TERRORISMO:LE PAROLE PER DIRLO

Associazione Fausto Vicarelli, Roma 26 maggio 2004

Poiché mi vanto, con bella faccia tosta, di essere uno scrittore, penso che non vi meraviglierete se comincerò parlandovi dell'importanza delle parole. Le parole sono realtà terribilmente importanti perché è su di esse, non meno che sugli atti, che si fondano i nostri rapporti interpersonali, dunque la convivenza sociale, dunque la realtà stessa dell'umanità. Le parole non soltanto partecipano agli altri i nostri bisogni (di cibo, di bevande, e anche di amore, di giustizia, di chiarezza) ma sono creatrici perché fondano nuovi rapporti di solidarietà e quindi modificano leggi e costumi, ci  consentono di comunicare sentimenti ed emozioni, di approfondire concetti, di arricchirci di idee e di affetti, persino di avvicinarci all'infinito. "In principio era la Parola": così comincia l'inno cristologico di Giovanni. La povertà forse più grave, nel senso che priva interi popoli delle possibilità immense offerte dall'informazione, è proprio quella del non conoscere parole per comprendere meglio, pensare meglio, vivere meglio. Questo dramma della povertà (questa mancanza di parole che rende muti e sordi i cosiddetti analfabeti e priva noi tutti della ricchezza dei messaggi che essi potrebbero comunicarci) è stato sottolineato da molti evangelizzatori, don Lorenzo Milani, per tutti.

Questa importanza delle parole si fa tanto più viva in un'epoca come la nostra in cui si sono sviluppate reti di comunicazione che, quando io ero bambino, parevano del tutto fantascientifiche  o addirittura neppure venivano immaginate. Ma la realtà è che le possibilità non sempre generano la preziosità della comunicazione. Proprio agli inizi del secolo scorso, che avrebbe dato il via all'accelerazione del progresso, il filosofo Georg Simmel scriveva: "Certo, al posto delle lampade a olio ora abbiamo la luce elettrica; ma l'euforia per i progressi dell'illuminazione fa dimenticare che l'essenziale non è l'illuminazione ma quello che essa ci permette di vedere meglio; la vera e propria ebbrezza suscitata dai trionfi del telegrafo e del telefono (noi, ovviamente, potremmo dire: dell'informatica) fa spesso trascurare il fatto che ciò che conta è il valore di ciò che si comunica e che, rispetto a questo, la velocità o  la lentezza del mezzo di comunicazione è assai spesso una questione secondaria che ha potuto ottenere il rango che ora detiene soltanto con un atto di usurpazione. Questo predominio dei mezzi sui fini si riassume e culmina nel fatto che la periferia della vita, le cose che si trovano al di fuori della sua spiritualità, si sono impadronite del suo centro, cioè di noi stessi".

Ma ecco un fenomeno che il grande filosofo tedesco non poteva prevedere: in un'epoca come la nostra in cui le reti di comunicazione si moltiplicano vertiginosamente, si diffonde una crescente povertà di parole. I messaggi, primordiali, brutali, oserei dire, nella loro povertà, che milioni di giovani e meno giovani si scambiano ogni ora con i cosiddetti telefonini e che, a questo vecchio brontolone che io sono, sembrano meno apprezzabili delle lunghe lettere d'amore che i giovani della mia generazione faticosamente ma creativamente compilavano, sono l'aspetto più evidente di questa povertà di parole e forse - ahimé  - di concetti, essendo le parole e i concetti inestricabilmente interdipendenti. Ma, come sempre, certi fenomeni giovanili sono l'espressione caricaturale e quasi innocente di problemi assai più profondi ai quali diamo colpevolmente vita noi adulti.

C'è un ritorno della barbarie che si esprime anche nella povertà e perentorietà del linguaggio e tocca anche il modo di fare politica. George Dobliù Bush è incontestabilmente uno di questi barbari, anzi è spesso il Maestro di questi barbari. Barbaro, come sapete, vuol dire balbuziente e, per traslato, persona che non è capace di parlare se non primitivamente, rozzamente, senza sfumature; e Bush, per propri limiti, o forse invece per suggerimento dei suoi consulenti culturali che lo convincono che questo modo di parlare riesca a influenzare vaste masse,  usa questo tipo di linguaggio. Naturalmente, poiché Bush è di fatto l'imperatore di un immenso dominio, il suo  tipo di linguaggio, crea su base mondiale una subcultura che annulla sfumature, complessità, pluralità di significati, negando radicalmente quel lavoro creativo che è l'investigazione dei fatti, l'esame attento dei problemi portato in profondità, eliminando dubbi, negando possibilità di dissenso mediante l'uso di luoghi comuni, presentati come indiscutibili verità cui è approdata l'essenza della democrazia, e via dicendo.

Forse mi perdonerete questa lunga introduzione se vi dirò che essa mi permette di affermare che oggi esiste un uso imperiale della parola "terrorista", un uso al quale partecipano larga parte dei mass-media italiani e tutti gli uomini della maggioranza di governo Nel taglio netto del linguaggio povero, chi non è con me è contro di me; e chi è contro di me è il Male e dunque è un terrorista o un amico dei terroristi e, come tale, da combattere con ogni mezzo. Sunque terroristi sono gli autori delle stragi delle Due Torri e di Madrid, i talebani (sino al 2002 armati dalla Casa Bianca), Saddam, (amico di merende di Rumsfeld mentre massacrava i curdi), i commandos suicidi iracheni contro le truppe di occupazioni, gli uomini-bomba palestinesi, gli indios che lottano contro i governi amici della Casa Bianca e magari i  no-global.

Penso che se noi accettassimo questa concezione del terrorismo, che è un capitolo fondamentale dell'ideologia capital-militarista dei neo-conservatori americani, non saremmo qui stasera. Io mi propongo e vi propongo di cercare di dare, in base all'uso della lingua italiana e della storia, una definizione accettabile del terrorismo e di indagarne le vicende.

 

Penso che una definizione di terrorismo possa essere la seguente: l’uso, da parte di una persona o di un gruppo di persone, di mezzi che inducano il terrore in una certa popolazione, in modo da alterarne profondamente l’assetto politico-culturale, di farle mutare in senso regressivo programmi e posizioni, di minare la sua identità tradizionale e la sua autostima, indebolendo l’una  e l’altra, sia con atti sia con minacce, per poterla meglio dominare.

 

Ma se questa definizione, come a me pare, è congrua. lecita. e ragionevole,  allora è grande vergogna che l'opinione pubblica di cui facciamo parte, esamini con orrore soltanto la violenza dei disperati, tacendo delle altre forme di violenza esercitate nel  passato e nel presente. Sono esistiti, infatti, ed. esistono, vari tipi di terrorismo, che nei tempi si sono articolati in varie vicende e ideologie. Per esempio,    un terrorismo ideologico, un terrorismo religioso,  un terrorismo sessuale (che le donne di tutti i tempi hanno crudelmente subìto ), un vero e proprio terrorismo economico; eccetera.

 

Faccio qualche esempio. Per quanto riguarda il terrorismo religioso: la caccia alle streghe, attuata per trascinare violentemente nel seno di Santa Madre Chiesa le popolazioni delle vallate alpine e subalpine, le quali, più che “eretiche”, erano  ancora “pagane” per difetto di evangelizzazione (64 streghe e stregoni bruciati nel mio paese natale ancora nel 1576! ) o anche per impedire i fermenti riformisti; o per bloccare ricerche scientifiche che apparivano inquietanti per l’allora imperante fondamentalismo clericale. Ben più vicine a noi, bisognerà almeno ricordare le mostruose cosiddette “purghe” staliniane, perpetrate allo scopo di far transitare il partito bolscevico da una dialettica interna all’’’assolutismo monocratico”; e il maccarthismo, che negli anni ’40 infuriò negli Stati Uniti, rischiò di spegnere, in nome dell’anticomunismo, la cultura di quella grande democrazia e produsse gran numero di suicidi, rotture di rapporti umani, indegne complicità e via dicendo.

 

Ancora: in molti paesi del blocco sovietico fu diffuso un vero e proprio terrorismo anti-religioso, mentre negli anni ’60 un apposito ufficio americano di propaganda “sporca” (come venne definito a Washington) amplificò a dismisura una diffusa situazione di intolleranza religiosa nel Vietnam del Nord e riuscì a spingere centinaia di migliaia di cattolici di quell’area a un tragico esodo verso il Sud. Da quel momento, tecniche di “propaganda sporca”, di terrorismo mass-mediatico, vennero insegnate nella cosiddetta “Università della tortura”, la Escuela de las Americas” (stava allora nella zona del Canale di Panama. oggi funziona a Fort Briggs in Georgia). Gestita dal Pentagono, vi sono passati più di 80 mila “quadri” militari degli eserciti latino-americani; essi sono diventati  i peggiori dittatori e i peggiori violatori dei diritti umani del continente: dagli autori delle "desapariciones" argentine ai mandanti dell'assassinio di monsignor Romero, agli autori del massacro dei sei gesuiti di San Salvador e delle loro due domestiche. Una reale, gigantesca inseminagione di terrore in tutta l'America Latina. Soltanto in Guatemala e soltanto negli ultimi mesi del suo mandato presidenziale,  dunque nell'imminenza di uscire dalla Casa Bianca, un presidente, Clinton, è andato a  chiedere perdono  per le responsabilità dell'Impero nella devastazione della libertà e dell'umanità compiute da alunni de la Escuela che avevano superato i maestri..

 

Penso che vada in particolare sottolineato l’uso del terrore nelle guerre moderne. Dal secolo scorso in poi, il legame fra guerra e terrorismo, che pure esisteva già attraverso la degradazione etica inevitabile in chi è mandato a uccidere e a rischiare di essere ucciso, si è fatto inestricabile perché il terrore è diventato una precisa strategia. Nel mondo industrializzato del XX secolo diventava chiaro che bisogna colpire con la nuova arma dell’aviazione gli impianti industriali del nemico; poiché le fabbriche sorgono spesso ai margini delle città è “inevitabile", pensano i generali, colpire le popolazioni civili; ma il terrorismo si fa subito specifico progetto militare-politico perché si individua la possibilità di aprire un  secondo fronte bellico, quello della popolazione civile: si scopre che si possono più facilmente piegare gli eserciti se non soltanto i soldati ma anche le famiglie dei soldati vengono colpite. Il coinvolgimento della popolazione civile nelle guerre, che una volta era quasi tangenziale, salì così progressivamente sino ad arrivare a quello attuale di 9 civili per ogni soldato ucciso.

Per questo, e non per motivi militari, la città basca di Guernica viene distrutta dall'aviazione nazista prestata a Francisco Franco, la città inglese di Coventry rasa al suolo dagli aerei di Hitler, la città tedesca di Dresda dagli alleati, poi si accendono i roghi atomici di Hiroshima e di Nagasaki (almeno quello di Nagasaki è puro e semplice terrorismo). Sono esempi di una ferocia che non guarda tanto alle vittorie sul campo ma al terrore che riesce a seminare, per così dire, nelle retrovie. Un terrorismo agito da persone ad alcune delle quali abbiamo eretto monumenti nelle nostre piazze. …

 

E c'è stato il terrorismo razziale, che, all'inizio, non fu quello degli arabi. Negli anni  '30 e '40 bande terroriste ebraiche, da quella Stern all'Irgum Zvai Leunì seminarono di attentati la Palestina per averne il possesso, assassinarono l'inviato dell'ONU; poi il terrorismo passò nelle mani del governo israeliano, poiché molti dirigenti delle formazioni clandestine andarono ad occupare i primi posti della vita politica del nuovo stato. La distruzione del villaggio di Deir Yassin, l’estromissione violenta di centinaia di migliaia di palestinesi dalle loro case e terre, la distruzione di interi quartieri, l’uccisione di prigionieri di guerra egiziani, l’aperto sostegno israeliano alle stragi di Tall el-Zaatar e di Sabra e Chatila furono veri e propri atti terroristici. Essi sono, largamente, i motivi fondanti di un terrorismo palestinese. Del resto, i servizi segreti israeliani ebbero parte notevole, come poi si è saputo, nel fondare e sostenere il movimento fondamentalista, Hamas, per rendere meno saldo il potere di Arafat. palestinese

 

Altri esempi di terrorismo come strumento politico-militare. Negli anni ’80,: nel Salvador, gli  ufficiali che avevano studiato nella Escuela de las Americas incoraggiavano i soldati a violentare le campesinas, allo scopo di seminare il terrore nelle zone cosiddette “conflittive” e di spingere le popolazioni all’abbandono dell’area. Dal canto loro, i “corpi speciali” dell’esercito uccidevano i prigionieri soltanto dopo averli orrendamente torturati e ne ponevano i cadaveri straziati lungo le strade, allo stesso scopo.

 

Fra gli strumenti più diffusi del terrorismo vi è stato quello dell'uso della tortura. In un tempo, ancora recente, la tortura non è stata soltanto intesa a strappare notizie a un prigioniero ma a diffondere il terrore. In Brasile fra il 1969 e il 1985, ma anche, e più a lungo, nel Cile, nel Perù e in altri stati “anticomunisti” dell’America Latina, venivano arrestati, torturati, poi re-immessi nella società, “riciclati” dal terrore, non soltanto i presunti oppositori politici o i guerriglieri finiti nelle mani dei  militari ma anche persone che potevano essere definite (per qualche loro caratteristica di popolarità) “animatori” sociali. Si  stroncava così la possibilità che essi si trasformassero in leaders dell’opposizione ma soprattutto si otteneva che la loro vicenda, risaputa da molti, spingesse all’abbandono generalizzato di ogni velleità di protesta. Se oggi, almeno nel mondo cosiddetto democratico, questo uso terroristico della tortura è stato abbandonato, se la tortura deve essere praticata in segreto per non incorrere nell'indignazione di vasta parte dell'opinione pubblica, questo è merito  anche di persone che negli anni '70 e '80 tennero alta la sensibilità e la solidarietà per le vittime, raccolsero e diffusero notizie inoppugnabili, manifestarono pubblicamente, moltiplicarono le file dei difensori della libertà e dei diritti civili. Alcune delle persone che sono qui, come Mauro e Maria Paola, furono animatori a Roma di questo movimento, così pure l'indimenticabile Fausto Vicarelli, grande intellettuale che non si inaridì mai nelle speculazioni scientifiche ma conservò sempre vivissimo il senso della nostra responsabilità collettiva.

 

Anche l’Italia dei nostri anni ha conosciuto, come tutti con angoscia ricordiamo, l’uso di un terrorismo “dall’alto”, inteso a consolidare un assetto politico che pareva scricchiolante. La strage di piazza Fontana a Milano e quella di piazza della Loggia a Brescia ne sono gli esempi più discussi e non ancora approdati all'ultima verità.

 

Può, e deve, essere considerato terrorismo “dall’alto” quello agito dagli Stati (ne parleremo più avanti a proposito della repressione israeliana sui palestinesi) ma anche da gruppi fortemente insediati in certe società. Quando la mafia “incapretta” un sospetto traditore o informatore della polizia o distrugge i negozi dei commercianti che si rifiutano di pagare il “pizzo” non lo fa soltanto con la pretesa di colpire chi non accetta il suo potere ma anche di terrorizzare i possibili “dissenzienti”.

 

Prima di affrontare il tema del terrorismo “agito dal basso” per così dire; vorrei dedicare una rapidissima nota al fenomeno del terrorismo dei poveri contro altri poveri. Parlo del Ku Klux Klan, per esempio, che, nato dalla volontà dei piantatori degli Stati del profondo Sud americano di “tenere al loro posto” gli schiavi liberati dopo la guerra del 1860, ben presto diventò una setta terroristica composta eminentemente da “poor whites”, cioè da elementi delle classi bianche subalterne: piccolissima borghesia, operai, artigiani. Oggi, se Dio vuole, il Ku Klux Klan è in crisi ma è comunque presente nella società americana una miriade di gruppuscoli di stampo nazista e cristiano-fondamentaliste, ai quali vanno probabilmente fatti risalire gli episodi della disseminazione dell’antrace; e alle quali va con certezza addebitato l’attentato, nel 1995, a un grattacielo di Oklahoma City: 168 morti e 500 feriti. Come ricorderete FBI e CIA riuscirono a individuare e catturare un solo terrorista.


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Qualche parola, adesso, sul terrorismo agito “dal basso”, per così dire.

C’è un momento storico che grosso modo va dal 1830 al 1930 in cui si tentano regicidi, anche con l’uso di bombe che possono colpire innocenti. Questi atti vengono celebrati dai “Risorgimenti nazionali”: in Italia si canta un inno: “Le bombe, le bombe all’Orsini” e l'Orsini è l'uomo che attentò alla vita di Napoleone III. Vi sono, anche nel secolo XX, attentati dinamitardi in diversi luoghi allo scopo di generare terrore fra la cittadinanza “borghese” e le “forze dell’ordine”, spingere i governi ad eccessi repressivi e ottenere di conseguenza una rivolta del proletariato. (Va anche detto che molti attentati definiti terroristici e di sospetta matrice anarchica, risultano poi organizzati dai regimi delle destre dittatoriali).

Così si pone, negli “anni di piombo” italiani, anche la strategia delle Brigate Rosse e dei loro epigoni. Si tratta di un vero e proprio terrorismo paranoico. E’ interessante notare come di fronte a certe spinte anarchiche in direzione di questo tipo di violenza, il movimento operaio ne abbia sempre parlato come di una forma di degenerazione intellettualistica e le abbia duramente combattute.

 

La disperazione dei poveri, perseguitati e schiacciati, ha talvolta contemplato il terrorismo come necessità di auto-difesa da parte di quelli che Dostoiewski chiamava gli “umiliati e offesi”. La storia ricorda imprese “terro-     ristiche” poste in essere da poveri, oppressi, al fine di liberarsi da una dominazione feroce (o di renderla più difficile con la diffusione del terrore fra gli oppressori), atti in cui il coinvolgimento di innocenti è possibile e anche la propria fine è prevedibile e prevista da parte degli agenti. Certe imprese della resistenza europea, per esempio l’attentato di via Rasella, hanno questa caratteristica ed è ben difficile esprimere un giudizio morale senza entrare approfonditamente nel cupo quadro della storia di allora in cui la sproporzione di forze fra dominatori e oppressi era così evidente e  disperante.

(Una nota religiosa: l’autore della Lettera agli Ebrei pone Sansone (11,32) fra i testimoni della fede).

 

Questo ci porta all’esame di un terrorismo che avremo sempre con noi finché avremo con noi i poveri, finché vi saranno popoli calpestati, denegati, gettati nella più cupa disperazione. Nessuna guerra riuscirà mai a sradicare completamente questa estrema rivolta, nessun apparato repressivo. Ci sarà sempre un povero che preferirà morire piuttosto che vivere nel disprezzo di se stesso; e vorrà rendere la sua morte “produttiva” di un evento cui i mass-media  saranno finalmente obbligati a dare spazio e immagine, essi che della condizione del suo popolo non hanno mai voluto parlare o lo hanno fatto nel più sprezzante dei modi.

Sia  chiaro: io considero spaventosi tutti gli atti di terrorismo, dunque non li giustifico. E tuttavia, se mi straziano, non li trovo però incomprensibili; e penso necessario, urgente e doveroso studiarne le matrici politico-economiche. Penso per esempio a certi “martiri” palestinesi. Io non posso qui non testimoniare ciò che ho visto nei campi profughi di quella terra, nel 1991, guidandovi - su invito della UNWRRA, l’agenzia dell’ONU per i rifugiati - una delegazione di deputati italiani. Persone di quarant’anni nate e vissute dalla nascita in poi in baracche infette, fra canaletti fognari a cielo aperto perché gli israeliani avevano deciso che tutto doveva rimanere allo stato di provvisorietà (mezzo secolo di provvisorietà!), perennemente minacciate da mitragliatrici puntate su di loro dalle colline sovrastanti; impedite di darsi organizzazione sociale, sofferenti per rifornimenti idrici inadeguati, continue perquisizioni e angherie, mancanza di assistenza medica, disoccupazione: due generazioni costrette alla “scodella di minestra umanitaria”… e per ogni atto ostile (non si parla di sparatorie, si parla di sassi), sbrigativa identificazione del colpevole o supposto tale, suo arresto  e deportazione, chiusura di una delle stanze della misera abitazione della sua famiglia o addirittura intervento di un bulldozer che la spianava al suolo.

E, fuori dal campo: distruzione di uliveti, confisca di terreni sui quali erigere villaggi di coloni israeliani e costruire strade riservate per loro, drenaggio delle acque a loro favore, continui posti di blocco e controlli di documenti sulle strade “per palestinesi”, intercettazione e blocco delle autoambulanze palestinesi o di auto palestinesi che portano feriti, malati gravi o partorienti agli ospedali, continue chiusure di scuole e di università, uso di armi modernissime (carri armati, missili, cannoni) contro le sassaiole dell’Intifada; e l’uso della tortura, acclarato, spavaldamente ammesso e tragicamente “normale”, da parte dei servizi segreti israeliani… Permettetemi di leggervi alcune righe scritte da una giornalista israeliana fra le più apprezzate,  Daphne Baran:

"Due anni fa, quando ne aveva dieci, il mio fratello minore venne a casa da scuola, apri' la porta e senti' il familiare suono di un'esplosione provenire dalla strada che aveva appena lasciato. Seduto davanti alla tv, cinque minuti dopo, pote' vedere il suo compagno di scuola aggirarsi accecato dal sangue in quella stessa strada, piena di pezzi di corpi umani e di gente ferita. Il papa' di questo bambino, che aveva accompagnato a scuola anche mio fratello, e aveva mangiato la pizza con lui, e' stato ucciso davanti agli occhi del figlio. E poi il figlio e' morto. Mio fratello si rifiuto' di parlarne. "Oh, non eravamo veramente amici. Davvero, non lo conoscevo cosi' bene".

*

La prossima persona che si farà esplodere nel centro di una delle nostre strade affollate ha ora l'età di mio fratello.

Sua madre non deve preoccuparsi di cosa gli accade nel tragitto per andare a scuola: non ci sono piu' scuole. Le abbiamo demolite quando abbiamo distrutto le infrastrutture dei territori dell'Autorità palestinese. La sua sorellina e' morta quando i soldati hanno fatto esplodere la sua casa. E i nostri soldati hanno fatto esplodere la sua casa perché suo fratello maggiore era una "persona ricercata". Fare a pezzi la casa e' stato un modo per trasformarlo da "persona ricercata" a "corpo non desiderato", ridotto in brandelli di carne, e circondato dalle sue vittime.

Il futuro terrorista, che ora ha 12 anni, dorme in una tenda fornita dall'Onu. Di cosa deve avere paura? Non c'e' piu' nulla da temere. Il peggio è già accaduto. Ma i bulldozer sono ancora in giro, a demolire le case dei suoi vicini. Ogni giorno, un altro po' di tende si uniscono al gruppo. Sua madre gli racconta di quando vennero deportati da Latrun nel 1967. Sua nonna gli dice che quello fu nulla, a paragone della deportazione da Jaffa nel 1948, in cui lei fu trascinata via con sua madre, una neonata urlante, fra le braccia.

*

La mia nonna, invece, rifugiata dalla Polonia nazista, questo non riesce a capirlo. Il fatto che i palestinesi parlino ancora di Jaffa, dice, è la prova che vogliono sterminarci.

Ogni volta che qualcuno si fa esplodere nelle nostre città, mia nonna mi chiama e mi confida il suo piano segreto. "Sono vecchia, e non ho niente da perdere. Mi vestirò di stracci come le loro donne, e mi farò esplodere nel centro di Nablus. Questo gli insegnerà la lezione. Gli mostrerò cosa si prova". Tento di dirle che sanno già cosa si prova, che il numero dei loro morti è tre volte il nostro, ma mia nonna non mi sente, perché sta piangendo. "Non sono esseri umani, singhiozza, Che gente può fare una cosa simile, uccidere bambini in questo modo?". Gente che abbiamo deumanizzato, vorrei rispondere, ma tengo la bocca chiusa perché e penso al figlio che non voglio avere.

 

Il figlio che non voglio avere non si sentirà mai colpevole per essere un occupante, né temerà di diventare una vittima. Non dovrò dirgli di non aver paura, quando la paura è l'unico sentimento razionale che si può provare. Non dovrò insegnargli che il bambino palestinese è un essere umano come lui, mentre tutto il resto delle persone intorno a lui gli dirà il contrario. Il bambino che non voglio avere continuerà a dormire, rannicchiato in un segreto angolo della mia mente. Il figlio che non avrò mai sarà l'unico bambino al sicuro, in Medio Oriente".

 

Ora lo stato di Israele sta in piedi solo ed esclusivamente a ragione degli appoggi americani. Se la  Casa Bianca davvero lo volesse Sharon sarebbe costretto a ben più miti consigli. Ma Bush è schiavo della lobby filoisraeliana americana sulla quale pesano terribili colpe.

La situazione dei palestinesi, poi, è, per così dire, l’acme del disprezzo con il quale il mondo arabo è stato sempre trattato dalle Grandi Potenze. Quando il massacratore Bin Laden parla di ottant’anni di umiliazione araba, non s’inventa una data. Gli anni ’20 sono quelli in cui Francia e Gran Bretagna ridisegnano a loro piacimento la mappa del Medio Oriente, usando il righello invece del rispetto della storia dell’area e dei più elementari diritti dei popoli, mentre l’Italia prepara una riconquista della Libia che avviene poi con indicibile crudeltà.

 

La condanna del terrorismo dei disperati non basta. Bisogna che tutti facciamo quello che è possibile fare (ed è molto di più di ciò che stiamo facendo) perché siano spenti i focolai di disperazione; è accanto ai focolai di disperazione che cova le sue perversioni il terrorismo, anche quello organizzato. La disperazione dei poveri è l’acqua in cui nuota e sempre più nuoterà lo squalo ferocissimo di Bin Laden e  dei suoi epigoni.

 

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Confondere il terrorismo dei disperati con quello organizzato da Bin Laden, è ciò che maggiormente farebbe il suo gioco.

Bin Laden non è né un difensore della causa palestinese (soltanto da poco ha cominciato a parlarne) né un fondamentalista religioso, se con questa espressione si vuole definire una persona inchiodata alla lettera dei Libri sacri: non c’era una sola citazione del Corano nel suo tele-messaggio dopo il massacro dell’11 settembre. Bin Laden è quello che in genetica si chiama una “chimera”, cioè un’essere che porta l’impronta di due diverse matrici biologiche. E’ uomo dell’Occidente in quanto ha saputo inserirsi nelle pieghe del sistema capitalistico, ha accumulato enormi ricchezze, approfittando dell’anarchia delle cosiddette “leggi del mercato”; è uomo dell’Occidente  per la sua capacità di ideare un atto di ferocia di così grande impatto mediatico e di perpetuarne l’eco con i suoi proclami. Ed è un fanatico che sogna di diventare il fondatore di un impero panislamico petrolifero e, insieme, il violento “correttore” del nostro materialismo, che gli appare del tutto ateo. Credo che noi non dovremmo lasciare a lui né la difesa della causa palestinese né l’evidenza oggettiva di certe accuse alla nostra civiltà.

Ignorare le ragioni degli umiliati e offesi avendo occhi soltanto per la loro violenza è la colpa di due generazioni di cittadini del Nord. Misfatti compiuti da Israele come quelli a Gaza nei giorni scorsi rappresentano una sorta di genocidio strisciante che accusa la nostra inerzia, l'inerzia dell'Europa e specialmente la forte connessione instaurata da questo governo fra Italia e Israele.

 

Care amiche, cari amici. lasciatemi dire

Da cinquant’anni, anzi da cinquantasei, noi ogni giorno ci alziamo, portiamo i bambini a scuola e noi stessi al lavoro, ritorniamo a casa, mangiamo, andiamo a dormire e intanto in Palestina muoiono ammazzati uomini donne e bambini: 173 bambini uccisi soltanto negli ultimi 12 mesi Una bambina di tre anni morta cinque giorni fa per il terrore recatole da una cannonata israeliana.. No, non è un genocidio, i giuristi dicono che non si può definirlo così. allora dirò è uno stillicidio omicida, come se il tempo fosse segnato da una mostruosa gigantesca clessidra attraverso la quale passano, ma sempre più velocemente, non granelli di sabbia ma corpi di uccisi.

Da cinquant’anni, anzi da quasi cinquantaquattro, noi ci innamoriamo, sogniamo, preghiamo, frequentiamo concerti, organizziamo feste fra amici, ci commoviamo leggendo le pagine di grandi scrittori, tentiamo di scrivere poesie e di imparare nuove tecniche per dialogare con persone lontanissime, insomma cerchiamo di rendere la nostra vita più bella, più ricca dal punto di vista sentimentale e intanto uomini donne bambini palestinesi continuano a morire ammazzati uno dopo l’altro, o in stragi crudelissime,  dietro i muri di una inerzia o acquiescenza internazionale che rimarrà una vergogna per la storia del nostro tempo.

In questo mezzo secolo di martirio palestinese, nei tranquilli territori europei alcuni di noi sono giunti alla vecchiaia, altri hanno maturato la loro giovinezza, ed altri ancora sono nati mentre a tre ore di volo i palestinesi continuavano a morire, in diverse maniere. Nei primi decenni ci sono state, “laggiù”, guerre terribili. Allora per qualche giorno – o settimana – siamo stati costretti da orrendi rumori e visioni di massacri a pensare al Medio Oriente. Ma gli eserciti innalzano le loro bandiere proprio per farci sapere che la guerra è cosa loro, noi ne siamo fortunatamente (almeno direttamente) esclusi. Così a quel sangue e a quelle morti abbiamo dedicato l’attenzione dolorosa – o forse soltanto  perplessa - che si presta ad eventi che sono atroci e disgustosi ma che, in fondo,  non ci appartengono. Oppure è accaduto a non pochi di prendere posizione su quelle guerre, parteggiando per il “piccolo”, moderno, civile, “occidentale”, “europeo” Israele aggredito da arabi fanatici, straccioni e sporchi. Ricordo ancora sui parabrezza di molte automobili milanesi l’adesivo “Io sono per Israele”.

Poi le guerre si sono rivelate più che mai criminali e inutili, il “piccolo” Israele minacciato essendo in realtà un gigante, issato com’è sulle spalle degli Stati Uniti e difeso dalle armi dell’Impero; e anzi qualcuno di noi ha capito che in quella faziosità filo-israeliana era contenuto un grano di razzismo. Franco Fornari, grande psicoanalista, ci ammoniva: concedere a Israele il diritto di comportarsi in modi che non si consentirebbero ad altri popoli significa pensare che esso è qualcosa di geneticamente diverso da noi…

 

Finita l’epoca delle guerre, è cominciata la più macabra delle routines. Come le stragi sulle strade degli week-end nei paesi industriali, le morti di uomini donne e bambini palestinesi scandiscono nel Medio Oriente le cronache di una violenza che, nella sua insensatezza, sembra ormai inestirpabile. Negli ultimi anni i palestinesi non sono morti di guerre ma sono morti di nostalgia nell’esilio, di miseria da espropri e da disoccupazione, di torture, di prigionie nel deserto, di malattie da repressione: denutrizione, mancanza d’acqua, ritardi nei soccorsi medici a causa dei blocchi stradali, immensa difficoltà di stabilire un minimo di condizioni igieniche nei campi profughi, in cui per mezzo secolo centinaia di migliaia di persone sono state costrette a vivere e in cui per mezzo secolo gli israeliani hanno impedito ogni miglioria. Negli ultimi sedici mesi i palestinesi sono morti soprattutto di spietate rappresaglie di ogni loro atto insurrezionale Ma si potrebbe dire che i palestinesi sono morti e muoiono  soprattutto di solitudine perché il loro martirio di mezzo secolo è anche e soprattutto amara consapevolezza di costituire per l’opinione pubblica internazionale ben più un fastidio che un problema.

 

In mezzo a questa solitudine, a questo sangue, a queste case sventrate dai bulldozers si muovono i bambini palestinesi; o non si muovono affatto perché fra il fra il settembre 1962 393 di essi sono stati uccisi,  11 mila feriti o mutilati, 856 incarcerati, cioè ficcati in celle, insieme a delinquenti “comuni”, adulti, e quindi esposti non soltanto alle inevitabili brutalità del sistema carcerario ma anche a rischi facilmente intuibili. E debbo aggiungere il contesto: l’uso quasi “normale” della tortura da parte dei militari, il diritto alla difesa tramite avvocato quasi sempre negato, processi superficiali, sommarî che portano a condanne di una severità inaudita e a pesanti ammende inflitte ai genitori, le visite delle famiglie a questi piccoli dannati all’inferno carcerario  affidate alla discrezionalità dei militari e via dicendo.

 

Ho citato delle cifre. ma nessuno può dirci il numero dei piccoli palestinesi che avendo vissuto forti traumi psichici, sono ora profondamente feriti nella loro identità. Ho parlato recentemente con una psicologa tedesca che veniva dalla Striscia di Gaza, mi ha raccontato di bambini segnati da difficoltà di apprendimento, incubi notturni, tremiti, fobie- “Bambini – mi ha detto – incapaci di sorridere, bambini che forse non sorrideranno mai più”.

Il regime coloniale comporta inevitabilmente la violazione sistematica dei diritti umani più elementari e pone Israele al di fuori degli stati che osservano le convenzioni internazionali. E’ in questo quadro che viene sistematicamente violata anche quella sui diritti del bambino, pur ratificata dallo stato sionista. In realtà Sharon e i suoi stati maggiori hanno i cestini della carta straccia pieni di risoluzioni umanitarie e di testi internazionali: "spazzatura per la pattumiera della storia" li ha definiti recentemente un portavoce del governo israeliano.

 

E’ contro questa barbarie che oggi si muovono molti meravigliosi israeliani. Penso ai pacifisti che pochi giorni fa hanno animato a Tel Aviv la più imponente manifestazione degli ultimi anni e portavano cartelli che i TG della RAI non ci hanno mostrato: "gli insediamenti dei coloni uccidono i nostri bambini", "l'occupazione corrompe i fondamenti morali di Israele".

Penso ai quattrocento riservisti che affrontano l’accusa di diserzione perché si rifiutano di obbedire a ordini che, hanno scritto in un loro documento,  “stanno distruggendo tutti i valori di questo paese” e perché, dicono ancora, non vogliono più combattere “per dominare, espellere,  affamare, umiliare un intero popolo”:

Penso a Sulamit Aloni, docente all’università di Tel Aviv, che, quattro anni fa, invitato a tenere un discorso al parlamento europeo, mostrando il numero tatuato sul suo braccio dagli sgherri nazisti, gridava che neppure l’orrore della Shoa autorizzava Israele a ghettizzare, reprimere e avvilire il popolo palestinese.

Penso soprattutto a Nurit Peled-Elhahan, scrittrice, docente universitaria, che sei anni fa ha perso una figlia tredicenne in un attentato di Hamas e che da allora si batte contro chi non vede le spaventose responsabilità del regime di occupazione, un regime – dice  - “che umilia, affama, nega lavoro, demolisce le case, distrugge i raccolti, ammazza i bambini, incarcera i minori in condizioni terribili e spesso senza processo, lascia che i bambini piccoli muoiano ai check-point – e diffonde bugie”. Per Nurit non ci sono differenze fra bambini israeliani e bambini palestinesi: Lei dice: “Nel regno della morte i bambini israeliani giacciono accanto a quelli palestinesi, i soldati dell’esercito d’occupazione accanto agli attentatori suicidi e nessuno ricorda chi era Davide e chi era Golia”. E Nurit dice.  “Propongo che i genitori che non hanno ancora perso i loro figli guardino sotto i loro piedi e prestino attenzione alle voci che salgono dal regno della morte, sul quale camminiamo giorno dopo giorno e ora dopo ora, e che ci insegnano che non c’è differenza fra una vita e un’altra, che poco importa quale sia il colore della nostra pelle o della nostra carta d’identità o quale bandiera sventoli su una collina o quale sia la direzione verso la quale ci dirigiamo pregando”.

 

E’ un “pensare in positivo”, creativo, quello cui siamo sollecitati dalla tragedia medio-orientale e questo pensare e creare gesti coerenti è l’unico modo per uscire da un’angoscia che altrimenti si sedimenta in noi, in una specie di necrosi dell’anima. Quell’angoscia possiamo fingere di non avvertirla, rimuoverla, nasconderla sotto altri pensieri, come quello della nostra supposta impotenza, ma farlo è  del tutto vano, come la stupidità della casalinga pigra o frettolosa che nasconde la spazzatura sotto il tappeto. Credo fermamente che non ci sia altra scelta: o essere protagonisti della storia (umili, piccoli, magari paurosi ma attivi) o essere vittime della storia, scivolando ai margini delle tragedie mondiali ma finendo egualmente in un abisso.

Assemblee come queste in cui uomini e donne si mettono insieme a pensare non possono avere conclusioni. Sono intrattenimento culturale oppure comprensione di responsabilità e inizi di progettazione di solidarietà e di servizio ai poveri e ai loro diritti. Così l'unica cosa che mi resta ancora da dirvi è una domanda: che cosa scegliamo di fare?

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Aggiornamento 1

"Gli insorti non sono tutti terroristi. I kamikaze lo sono, ma altri combattenti no. Non sopportano l'occupazione. Nemmeno io la gradirei, se fossi  al loro posto". (George W, Bush, intervista a Paris Match, 2 giugno 2005)