie, dalle quali dobbiamo strapparci. È un'autentica
conversione che ci viene chiesta ed è nel cammino verso questa revisione di
vita che incontriamo inevitabilmente
monsignor Romero. Egli sta, infatti, in quella mistica regione, evangelizzatore
scomodissimo perché non denunzia soltanto, con nomi e cognomi, le caste e le
cricche che gestiscono la violenza sui
poveri, ma recupera pienamente, fa senso e carne della sua missione quella che
il Concilio ha definito "l'eminente dignità dei povero", .senza il
riconoscimento della quale noi viviamo un cristianesimo focomelico,
impossibilitato ad abbracciare il Cristo presente nella storia.
Dom Helder Camara, il grande
vescovo brasiliano amico di Romero, ha
scritto una poesia dal titolo ‘Differenza
fondamentale’, che è, nella sua brevità, un trattato di pastorale. Dice:
“Non basta che i poveri ti conoscano
e ti chiamino per nome,
è importante che tu li conosca,
e ne sappia la storia e ne sappia il nome”.
Sembra un ritratto di Romero: dalla sua
cattedra episcopale proclamava il nome e
le vicende dei poveri, quelli massacrati dalla miseria e quelli
assassinati dalla violenza armata del sistema
del'ingiustizia ed è per questo, o soprattutto per questo, che fu assassinato.
Penso alla sua ultima omelia nella cattedrale di San Salvador. Prima dell’appello ai soldati perché disubbidissero agli ordini omicidî (Ricordate? “In nome di Dio… in nome di questo popolo sofferente… , vi suppplico, vi chiedo, vi ordino…: cessi la repressione”), Romero, come ogni domenica, fa un lungo elenco di nomi: la signora Pilar Raymundo de Meija “ha trovato il cadavere del marito, che il giorno prima era stato arrestato. Lo avevano decapitato. Nel villaggio di Zacatecoluca il contadino Agustìn Sanchez è stato torturato per quattro giorni, poi gli hanno sparato un colpo di pistola ed ora è moribondo. Ernesto e Aurelia Garcias sono stati assassinati con i loro bambini: Martìn di 13 anni e Hilda di anni 7. Sono stati ammazzati anche i tre fratelli campesinos Vicente, Marcelino e Fernando Serrano…”. L’elenco sembra non finire più…
Questa specie di terribile litania, questo voler dare nome a ciascuna delle centinaia e centinaia di vittime che Romero trova sul suo cammino e considera figli del suo episcopato, è parte integrante di tutte le eucarestie che l’arcivescovo va celebrando. Si direbbe che, se il Concilio, nella riforma liturgica, ha cancellato dal canone della messa (un po’ sbrigativamente, io credo), i nomi degli antichi martiri, lui, il pastore che morirà con tante pecore del suo gregge, sente come un dovere inserire nella preghiera davanti all’altare i nomi dei martiri d’oggi. Non soltanto quelli dei tanti suoi catechisti e “lettori della Parola”, trucidati a causa del vangelo che proclamavano - manifesto di liberazione per i poveri – ma di tutti quelli che hanno avuto stroncata la vita a causa della loro militanza per la giustizia e la libertà, poiché anche questa è ricerca del Regno; e di tutti quegli altri, enorme massa – migliaia e migliaia - colpiti a morte semplicemente perché esistevano, peccatori di sovversivismo agli occhi dei potenti in quanto poveri. All’arcive-scovo questi miseri ricordano i bambini fatti massacrare da Erode perché fra loro poteva nascondersi il Messia: quelli che – come dice la liturgia della festa dei Santi Innocenti – non loquendo sed moriendo confessi sunt, non parlando ma morendo sono stati fedeli al Signore, incardinati nella sua redenzione.
L’ostinazione di San Romero nel dare un nome alle vittime e porre questi nomi nella liturgia eucaristica va di mutuo accordo con il lavoro di una donna di cui voglio qui fare memoria. Nell’inferno degli anni ’70 salvadoregni, accanto all’arcivescovo c’è Marianella Garcìa Villas. Del primo, continuiamo ogni anno a ricordare il martirio, com’è giusto e doveroso, della seconda, non si parla quasi più, probabilmente per una sorta di maschilismo inconsapevole che ci abita tutti, Chiesa compresa, teologi della liberazione compresi, movimenti popolari compresi - e compresi noi, bravi maschi solidali. A chi, qui, fra i giovani, non l’avesse mai sentita nominare, com’è probabile per tanti di loro, dirò in breve che Marianella era una giovane dell' alta borghesia, deputata della democrazia cristiana salvadoregna. Lasciato quel partito a causa di scelte politiche che a lei sembravano indegne perché tradivano i poveri, decise di dedicare tutta se stessa alla difesa dei minimi fra i suoi fratelli, fondando una eroica Commissione per i diritti umani. Per cinque anni, dovunque, nel Salvador, si avesse notizia di un’uccisione o addirittura di un massacro, lì i componenti della Commissione - e Marianella prima fra tutti – accorrevano, cercando di investigare sugli assassini e di identificare le vittime, perché almeno fossero consegnate al dolore dei parenti e non all’anonimia di una fossa comune. Per farlo, bisognava innanzi tutto ricomporne i corpi: gli squadroni della morte, infatti, praticavano la tortura come un’arte, le loro vittime le facevano a pezzi. Perciò Marianella doveva togliere testicoli dalle bocche in cui erano stati ficcati per soffocare un moribondo, calare palpebre su occhiaie ormai vuote, pietosamente riordinare le vesti di donne violentate e poi impalate, coprire con qualche telo schiene dalle quali erano stati strappati grandi lembi di pelle o volti sfregiati da acidi corrosivi.
In questo suo pietosissimo servizio, di Antigone e insieme di Maria Maddalena, Marianella venne minacciata, percossa, subì persino una violenza carnale - ma non abbandonò la sua missione, neppure dopo l’assassinio di Monsignor Romero, che rendeva certa e prossima la sua stessa morte . Fotografava i corpi delle vittime uno ad uno, e poi con questa terribile documentazione cercava di strappare dall’alibi dell’ignoranza il mondo cosiddetto democratico. Viaggiò anche in Europa, venne anche in Italia e forse anche qualcuno di voi la conobbe. “Non rimanete inerti davanti a questo orrore!” era il suo grido, la sua implorazione che troppo spesso si spegneva nell’indifferenza - o nel senso di impotenza dietro al quale usano ripararsi tante buone persone. Ricordo questa piccola donna che raccontava le terribili storie del suo paese, senza piangere, in uno spagnolo imparato in famosi collegi per aristocratici, un linguaggio che non poteva più fornirle le parole necessarie a descrivere sino in fondo la realtà in cui si consumava il genocidio dei poveri. L’ultima volta che la vidi, sapeva con certezza che sarebbe andata a morire. Eravamo in un paese del Lazio che si chiama Rignano sul Flaminio, le regalarono un grande mazzo di sterlizie, un fiore che a lei piaceva tanto. Sorrise, ringraziò, ma consegnò i fiori a un sindacalista che ci accompagnava: “Portali a tua moglie. Io non sono più una donna da omaggi floreali”. Pochi mesi più tardi, il 13 marzo 1983, quasi esattamente tre anni dopo l’assassinio del suo arcivescovo, Marianella fu uccisa di torture in una caserma di San Salvador.
Romero e Marianella, questi due santi che ricompongono l’identità dei poveri e ridanno loro la nobiltà dei nomi ricevuti al fonte battesimale (i nomi accarezzati dalla tenerezza delle madri, bisbigliati in notti d’amore, o scritti con l’incerta penna del campesino che cerca di riscattarsi dalla schiavitù dell’analfabetismo), questi due restauratori della dignità umana violata, mi sembrano viventi icone che noi dobbiamo contemplare con venerazione - e vorrei dire: venerazione attiva E’ questo che siamo chiamati a fare stasera, se non vogliamo sperderci in inutili rimpianti o nostalgie o, peggio ancora, rituali celebrativi. Fare memoria, infatti, non vuole dire ricordare, vuol dire vivere profondamente come nostri e attuali gli esempi di fede che cerchiamo di rileggere, capire che essi sollecitano in noi una nuova qualità di vita, ci stanano dalle nostre pigrizie e dai nostri pessimismi, ci dicono che, ma non senza di noi, un altro mondo è possibile.
Questo comporta inevitabilmente un conflitto, anche nella Chiesa e per
Vi è un'impossibilità evangelica della neutralità che impone il coraggio di macchiarsi di un
peccato che certi cristiani intimisti e amanti dell'ordine pubblico non
perdonano e che armò contro Romero la mano di chi si considerava cattolico e perciò. (l'avverbio è di fondamentale
importanza nella vicenda di Romero,) e perciò guardava l'arcivescovo come un
traditore della Chiesa o, nel migliore dei casi, un imprudente.
Sulla prudenza dom Helder Camara ha scritto un'altra poesia fulminante.
"La
maggiore e più grave
delle imprudenze
è la propria prudenza, che si fida di sé,
si trasforma in calcolo
e prescinde dalle follie di Dio”.
Dio sa quanto vorremmo che anche tutti i vescovi ne condividessero la convinzione, quanto fossero più attenti alla follia di Colui che, ecco, fa nuove tutte le cose che alle lusinghe di chi garantisce loro supporti mondani. Dio sa quanto anche ciascuno di noi, naturalmente, dovrebbe condividere questa convinzione.
La mancanza di quella imprudenza che è la fiducia nel vangelo attuato coraggiosamente è una della malattie che aggredisce il corpo della Chiesa. la rende inutile agli occhi della maggior parte degli uomini e delle donne di buona volontà e del tutto incomprensibile ai giovani. Romero lo aveva compreso con para e con coraggio, nonostante il peso delle critiche, la violenza della solitudine in cui veniva lasciato e l'incomprensione del Vaticano.
Io credo che i modi per raccogliere l’invito e l’ammonimento del Signore, seguendo l’esempio di San Romero e di Marianella costituiscono un immenso ventaglio di possibilità, ma non possono non avere quattro precisi connotati.
Il primo è quello di assumere i poveri, come metro di giudizio della civiltà che abbiamo fondato e della storia che ci proponiamo di costruire. Ogni altro metro di misura, per noi cristiani, non dovrebbe prevalere su questo, poiché ogni giudizio che dimentica le sofferenze dei fratelli reca il segno di Caino; e persino la trascendenza, la preghiera, la meditazione, le virtù personali ne sono inquinate, se non portano in sé la spina della necessità di dedicarsi, qui e ora, alla liberazione degli oppressi, di diventare storia di liberazione.
Nutrire, come Romero, vera attenzione ai poveri non come si fa con i mendicanti cui si getta un’elemosina per tenerli lontani, significa contemplarli non come astrazioni ma come vite:che intersecano fatalmente la nostra vita; e significa sentire, come dice Levinas, che non c’è altra scelta etica degna di questo nome se non quella di “diventare ostaggio del volto dell’altro”. (Levinas aggiunge: “Quando mi riferisco al volto non intendo soltanto il colore degli occhi la forma del naso, il rossore delle labbra. Fermandomi qui, io contemplo ancora soltanto dei dati, ma anche una sedia è fatta di dati. La vera natura del volto, il suo segreto sta altrove: nella domanda che mi rivolge, domanda che è al contempo una richiesta di aiuto e una minaccia. Ed è qui che nascono per me, assieme, l’ordine e l’obbligo. (…) E’ nel volto dell’altro che c’è dio, è qui che per me sta tutta la teologia”).
La seconda caratteristica del nostro rapporto con i poveri, se davvero vogliamo seguire l’esempio di Romero e di Marianella, è quella dell’ascolto e dell’informazione. Il settore dell’informazione è mutato dopo l’11 settembre: Se è vero che Bush è stato costretto dalla sollevazione di alcuni intellettuali americani a dichiarare improponibile un’apposita agenzia per la disin-formazione o l’informazione “sporca”, truccata, io non sono così sicuro che essa non sia in realtà al lavoro, clandestinamente. Gli Stati Uniti ne hanno sempre fatto uso nei paesi esteri, in Vietnam come nell’America Latina, soprattutto per spargere il terrore fra le minoranze a rischio. La propaganda bugiarda viene ancora notoriamente insegnata, dagli istruttori del Pentagono, nella “Escuela de las Americas”, oggi a Fort Briggs, Georgia, vera e propria università della tortura e della repressione, dalla quale sono transitati negli ultimi vent’anni 80 mila personaggi delle dittature latino-americane, fra i quali i notorî assassini di monsignor Romero. La stampa americana, inoltre, tende ora ad autocensurarsi “per patriottismo”, come aveva subito predetto il più famoso giornalista degli Stati Uniti, Crondyke, il giorno delle Due Torri. Ma c’è di peggio: in tutto il mondo del benessere - in alcuni paesi con il freno di leggi però sempre più astutamente aggirate, in altri paesi, come l’Italia senza freno alcuno – continuano le concentrazioni editoriali. La pluralità delle informazioni è sempre più a rischio, per questo la battaglia per la libertà dei mass-media è urgente e indispensabile.
Anche qui non è soltanto questione di democrazia ma di giustizia e di verità da riconoscere ai poveri. La stampa padronale (uso un aggettivo che può sembrare “vetero” ma che io trovo del tutto appropriato) eccelle nel trasformare in esotismo e subcultura l’esistenza dei popoli poveri e seppellirne le tragedie nell’oblìo o, peggio, a nasconderle dietro il folklore dei carnevali.
Monsignor Romero considerava l’informazione (la contro-informazione, si può dire, essendo praticamente tutti i media salvadoregni nelle mani del potere), come uno strumento di vitale importanza a difesa dei poveri. Il bollettino dell’arcidiocesi e la sua emittente radio, la gloriosa Radio YSAX, più volte dinamitata dalle destre, sono rimaste nella storia del giornalismo latino-americano come esempi di professionalità e di capacità di instaurare un dialogo anche con le classi meno abbienti. Romero considerava questo dialogo come essenziale alla sua vita pastorale. Dare la parola ai poveri era per lui uno dei primi doveri del vescovo. Questo richiedeva attento ascolto delle persone che spesso vengono relegate nel silenzio come ignoranti, “barbare” (= balbettanti” per mancanza di conoscenza della lingua “dei signori”) e dunque insipienti. Monseñor, come fu più spesso chiamato Romero (per distinguerlo da un altro Romero, dittatore), visitava incessantemente i poveri, spingendosi sino nei più villaggi più miserabili in cui non era mai penetrato nessun abitante delle città, non solo per evangelizzare ma per essere evangelizzato..
Romero, i suoi collaboratori studiano attentamente le statistiche e le indagini sociologiche, ma riescono a popolarle sempre dei volti e delle biografie del popolo oppresso. Nasce da questo realismo evangelico e da questa indagine sociale che non diventa mai cultura dei numeri e delle astrazioni, la capacità di cogliere quella che padre Jon Sobrino, unico superstite della strage dei gesuiti salvadoregni, definisce “ civiltà della povertà”, il magistero dei poveri, la loro capacità di cogliere l’essenziale e certe verità camuffate.
Romero trae da queste esperienze la forza del suo magistero. Dice: “Noi
crediamo in Gesù che venne a portare a pienezza la vita e crediamo in un Dio
vivente che dà la vita agli uomini e
chiede che gli uomini vivano in verità. Queste radicali verità della
fede si fanno realmente verità e verità radicali, quando
Questa teologia suscitata dai poveri, la sua accettazione, la sua meditazione è la terza caratteristica di una testimonianza che voglia seguire le orme di Romero. Sconvolge la nostra fretta, il nostro attivismo, il nostro orgoglio di intellettuali e innanzi tutto il nostro narcisismo. Ci obbliga a essere pazienti e concreti, a vedere gli avvenimenti con gli occhi di chi ne subisce la violenza e chiede (e così spesso, incredibilmente ottiene) la forza di non rimanerne per sempre schiacciato.
Io credo che questa teologia noi dobbiamo instancabimente portarla nelle nostre assemblee eucaristiche, anche e soprattutto quando i presbiteri e magari i vescovi non hanno il coraggio di farla loro.
Il quarto connotato di una teologia e prassi che si ispirino a Romero è quello di una testarda speranza. Romero fu un coltivatore di speranze come pochi altri nella storia della Chiesa. Usò per i ricchi le parole terribili dell’autore della Lettera detta di San Giacomo, ma cercò la loro conversione per inserire anche loro nella storia della salvezza. Ma soprattutto raccolse le speranze dei poveri, la gente cui ogni speranza sembra negata dal “realismo politico” delle grandi istituzioni. In una delle ore più buie della storia del Salvador, l’arcivescovo disse: “In questo momento, come uomo di speranza, voglio riaffermare la mia convinzione che un nuovo raggio di salvezza apparirà. E voglio spingere alla stessa convinzione tutti quelli che hanno la bontà di starmi ad ascoltare. Nessuno ha il diritto di sprofondare nella disperazione. Noi tutti, come cristiani, abbiamo il dovere di cercare nuove strade e di sperare attivamente”.
“Nessuno ha il diritto di sprofondare nella disperazione… Come cristiani abbiamo il dovere di sperare attivamente”. Questi insegnamenti di San Romero travalicano i luoghi e i tempi della sua storia, per esserci proposti come modello di comportamento anche quando il cielo ci sembra chiuso da un inverno che non avevamo previsto.
Credo che questa sia la lezione
più importante di Monseñor e di Marianella, più che mai inserita nel nostro
camminare quaresimale. In virtù del loro
martirio, Romero e Marianella appartengono ai giorni sacri alla Passione e alla
Resurrezione di Gesù, i giorni della disperata paura degli apostoli e
dell’intrepido coraggio delle donne. Le
tre che vanno verso la tomba del Cristo
si domandano con angoscia: “Chi ci rimuoverà la pesante pietra del
sepolcro?” ma se lo domandano, come scrive il vangelo di Marco, mentre camminano
verso
Prego con voi perché questa speranza ci illumini e ci rimetta in cammino.