LA SICUREZZA NAZIONALE CHE DIVORA LE COSTITUZIONI

Guidonia, 9 febbraio 2006

Sono profondamente convinto che ai vecchi spetti l'obbligo di fare memoria - e certamente qui io sono il più vecchio. Fare memoria non significa soltanto “ricordare”, significa fare presente il passato per coglierne tutti i significati: i valori che furono testimoniati e che arricchiscono le nostre speranze ma anche le minacce che da allora inquinano il futuro.

Quando l'Argentina uscì dal terrore di Stato, il governo democratico installò una commissione di indagine che raccogliesse le verità atroci e sul genocidio di un'intera generazione di giovani. La Commissione fu presieduta da Ernesto Sabato, forse il più importante letterato argentino. Raccolse migliaia di pagine e pubblicò un rapporto intitolato “Nunca màs”, che vuol dire: “Mai più”. “Mai più” erano intitolati gli altri dossier che in quegli anni venivano pubblicati o sarebbero stati pubblicati di lì a poco in Brasile, in Uruguay, in Cile, in Guatemala, i paesi della follìa delle dittature militari. Nunca màs voleva dire: mai più tante sofferenze fisiche e morali, mai più tanto crudele negazione dei diritti umani, mai più tanta perversione dello Stato, mai più tante persone trasformate in carnefici, mai più tante persone massacrate perché affamate e assetate di giustizia e di libertà, per tutti… Mai più vescovi silenziosi davanti alla ferocia dei generali- o vescovi uccisi per avere levato la voce del vangelo, come monsignor Angelelli e monsignor Ponce de León, monsignor Romero e monsignor Gerardi. Mai più donne stuprate nelle camere di tortura, mai più bambini seviziati nel ventre delle madri, mai più bambini strappati ai genitori, desaparecidos gli uni e gli altri. Mai più, mai più…

Mai più? Davvero?

Gli orrori che i dossier della repressione nell'America Latina documentano non parlano soltanto della possibilità che ciascuno di noi si porta dentro di agire il bene o il male in maniera totalizzante, né parlano soltanto della brutalità provocata dall'ignoranza o dalla miseria. Non parlano di episodi casuali e neppure di una orrenda catena di eccessi. La terribile verità è che ciò di cui parlano è ben più grave: parlano di una ferocia progettata, programmata, pianificata, agìta .

La storia di questa pianificazione della repressione, con tribunali segreti e segrete condanne alla disoccupazione, alla paura, alla tortura, alla detenzione segreta, all'uccisione segreta, insomma alla frantumazione della persona umana e del contesto sociale, comincia alla fine degli anni '50 dello scorso secolo, in America Latina, nella Scuola superiore di guerra del Brasile e il suo primo ideologo è un generale che si chiama Golbery da Couto e Silva. È giudicato un raffinato intellettuale, ha un soprannome aristocratico: “ Sorbonne”. Dall'alto della sua cultura giudica il mondo e si convince che è ormai in atto una guerra totale fra la cultura cristiana e occidentale e le forze del Male assoluto. Per vincere questa guerra è necessario non combattere soltanto il nemico “esterno” ma anche ogni sovversione “interna”, a ogni costo, in tutti i modi possibili. I suoi allievi perfezionano strategia e tattica. Danno vita a un Golem, un mostro che ancora si aggira sulla terra; e questo mostro, questa perversione giuridica, questa matrice di infamia per Stati che osano definirsi democratici ha vari nomi ma uno li unifica: “dottrina della sicurezza nazionale”. Essa non nega, come il fascismo o lo stalinismo, i valori della democrazia o delle libertà individuali; non ostenta come Hitler teschi sui berretti dei suoi soldati; non impone come Mussolini tessere di partito o giuramenti. Si limita a una constatazione: se la democrazia vuole salvarsi dai suoi nemici, deve accettare qualche temporanea limitazione. Il patriottismo esige qualche temporaneo sacrificio del diritto e della Costituzione. Se lo Stato è in pericolo, per il bene dello Stato è necessario eliminare quel pericolo: e dunque accertarne con ogni impegno le forme e le eventualità e dunque estorcere la verità a chi si rifiuta di collaborare e dunque usare la tortura “per il bene di tutti”. Se la sovversione può contare su strumenti propagandistici, è necessario, purtroppo, limitare provvisoriamente la libertà di stampa, violare la riservatezza delle comunicazioni interpersonali, e comunque impedire critiche agli organi dello Stato, alle iniziative delle Forze Armate. Lo Stato padre chiede ai suoi figli serena riconoscenza. Lo Stato colonnello, o le sue agenzie, si incarica dei servizi sporchi necessari all'ordine pubblico . Lo Stato dittatoriale pro tempore si incarica dei rapporti internazionali, cioè della tutela del cordone ombelicale che lega vitalmente i governi locali a quello di Washington, sempiterna capitale di un impero planetario.

Questa dottrina si è rapidamente diffusa in tutto il continente latino-americano. Non da sola: c'è chi le ha dato le ali. Per insegnarla e insegnarne le tecniche il Pentagono ha istituito una vera e propria università della tortura, la “Escuela de las Americas”, che oggi ha sede a Fort Benning, in Georgia, e che ha avuto come allievi i peggiori arnesi del fascismo dell'America centrale e meridionale, cioè del “cortile” della Casa Bianca. Ma non si maneggiano impunemente i virus, contagiarsi è facile. La dottrina della sicurezza nazionale infetta oggi la più grande democrazia del mondo. Non so se il generale Golbery avesse previsto Guantanamo. Ma certamente Guantanamo è il suo degno mausoleo.

Il Golem della sicurezza nazionale ci sfiora? Io non credo di essere un pessimista; e tuttavia qualche volta mi pare di sentire che i suoi passi si avvicinano all'Europa. Vengano dalla Cecenia o da Abu Ghraib o dagli alberghi di lusso milanesi in cui agenti stranieri organizzano il rapimento di supposti terroristi, il suono di quei passi mi inquieta.

Oggi Guidonia ha preso una decisione importante, Non ha soltanto premiato una donna straordinaria. Onorare Estela Carlotto e con lei le Abuelas e le Madres della Plaza de Mayo significa, io credo, accettare che lei ricambi il vostro, il nostro, affetto ponendo nelle nostre mani, come atto che ci lega alla sua lotta, il libro intitolato “Nunca màs”; e l'esortazione a custodire, con la nostra vigilanza, la Costituzione repubblicana e i valori della Resistenza.